Petra Stavast - Ramya

Roma Publications, 2014

Non a tutti è data la possibilità di continuare a vivere dopo la morte. Cerchiamo di sconfiggere tale paura attraverso il sentimento della persistenza. In un certo senso lo esercitiamo attraverso i nostri figli oppure ciò che lasciamo di scritto o costruito durante la nostra esistenza. Per Ramya è rimasto qualcosa di più di un semplice ricordo. La memoria della sua vita si è condensata in un libro. Ramya non è semplicemente un libro di memorie, neanche un libro fotografico o storytelling come va tanto di moda oggi, un campionario di immagini e racconti che spiegano e basta; è un concentrato di sentimenti, di due anime che si incontrano nel flusso della vita, Ramya e l’autrice del libro, Petra Stavast.

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© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

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Ramya è la sua padrona di casa ad Amsterdam. Uno di quei casi strani in cui una convivenza forzata si trasforma in una comprensione tra due donne di diversa generazione. Dal 2001 fino al 2012, anno della morte di Ramya, la macchina fotografica è stata per la Stavast lo strumento per conoscere la vita della sua convivente.

Il libro sembra essere diviso in diverse sezioni che non scorrono semplicisticamente in maniera temporale e diacronica ma paiono seguire più le graduali fasi di conoscenza della Stavast, quasi fosse un tentativo benevolo da parte dell’autrice di far comprendere al lettore il suo percorso e le motivazioni per le quali ha deciso di rendere la storia di questa donna un progetto artistico.

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© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

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All’inizio quindi si incontrano i ritratti di Ramya nella sua abitazione, oltre che scorci della sua casa in cui si rivelano, a egual misura, alcune caratteristiche della sua padrona. In seguito le pagine scorrono attraverso immagini di luoghi realizzate con una macchina a bassa resa, molto differenti dalle prime così precise ed accurate, passando poi a riprese d’archivio e frame video fino a giungere, a chiusura, alla pubblicazione delle memorie vere e proprie di Ramya, come se la Stavast ci volesse dire: ecco, fino ad ora vi ho accompagnato io per mano nella conoscenza attraverso le immagini, avendo dato la possibilità di non farvi dei preconcetti. Adesso è la stessa Ramya a rivelarsi e a mettere tutti i tasselli del quadro al loro posto.

Questa complessità e la costruzione di diversi piani di lettura è dovuta ad una svolta importante nel quadro della conoscenza della Stavast di Ramya ed è la morte stessa della donna che ha portato l’autrice ad avvicinarsi in maniera ancora più profonda al mondo della sua ex padrona di casa. Come si fa per le persone a noi care dopo la loro morte, la Stavast ha messo ordine negli effetti personali della donna scoprendo un suo archivio che ha fatto ulteriore luce sulla sua vita.

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© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

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Da lì si apre un vero e proprio viaggio in un’altra dimensione, quasi un buco nero che ci risucchia nel mondo di Ramya e che ci fa vivere la sua esperienza nel Rajneeshpuram di Osho, nello Stato dell’Oregon, negli Stati Uniti, dove il mistico indiano salutava i suoi seguaci durante le passeggiate in Rolls-Royce lungo la Big Muddy Road, la sua successiva esperienza di analisi con un altro guru dove analizza il suo passato e le sue aspettative per il futuro, fino alle fotografie di Ramya realizzate da un vicino (non si comprende se di nascosto o meno, e che provoca nel lettore un senso di inquietudine) e la successiva carrellata di fototessere di Ramya in diversi periodi della sua esistenza.

La sensazione finale è un misto di tristezza e dolcezza, malinconia e delicato conforto perché in fin dei conti tutto il peregrinare di Ramya nella sua vita ricorda il nostro quotidiano affannarci alla ricerca di qualcosa che ci possa appagare e rendere felici, e cioè la ricerca dell’amore, di qualcuno che ci ami, che in un modo o nell’altro ci faccia rivivere la sensazione di protezione e benessere vissuta all’interno del grembo materno. In questo sta proprio il carattere universale di un’opera d’arte, la capacità di interiorizzare e rendere universale traendo beneficio anche da una storia così unica ed intima. È proprio vero che ogni storia è degna di essere raccontata, tutto sta nel saperlo fare e nel modo in cui si decide di farlo. Ma senza il cuore, l’empatia, il cervello è un mero strumento e l’universale non riesce a rivelarsi.

www.petrastavast.com

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© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

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INTERVISTA

VTCiò che affascina particolarmente sfogliando e leggendo Ramya è il tentativo di immaginare il rapporto personale e intimo che eri riuscita ad instaurare con la protagonista. Ci puoi raccontare come è avvenuto il vostro incontro e come si è creato nel tempo il rapporto tra di voi?

PS – Mentre ero in cerca di una stanza ad Amsterdam, dove mi trovavo nel 2001 per uno stage di 5 mesi, una conoscenza comune ci mise in contatto: Ramya aveva una piccola stanza in più in soffitta che era disposta a subaffittare. La mattina in cui avrebbe dovuto consegnarmi le chiavi, la prima volta che la vidi, si presentò con mezz’ora di ritardo, completamente ubriaca. Mi mostrò la mia camera, mi disse che avrei potuto usare la doccia del suo appartamento visto che non ne avevo una. Non la vidi più per quasi un mese. In quel periodo, inziai un progetto sulla mia stanza in soffitta e anche sul suo appartamento. Osservando la sua casa, le sue cose, aumentò in me la curiosità. E ‘stato emozionante, voyeuristico. Improvvisamente un giorno la incontrai nella sua cucina. [...] Le chiesi se a lei andasse bene che io descrivessi il suo appartamento. C’era una luce meravigliosa e mi sembrò che a lei non suonasse come una domanda così strana. Dopo alcune visite nel suo appartamento, un giorno ci incontrammo e mi offrì una tazza di tè, ci sedemmo una di fronte all’altra e le chiesi se potessi ritrarla. [...]. Accettò anche se non si sentiva completamente a suo agio. Da quel momento in poi, iniziai a ritrarla più spesso, man mano si mostrò più aperta, sembrava più felice mentre all’inizio il suo linguaggio del corpo manifestava quasi una certa ostilità nei miei confronti. Tutto sommato penso che abbiamo avuto delle conversazioni interessanti durante quei 5 mesi in cui rimasi ad Amsterdam. Tuttavia il contrasto tra noi era enorme: la differenza di età era di 30 anni, io avevo vissuto tutta la mia vita fino ad allora in una piccola città mentre lei aveva viaggiato per il mondo, facendo tutto quello che Dio aveva proibito. Ha veramente vissuto la sua vita al massimo, qualcosa che io ho capito di desiderare solo di recente. Finchè ho vissuto con lei, non ho mai pensato di usare quelle immagini per motivi didattici, erano più una sorta di scusa per conoscere Ramya. Qualche mese più tardi, invece mentre mi trovavo a ingrandire delle immagini in camera oscura, quelle immagini mi colpirono oltre che per il suo aspetto anche perchè trasmettevano l’idea di un processo di crescita progressiva di una relazione. E mi sembrava un modo molto onesto di “fare la conoscenza di qualcuno”. Sono stata quindi a trovarla un’altra volta prima dei miei esami finali, per chiederle il permesso di usare quelle immagini per una mostra e un booklet; a lei sembrò una richiesta carina ma stupida: quelle erano le mie foto e l’immagine di lei che trasmettevano non significava molto per lei. E inoltre, quando balbettai che in quelle foto dava l’idea di essere vulnerabile, mi ripose di non avere bisogno di fotografie per conoscere se stessa. Poi scoprì che, durante la sua assenza nel mio primo mese ad Amsterdam, era stata ricoverata in un istituto psichiatrico e quindi, senza che me ne rendessi conto, la avevo seguita nel corso del suo periodo di riabilitazione. Siamo rimaste in contatto da allora. Ho iniziato a viaggiare molto, inviandole lettere da tutti i miei viaggi, lei invece mi inviava belle carte artigianali, immagini, articoli. Sono stata spesso a visitarla, poteva raccontare le storie più divertenti e bizzarre, sparse nel tempo e luogo – era piuttosto confusa, a volte. Siamo diventate buone amiche, ci siamo apprezzate e riconosciute reciprocamente nelle nostre storie e curiosità, le mie proiettate nel futuro, le sue nel passato. Autunno 2012, ormai quasi settantenne, il suo padrone di casa la trovò distesa sul suo divano, dove era morta 5 giorni prima. La prima cosa che ho fatto dopo la notizia fu ritrarre il suo appartamento per l’ultima volta, come un addio. Fu come nel 2001, in silenzio, senza averla lì. Ho finito per svuotare la sua casa insieme al suo vecchio padrone di casa. Era un fotografo dilettante che segretamente aveva fotografato Ramya nel corso degli anni, attraversando la strada di fronte a casa loro. Mi diede un DVD con delle immagini che mi fece avere una nuova visione sulla sua vita quotidiana. Insieme abbiamo scoperto belle foto e di materiale video da una serie di corsi di self-help che seguì negli anni ’80. Inoltre, gli amici che ho incontrato al funerale mi raccontavano storie del suo passato che spesso erano il contrario totale. Dopo un pò, ho deciso di prendere tutto questo materiale più quello che ho raccolto nel corso degli anni e provare a farne una sorta di biografia. Per concludere questo percorso, infine, ho fatto un viaggio impor:tantissimo il luogo dove è diventata Ramya, che era in Oregon in una comune che è stata costruita dai seguaci di Bhagwan (Osho). La comune è esistita dal 1981 fino al 1986. Oggi non ci è praticamente rimasto più niente ma quel posto mi ha comunque trasmesso qualcosa di sacro. Con le immagini della comune ho completato la mia storia realizzando ciò che ritengo essere la mia versione della biografia di Ramya, il mio ricordo di lei in tutte le sue contraddizioni.

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© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

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VTTemi ricorrenti della tua ricerca artistica sono la memoria e la ricerca dell’identità, sia dei luoghi che degli uomini. Si evince infatti che entrambi sono inscindibili e che l’uno è la conseguenza dell’altro. Ci spieghi come nasce in te questa necessità?

PS – La memoria per me è qualcosa di sparso, pezzi diversi che cambiano forma e ordine nel corso del tempo. Così è l’identità, e presumo che l’identità si basi sulla memoria. Entrambe sono sovrapposte, complesse e difficili da districare. È il dipanare questo tipo di complessità che trova il mio interesse e i miei lavori  sono principalmente dei tentativi di riuscirci.

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© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

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VTRamya è un progetto che ha punti in comune con la tua precedente pubblicazione Libero, come la ricerca d’archivio e l’inserimento di immagini ritrovate ma soprattutto una caratteristica comune è la loro lunga gestazione, fino a non essere ancora del tutto conclusa come in libero. Pensi che questa possa essere una prerogativa che contrassegna ogni tua opera?

PS – (ride) E’ sia una prerogativa che un peso: quando qualcosa è parte di me per un periodo così lungo diventa più completa e stratificata ma comporta anche così tanti lati e possibilità che è difficile terminare il processo, il rapporto con il soggetto. Non è mai veramente finito quindi sì, hai veramente ragione e anche se non ne sono sicura, spero che la mia debolezza sia la mia forza.

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© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

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VTLa produzione editoriale sembra essere la conclusione perfetta di ogni tua ricerca artistica. È una scelta che viene fatta da te a priori del lavoro o si prospetta in corso d’opera?

PS – Mentre raccoglievo informazioni e facevo un approfondimento del materiale, ho iniziato a pensare a dei “filoni”, a dei “capitoli “. Quindi, un libro, come tipo di documento, si sposa molto bene con il materiale, come mi sono resa conto da una prima analisi. Ma alcune parti della storia a volte vengono raccontate meglio con altri tipi di media. Così,  contemporaneamente, ho fatto una mostra in cui video e poster raccontano alcune parti della storia che non sono nel libro. Ma da una fase iniziale del processo in poi, sapevo che un libro sarebbe stato parte del progetto.

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© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

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VTAttualmente stai lavorando ad un progetto nuovo? Se si, puoi anticiparci qualcosa?

PS – Sì, sto lavorando a un progetto che nasce dal mio progetto Libero. Libero aveva una sorella, Concetta, che era una fotografa e che viveva alla porta accanto alla casa di Delia (uno dei personaggi principali di Libero). Era single ed era titolare di uno studio fotografico molto popolare all’epoca. Uno dei suoi servizi consisteva nel ritrarre le persone e i documenti di viaggio di cui avevano bisogno per la migrazione verso gli Stati Uniti o in Canada. Il suo archivio è incompleto, ma sono stata messa in contatto con alcuni bambini da parte di persone che avevano i loro ritratti scattati da Concetta subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ho trovato alcuni sfondi dipinti a mano dal suo studio. Sto pensando alla possibilità di legare quella specifica regione, la Calabria, alle regioni verso cui migrarono. È tutto ancora molto vago, ma sto iniziando a trovare una direzione.

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© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

© Ramya by Petra Stavast (Roma Publications, 2014)

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Petra Stavast (1977) è una visual artist olandese. Attraverso  fotografia, film e testi la Stavast dipana e ricostruisce complesse questioni sociali, spesso partendo da un’osservazione personale apparentemente insignificante. Nei suoi libri ‘Cina/S75′ (Roma Publications, 2008), ‘Libero’ (Roma Publications, 2009) e ‘Ramya’ (FW: Books/Roma Publications, 2014 ) porta avanti diversi frammenti di ricerca e li traduce in un avvincente racconto visivo . Il suo lavoro è stato esposto in musei, gallerie, istituzioni e festival culturali in tutto il mondo come il New York Photo Festival, la Fondazione Giuliani Roma, Lishui Photographic Festival Cina e il Stedelijk Museum di Amsterdam. La Stavast ha ricevuto il suo BFA con lode dalla School of Fine Arts  St.Joost, NL . Attualmente insegna presso la School of Fine Arts Utrecht, NL e vive e lavora ad Amsterdam .

His work has been exhibited at, Contemporary Space of Creation (ECCO) in Cádiz, Luis Adelantado Gallery in Valencia, Haskoy Yun Iplik Fabrikasi in Istanbul, La Casa Encendida in Madrid, Museum of Illustration and Modernity MuVIM-Valencia and Museum of Fine Arts Faustino Jorge Bonadeo, Rauch, Argentina.

Hardcover, 224 pages

Product Dimensions: 17×24 cm

Language: English

ISBN  978 94 90119 27 0

Design: Hans Gremmen

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www.petrastavast.com

A cura di  Valentina Trisolino in collaborazione con Valentina Isceri/Kult – Culture Visive

Traduzione a cura di Cristian Cai