Domingo Milella -  Domingo Milella

Gerhard Steidl, 2014

In questo lavoro di editing sono stata travolta da una traccia apparentemente invisibile, in realtà molto definita da un fil di ferro che tiene un percorso lungo 10 anni, un lavoro di immagini fotografiche combinate insieme nella prima pubblicazione di Domingo Milella: la monografia di un viaggio fotografico che parte dalla città natale della periferia di Bari nel Sud Italia fino alla Mesopotamia, toccando città come Città del Messico, Monastir, Il Cairo, Ankara, Matera, Acitrezza, Massafra, Rodi. Nelle fotografie di Milella vi è una mancanza di miti e di paesaggi- cartolina a favore invece della simultanea permeazione di una mitologia sconsacrata prima ancora che manifesta. Come ho scritto in altre occasioni,  le geografie urbane di questi paesaggi segnano la sospensione e l’assenza ovvero quel vasto senso di vacuità inteso come collante tra rappresentazione/autorappresentazione del fotografo e allo stesso tempo tra sparizione/emersione dello stesso rispetto al soggetto indagine poiché spesso è nell’autoscatto che si situa quel possibile legame tra contemplazione e fotografia. Ricordando la foto Tomba di Re Mida, Turchia 2011 ad esempio,  l’autore ha dichiaratamente filmato se stesso nell’atto di fotografare su una superficie di un monumento funebre evidentemente  privo di un corpo, un’alleanza tra l’annosa dialettica arcaico/digitale destinati alla pacifica convivenza della dimora fotografica. Operatività artigianale e dimensione digitale delle fotografie quindi, fotografie  che vivono il presente di un tempo indefinibile, a cavallo tra memoria e simbolismo. Le immagini si presentano dunque come una selezione strettissima di un lungo e generoso percorso fatto dall’autore, e s’impongono alla nostra visione individuale trasfigurate in preziosissimi scenari pittorici, rinfrancandoci dal bisogno quotidiano di ottenere compiacimento allo sguardo: la funzionalità comunicativa  non è mai obbligata ma ritrovata e perquisita. Un’esitazione ancora più stuzzicante è data dalla doppia possibilità di lettura delle foto: da una parte, la documentazione storica con il suo fardello del passato e dall’altra l’arte che benedice Milella nel farci un dono che sa di involontaria rassicurazione.

Tomb of King Midas, Turkey, 2011

Tomb of King Midas, Turkey, 2011

INTERVISTA con l’autore

VISei un paesaggista: fotografi le città, i monumenti del passato, soprattutto i luoghi dove l’uomo ha lasciato il suo passaggio. Qual è il tuo rapporto con la città di Bari e cosa ci hai lasciato in questo senso?

DM – Tutti cerchiamo una casa, un senso di casa, un senso. L’uomo cerca di abitare poeticamente diceva Holderlin. Ma Holderlin stesso diceva che l’uomo è un mendicante quando riflette, un Dio quando sogna. Io sogno un viaggio verso casa forse, un luogo sacro al cuore. Bari per me è un posto strano, speciale, unico, il primo amore. Non sono io che parlo di Bari è Bari che parla di me. Un porto di mare, una città che pensa di esser metropoli ma è un piccolo angolo di periferia. Casa mia è nella mia arte, come lo sono i miei affetti, la mia famiglia, la mia vita, i miei amici. Le città sono metafora dei nostri desideri, delle nostre illusioni, delle nostre piccole grandezze…

Polignano a Mare, Italy, 2008

Polignano a Mare, Italy, 2008

Pietrapertosa, Italy, 2010

Pietrapertosa, Italy, 2010

VIQual è stato il tuo percorso geografico? Hai costruito una cartografia mentale per questi luoghi?

DM – Geografia, la scrittura della terra, e cosa scrive la terra quando scrive? Parlerei prima di una geografia dei sentimenti. Cresciamo in una famiglia, in una casa, il cortile diventa il primo luogo straniero, la strada tra la casa e la scuola il primo viaggio. Poi appena ragazzini con gli amici della propria strada ci si avventura alle vie parallele, terra straniera. A 14 anni una volta avuto il motorino si riesce a uscire dal proprio quartiere, forse per un primo bacio. Allora arriva anche il primo viaggio in Grecia con gli amici. Poi si va a studiare fuori, e si cresce con una geografia che come noi cresce, per profondità, ampiezza e raffinatezza. La mia cartografia è stata molto precisa, da Bari a New York a soli 18 anni. Questo mi ha spinto a cercare proprio attraverso le fotografie un ritorno a casa. Anzi proprio le fotografie del giovane Gursky e Struth e i Bechers ed Elger Esser mi permisero di ritrovare una strada verso la mia periferia, a sud, dove Düsseldorf e Bari, viste da lontano, mi sembravano uguali. Il Messico poi mi ha insegnato un interesse arcaico, poi il mediterraneo, la Sicilia, la Turchia, la Basilicata, L’Egitto e la Mesopotamia una regressione mitica all’acqua comune della nostra storia…

Arsemia,Turkey, 2013

Arsemia,Turkey, 2013

Castellaneta, Italy, 2010

Castellaneta, Italy, 2010

VILe tue immagini più che avere una matrice sociale sono piuttosto di tipo storico – culturale. Come avviene la preferenza sui luoghi di ricerca e come esattamente ne costruisci, da un punto di vista formale, le foto?

DM – Non lo so, non c’è un aspetto filologico o scientifico alle mie intuizioni. Studio quello che mi capita e trovo quello che cerco a naso. L’artista è profano, quindi io non approfondisco, sento, ascolto, incontro. M’interessa l’aspetto emotivo non nozionistico, nel quale la metafora conta più del contenuto. Imito, ripeto, recupero, da fonti antiche e moderne, cartoline, enciclopedie, libri di scuola, guide turistiche, l’arte di miei colleghi, maestri, amici, antenati, tutto è un dialogo, solo nella rielaborazione io trovo la mia voce.

Nemrut Dagi, Turkey, 2013

Nemrut Dagi, Turkey, 2013

VILe continue mutazioni tecnologiche agevolano l’uso di apparecchi e migliorano le loro performance in termini di precisione e rapidità delle riprese. Secondo te questo scatto in avanti strumentalizza la fotografia o al contrario, genera un’attenzione concreta alle produzioni artigianali rese comunque possibili grazie alla semplicità del mezzo?

DM – Non saprei Valentina, tutto cambia, non voglio essere ideologico, io credo che ci sia anche della bellezza in questo senso del transitorio. Tutto cambia, si sceglie il gesto? O si è scelti dal proprio linguaggio, dalla propria epoca!? L’altra notte ascoltavo David Foster Wallace in una sua vecchia intervista che mi ha colpito molto, “Perchè – si chiede -  dovremmo vivere le cose quando possiamo semplicemente guardarle” (su uno schermo)?! specialmente il minuto 29 – 30, la sua voce ci giunge da lontano, tagliente sul presente…
http://www.youtube.com/watch?v=DIjS4K2mQKY

Cuantepec, Mexico City, 2004

Cuantepec, Mexico City, 2004

VILe opere di Domingo Milella sono molto quotate. Sei rappresentato in Italia e all’estero da Grimaldi Gavin e Tracy Williams. Qual è esattamente lo stato di salute dell’arte in Italia? E puoi fornirci una panoramica sul mercato italiano verso quello straniero?

DM – Sai Valentina, io non mi occupo di mercato, so solo che al giorno d’oggi io non potrei permettermi alcune delle mie opere. L’Italia, l’Italia, quanta bellezza, intelligenza e storia ma basta guardare l’architettura tragica degli ultimi 50 anni per capirne la natura provinciale, senza senso della comunità, del domani purtroppo, il paese è stato deturpato, non curato, non amato.

Kizildag, monument of Hartapu, Turkey, 2013

Kizildag, monument of Hartapu, Turkey, 2013

Myra, Turkey, 2012

Myra, Turkey, 2012

VIMolti autori della tua generazione sono pubblicati da editori stranieri. Perché in Italia non c’è questa attenzione? Com’è nata l’intesa con Gerhard Steidl?

DM – Se avessi capito come funzionano questi meccanismi, avrei uno studio a Bari, lavorerei con una galleria a Milano, pubblicherei e stamperei i miei libri a Verona. Forse sono anch’io provinciale e diffido dei miei connazionali!? Il mio rapporto privilegiato sia autoriale che culturale con la Germania ha varie ramificazioni. Ho conosciuto Gerhard Steidl quasi dieci anni fa. E’ un’esperienza unica lavorare con lui, andare a Gottingen, pernottare lì. Tutto è pensato per farti concentrare solo sul tuo libro. E’ l’unico editore a disegnare, produrre e stampare i suoi libri nello stesso edificio. Ma la chiave di Steidl è il tempo, tanto tempo, per ogni dettaglio, ogni tipo di carta, ogni dimensione, copertina, costina, immagine, cielo, tempo, anni direi nel mio caso… ma cos’è se non tempo la fotografia?!

Naucalpan, MexicoCity, 2004

Naucalpan, MexicoCity, 2004

VIIl legame con le gallerie ti consente un margine di azione sulla vendita delle tue opere? Chi  sono gli acquirenti di oggi?

DM – Sotto questo punto di vista a me piace la parte relazionale del lavoro. Ho bellissimi rapporti con molti dei miei collezionisti, con alcuni si è anche viaggiato e fatto progetti insieme. Devo dire che sono stato molto fortunato sotto questo punto di vista, ho avuto acquirenti colti e appassionati, collezioni nelle quali avrei solo sognato di poter esser incluso al fianco di miei grandi eroi. Altri giovani, anche miei coetanei con cui si cresce insieme…

Gagliano Castelferrato, Italy, 2007

Gagliano Castelferrato, Italy, 2007

VIStai per presentarci il tuo ultimissimo e inedito lavoro. Praticamente un’esclusiva. Perchè hai scelto di fare immagini e di produrne di nuove? Politicamente a cosa serve l’artista oggi?

DM – In questo lavoro più recente ho deciso di guardare immagini e segni di genti e culture svanite, abbastanza antiche da esser a noi straniere e spesso non decodificate. Mi sembra tutto così transitorio e confuso nel 2014. Trovo che queste culture quasi illeggibili nel tempo ci hanno lasciato gesti poetici forti. Scelsero luoghi bellissimi dove lasciare le loro tracce. Nomi di nomi, re dei re, figli di dei, figli di figli di re, padri, madri, nonni, e figli dei figli, figli di re e divinità. Alla fine anche le scritture Ittite, perse e quasi incomprensibili oggi nelle montagne e nella pietra parlano del vivere umano, dell’ amare e del sopravvivere. Ecco cosa mi muove: la poesia e la vita.

Acitrezza, Italy, 2008

Acitrezza, Italy, 2008

Vorrei chiudere quest’intervista con due immagini di altri artisti, tra sacro e profano.

Sono molto affascinato dal periodo in cui Richter decide negli anni 70 di dipingere solo in grigio, ho visitato pochi giorni fa una stanza con 6 di questi dipinti presso la Beyeler Foundation a Basilea. Il loro silenzio era incredibile, di una gentilezza e richiesta d’ascolto enorme. Una forma di eleganza totale, solitudine e pensiero.
Pochi giorni dopo a Brera, a Milano, invece sono tornato a visitare questa pietà di Giovanni Bellini, dove in una luce grigia e morta, quasi di un crepuscolo impossibile si legge sul parapetto della rappresentazione una complessa frase latina che mi ha colpito molto per poesia e forza:

HAEC FERE QUUM GEMITUS IURGENTIA LUMINA PROMANT BELLINI POTERAT FLERE IOANNIS OPUS
Mentre gli occhi gonfi di pianto quasi emettevano gemiti, quest’opera di Giovanni Bellini poteva piangere.

Grey Paintings » Abstracts » Gerhard Richter

Giovanni-Bellini-Pietá_(1465)

Topada, inscriptions, Turkey, 2013

Topada, inscriptions, Turkey, 2013

Gavur Kale, Turkey, 2013

Gavur Kale, Turkey, 2013

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Domingo Milella è nato nel 1981 a Bari, dove ha vissuto fino all’età di 18 anni. Dopo essersi trasferito a New York, ha studiato fotografia alla School of Visual Arts sotto la guida di Stephen Shore. Ha lavorato con Massimo Vitali e successivamente  Thomas Struth è stato per lui un mentore influente. Attualmente vive fra Bari e Londra. I suoi lavori sono stati esposti alla galleria Brancolini Grimaldi (Londra),Tracy Williams (New York), al Foam Museum di Amsterdam, alla 54°Biennale di Venezia e a Les Rencontres d’ Arles.
Hardcover: 88 pages
Publisher: Gerhard Steidl, 2014
Language: English
ISBN-13: 9783869304878
Product Dimensions: 14.8 × 11 in. / 36,4×28,8 cm
41 photographs
Four-color process
Clothbound hardcover
Essay by Francesco Zanot
Book design by Domingo Milella and Gerhard Steidl

www.steidl.de

www.tracywilliamsltd.com

www.grimaldigavin.com

A cura di Valentina Isceri