Petra Stavast - Libero

Roma Publications, 2009

Il recupero di una serie di fotografie trovate in una casa abbandonata a Sant’Andrea in Calabria, nel sud Italia, è stato il pretesto, lo “startingpoint”, per effettuare una ricerca sulle persone ritratte. La prima volta che mi sono sentita con Petra, mi ha subito toccato la sua volontà di farmi assolutamente riflettere su alcune annotazioni al suo volume, quelle che lei chiama “la parte gialla”.

© Libero by Petra Stavast (Roma Publications, 2009)

© Libero by Petra Stavast (Roma Publications, 2009)

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Come grossi ciottoli sconnessi che compongono le strade di un infreddolito centro storico e sembrano posati apposta per rallentare il passo, così si susseguono le fotografie della Stavast: obbligano a guardarsi intorno, a interrogarsi e, nella loro successione, ad alzare il naso dalla sciarpa per ammirare la complessità di questo seducente libro fatto di reperti articolati dalle cromie polverose. Nell’origine un po’ travagliata di Libero c’è la sua unicità: il ritrovamento da parte di questo importante archivio della memoria in una casa ormai dimenticata da anni: la casa di Delia Greco, ultima abitante della dimora e sorella di  
Libero Gerardo Greco. Con il successivo desiderio di rintracciarne i proprietari, immortalati nelle stesse foto, l’autrice ha creato un paesaggio esclusivamente umano in un susseguirsi di immagini di vario tipo.  L’impressione è proprio quella di visitare una dimora che riflette il tempo che è scorso: di quello che è stato tolto, saccheggiato,  aggiunto o solo spostato. Così, le atmosfere sono parche, tra ricordi forse scomodi e spigolosi.

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© Libero by Petra Stavast (Roma Publications, 2009)

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Nell’aria, sedata al limite del torpore, si insinua un lontano jingle fatto di suoni introversi. Una dolce sensibilità, forse un po’ smarrita dai discendenti di questa famiglia, attualmente trasferitasi nel New Jersey, è però timidamente nascosta dietro al lavoro di una Petra emotivamente e fotograficamente intensa.

www.petrastavast.com

Petra Stavast – Libero pubblicato su LS 18 | Family

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© Libero by Petra Stavast (Roma Publications, 2009)

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INTERVISTA

VICome ti sei ritrovata in Calabria e come hai scoperto la casa?

PS – Nel 2002 sono stata intervistata per il primo progetto (trattavasi di Ramya) da Martin Simek, giornalista e scrittore Ceco (www.petrastavast.com/stavast.mp3 – 58 min, lingua olandese) che aveva vissuto in Calabria con la moglie olandese già da molti anni rispetto ad allora. Lui – di punto in bianco – mi ha invitato al villaggio di Isca sullo Ionio. In realtà mi aveva invitato a visitare il villaggio, non come suo ospite. Poi ha voluto che stessi sola, ospitata da loro, perché aveva la sensazione che il mio lavoro e i miei interessi si sarebbero potuti adattare a quel posto. A questo scopo, aveva rimediato un posto letto per me al centro del villaggio e mi mise in contatto con il dottore, Vito, dato che lui era la persona più influente della zona e che conosceva tutti gli abitati, per la maggior parte sui settant’anni.
Così, mi sono incuriosita e sono andata, senza sapere nulla della Calabria. Mi ha conquistato subito, la bellezza, l’atmosfera totale, anche la tristezza. Io non parlo italiano (tuttora so solo un po’ di calabrese …) e né Vito né nessuno di tutta la gente incontrata parlava inglese. Fatta eccezione per Gina, la moglie di Vito che è un insegnante di inglese. Trascorrevo le mie giornate a passeggiare, a far le visite in casa insieme a Vito, ho lavorato la terra con Gina, visto la sua cucina e fatto molte piacevoli cene con lei e la sua bella famiglia. Ma per quanto mi sentissi a mio agio, non riuscivo a trovare un modo per rappresentare al meglio ciò che vivevo senza essere delusa. Infatti quando ho sviluppato le pellicole una volta tornata a casa mi sono resa conto di aver immortalato dei clichè: signore vestite di nero, rovine, tovaglie al vento con lo sfondo di muri coperti di edera – quel genere di cose. Tornai ogni anno a seguire, a volte due volte, per un mese, girando il mio vago soggetto, guadagnando però un sacco di conoscenze sulla zona (la cucina e la lingua), ma per 4 anni non riuscivo a trovare un “ingresso visivo”. Fino a quando nel 2007 ho sentito parlare di una casa che abbandonata per quasi due decenni, derubata più e più volte e che aveva ancora custoditi degli oggetti di valore, che sembrava come se i proprietari fossero appena usciti ma mai rientrati. Dall’esterno, non si poteva dire che non fosse abitata.

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Sì e no: per me, la casa di Delia in questo stato non è affascinante ma vandalizzata. Mi rende triste che una casa dove si può vedere l’amore dei propri abitanti è stata così brutalmente distrutta.

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© Libero by Petra Stavast (Roma Publications, 2009)

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VILe prime immagini, quelle panoramiche, sono state scattate da un luogo a te molto caro. Ce ne vorresti parlare?

PS – La maggior parte del mio tempo in Calabria ho soggiornato in una piccola e remota casa su per la montagna, un’ ex stalla con solo un letto, un tavolo e un lavandino. Dalla porta si può avere una panoramica sul villaggio e dietro, lo Ionio. La tranquillità di questo spettacolo per me, soprattutto quando è buio, è qualcosa di sacro. Con mia grande sorpresa, quando ho messo il mio treppiedi e la macchina fotografica con lente fissa sul gradino della porta, il villaggio era esattamente inquadrato nel mio mirino. Ho fatto quell’immagine innumerevoli volte dato che non ero sicura di quello che stavo facendo lì, fotograficamente parlando. Quelle erano le uniche immagini, tra le centinaia realizzate nei primi quattro anni, a far parte del progetto.

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© Libero by Petra Stavast (Roma Publications, 2009)

© Libero by Petra Stavast (Roma Publications, 2009)

© Libero by Petra Stavast (Roma Publications, 2009)

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VILibero ha avuto un enorme successo di vendite tanto da essere terminato. Hai conosciuto il pubblico che l’ha acquistato? E se sì, secondo te c’è stata una specie e paradossale spinta legata in qualche modo a un senso di nostalgica appartenenza a ciò che è perduto?

PS – Ho avuto modo di conoscere un sacco di persone attraverso il libro, sia i compratori che quelle persone che mi hanno contattato in quanto  non lo trovano da nessuna parte – ho ancora un sacco di corrispondenza. Oltre agli olandesi e agli italiani, diversi americani hanno comprato il libro, non tutti di origini italiane, ma in molti casi la gente mi ha parlato dei propri antenati, emigrati, di discendenza europea. Quindi credo che in molti casi vi era coinvolto un senso di nostalgia personale, in altri casi invece le persone, come Libero e sua sorella, che non hanno mai visitato la loro patria dopo che i loro genitori erano morti, hanno però sentito un legame forte, una volta  diventati più vecchi e genitori essi stessi. Ma in realtà andare e vedere che cos’è là per loro, è qualcosa di raro. Che secondo me, senza pregiudizio alcuno, è un po’ un paradosso. Inoltre, una cosa che non avevo previsto, era che avevo una mostra in Cina con Libero e lì, a causa del livello alto di migrazione, la storia è stata ben accolta.

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© Libero by Petra Stavast (Roma Publications, 2009)

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© Libero by Petra Stavast (Roma Publications, 2009)

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VIIn Italia è molto forte il concetto di proprietà che sfocia in una fenomenologia connessa alla formazione dell’io e alla dimensione identitaria dell’individuo. Per un italiano è quasi impossibile concepire l’idea di ereditare un’abitazione e di lasciarla in totale abbandono. Tu come hai vissuto quest’esperienza?

PS – In un primo momento, ho trovato incredibile che nessuno si prendesse cura della casa, nè la famiglia né la comunità / il comune. Ma in questo caso, è molto più complesso; dal momento che gli eredi non sono italiani e in nessuna relazione diretta con alcuna della loro famiglia italiana, sono praticamente all’oscuro: come la prima e-mail di Libero (Lee) mostra: pensava che la casa fosse stata donata alla chiesa, non sapendo chi fossero gli eredi. Hanno poca conoscenza della loro famiglia italiana, non c’è contatto, il loro padre era il loro ultimo anello. Quando attraverso il progetto è apparso chiaro che legalmente erano loro i proprietari o almeno potevano diventarlo (la legge italiana, in particolare per i non italiani, è molto complicata) hanno fatto un passo indietro, era troppo per loro. E’difficile da spiegare la questione in poche frasi, è abbastanza complessa. In realtà, il libro esplora questo argomento specifico diventandone il tema principale. Nel mio libro, ho fatto un grande sforzo per spiegare il caso della casa di Delia in relazione a Libero e alla sua famiglia degli Stati Uniti, non voglio elaborare giudizi, ho solo cercato di mostrare ogni lato della storia in una prospettiva personale, ho tentato di offrire la giusta quantità di informazioni necessarie al lettore per comprendere tutti i lati della storia.

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© Libero by Petra Stavast (Roma Publications, 2009)

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© Libero by Petra Stavast (Roma Publications, 2009)

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VIQuesto libro parla anche del fenomeno dei movimenti di migrazione. Dopo sette anni dalla sua uscita potrebbe diventare un nuovo inizio per un progetto antropologico più complesso che indaga in linea generale il vissuto e le trasformazioni delle generazioni scaturite dai migranti degli anni 50… Sai che esiste un importante Osservatorio dei Processi Migratori della Calabria che ha segnalato l’esistenza e la coabitazione di comunità ed espressioni culturali calabresi molto forti in Canada?

PS – In effetti questo è di grande interesse per me e, a partire dall’archivio quasi interamente scomparso di un fotografo con sede a Sant’Andrea, sto lavorando su un nuovo lavoro intorno a quell’argomento. Delia e Libero sr. avevano un’altra sorella, Concetta, che possedeva uno studio fotografico vicino alla casa di Delia ed Enzo. Concetta non si sposò mai e non aveva figli, ebbe un successo che era ben conosciuto nella zona circostante. Sono entrata in contatto con alcune persone emigrate da Sant’Andrea negli Stati Uniti e in Canada, che avevano fatto la propria fototessera per i documenti di viaggio proprio nello studio di Concetta, alla fine degli anni quaranta. Quando lavoravo su ‘Libero’ pensavo che la storia di Concetta non si adattava a quel progetto così l’ho archiviata per un periodo e un contesto più maturi. L’anno scorso sono andata di nuovo nella casa e ho scoperto una manciata di negativi su vetro e alcuni rotoli 4 x 5 mt di tessuto b/n con diversi scenari, che funzionavano come immagine di sfondo nel suo studio. Quest’anno e probabilmente anche nel 2016 lavorerò ulteriormente su questa storia, a partire dallo studio fotografico su cui ho per esempio diverse connessioni terminanti nella stessa comunità all’estero. Non sono sicura di come tutto questo andrà a finire, ma sono curiosa di vedere dove mi porta. Il materiale che ho finora è bello e spero di trovare un modo, insieme alle indagini per farne il ‘progetto antropologico più complesso’ come tu hai ricordato. A dire il vero, non vedo l’ora di vedere dove Concetta mi porterà, oltre il Canada e gli Stati Uniti.

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© Libero by Petra Stavast (Roma Publications, 2009)

© Libero by Petra Stavast (Roma Publications, 2009)

Petra Stavast (1977) è una visual artist olandese. Attraverso  fotografia, film e testi la Stavast dipana e ricostruisce complesse questioni sociali, spesso partendo da un’osservazione personale apparentemente insignificante. Nei suoi libri ‘Cina/S75′ (Roma Publications, 2008), ‘Libero’ (Roma Publications, 2009) e ‘Ramya’ (FW: Books/Roma Publications, 2014 ) porta avanti diversi frammenti di ricerca e li traduce in un avvincente racconto visivo . Il suo lavoro è stato esposto in musei, gallerie, istituzioni e festival culturali in tutto il mondo come il New York Photo Festival, la Fondazione Giuliani Roma, Lishui Photographic Festival Cina e il Stedelijk Museum di Amsterdam. La Stavast ha ricevuto il suo BFA con lode dalla School of Fine Arts  St.Joost, NL . Attualmente insegna presso la School of Fine Arts Utrecht, NL e vive e lavora ad Amsterdam .

His work has been exhibited at, Contemporary Space of Creation (ECCO) in Cádiz, Luis Adelantado Gallery in Valencia, Haskoy Yun Iplik Fabrikasi in Istanbul, La Casa Encendida in Madrid, Museum of Illustration and Modernity MuVIM-Valencia and Museum of Fine Arts Faustino Jorge Bonadeo, Rauch, Argentina.

Hardcover, 200 pages

Product Dimensions: 18×25 cm

Language: English

ISBN  978-90-77459-38-6

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www.petrastavast.com

A cura di Valentina Isceri

Traduzione a cura di Peter Lieberman