Ravi Agarwal - Artista, India

“Down and Out, labouring under globalization”

LS: Lei è un’artista, uno scrittore e un’ ambientalista. Il suo lavoro include la fotografia, il video, l’installazione e l’arte pubblica. Ha anche prodotto con successo un libro fotografico, Down and Out, labouring under globalization (OUP, 2000). Potreste parlarcene?

RA: Il libro é stato un’invenzione di Jan Breman, un noto antropologo del lavoro olandese che per le sue ricerche é stato in India per oltre 40 anni. Lavorarci mi ha condotto dentro le vite e i lavori degli operai e delle loro famiglie costretti a migrare dai villaggi verso le città in cerca di lavoro. Queste persone costituiscono oltre l’85% della forza lavoro indiana e rappresentano la spina dorsale dell’economia nel loro Paese. Ci sono voluti più di tre anni, nell’arco dei quali ho compiuto un affascinante viaggio intimo e personale nelle vite di persone ignote ma che pure sono presenti in ogni aspetto della nostra vita. Ho scoperto l’impossibilità di domare lo spirito umano che sopravvive nonostante le tremende condizioni di lavoro in negozi afosi e cave di pietra superando la politica della loro condizione. É stata un’esperienza allo stesso tempo profondamente politica e umanizzante per me.

LS: Nei suoi film e nella sua fotografia mette insieme il documentario sociale con l’attivismo ambientalista. Si focalizza soprattutto nei settori messi ai margini della società in un paesaggio in rapido sviluppo come quello di Nuova Delhi usando immagini dalla strada, di persone che lavorano e che faticano. Può parlarmi della serie Immersion. Emergence – 24 Images, 2007?

RA: La serie, Immersion. Emergence è il risultato ottenuto al termine di oltre due anni di impegno/lotta con e per il fiume. L’intero corpo dell’opera, che si chiama Alien Waters, è stato ottenuto nel tentativo di cercare una certa familiarità in un paesaggio in così rapido cambiamento nella città con la quale ero cresciuto – il fiume. Al contrario di precedenti corpus, questa volta le fotografie sono venute fuori prive di forme umane anche se dovunque i soggetti sono circoscritti da persone. Il fiume a Delhi è molto inquinato eppure é considerato puro e sacro. Agli indù è stato dato il fiume sacro come fonte primaria di cibo ed è nelle acque di quello stesso fiume che i loro corpi vengono cremati alla loro morte. Il fiume è come una metafora della vita stessa. Le 24 foto della serie sono state scattate nel giro di poche ore e rappresentano la nascita e la morte viste come ciclo del tempo, speranza e prosecuzione della vita

LS: Può dirci qualcosa sulle sue ‘personal ecologies‘? 

RA: Credo intimamente che siano l’esperienza di noi stessi e le relazioni che instauriamo con ciò che ci circonda a creare la vita. Questa è vissuta come un insieme di esperienze interiorizzate e ci porta ad assumerci le nostre responsabilità verso ciò che accade attorno a noi, a partire dal nostro io per arrivare poi a quello di chiunque altro. In fin dei conti credo che la dimensione politica sia inglobata in quella personale.

LS: In che modo arriviamo a “conoscere” la natura? Mi riferisco a The Sewage Pond’s Memoir, il film con cui ha contributo all’esibizione collettiva ‘After the Crash’ allestita all’ Orto Botanico Museum (Project of ISWA European Project – 2011)

RA: Penso che le nostre concezioni della natura siano molto complesse e allo stesso tempo fondamentali per la nostra esistenza. Vengono infatti continuamente formulate e riformulate. Sembra che noi concepiamo la natura come qualcosa che si trova al di fuori di noi, e che possiamo conoscere solo per mezzo di una profonda esperienza. La separazione, cioè, ci fa percepire la natura come qualcosa di “altro da noi”, siamo con lei in un rapporto di dualità. Contemporaneamente abbiamo però anche una conoscenza della natura che ci arriva attraverso le nostre mitologie e memorie. L’idea di natura che ci ha reso  la cultura illuminista è quella di una serie di leggi e teorie, l’idea di un assoluto. Ma come dice Bruno Latour, noi siamo esseri sociali e in quanto tali co-creiamo le nostre idee di natura. Ho conosciuto uno scienziato nucleare che si reca in un tempio a pregare prima di ogni grande evento. Purtroppo oggi noi pensiamo alla natura sempre di più come a una risorsa da sfruttare e da depredare. Il film è un riflesso di tutto ciò, concepito come un mito personale sul corso d’acqua diventato un canale di scarico in una foresta che ho aiutato a proteggere.

LS: Mi dica qualcosa a riguardo dell’ultimo progetto che ha co-curato. Sto parlando di Yamuna – Elbe. Progetto di arte pubblica basato sui due fiumi Yamuna e Elbe a Delhi e Amburgo.

RA: Il progetto esteso Yamuna.Elbe.Public.Art. é stata un’impresa durata un anno partita da un invito da parte del Comune di Amburgo e del Goethe Institute. I progetti ad Amburgo e Delhi sono effettivamente partiti tra Ottobre e Novembre 2011. L’idea era quella di pensare a due fiumi molto diversi in due città molto diverse. È stato un intenso esercizio quello di concepire dei fiumi in termini di cultura, progresso ed economia. Il Yamuna vuole essere come l’Elba, anche se l’Elba rimane tuttora un problema aperto. È come un dio imperfetto.  La domanda é la seguente: Nel ventunesimo secolo, mentre si pensa di nuovo alla sostenibilità come a un’idea cardine, fino a che punto il progresso é in grado di rispondere alla domanda dell’“ecologia?” Cosa succederebbe se sostituissimo l’economia con l’ecologia?

LS: Cos’é il fiume per lei?

RA: Per me é il luogo in cui sono cresciuto, in cui ho visto un uccello per la prima volta – una ballerina dalla coda bianca – da birdwatcher in erba quale ero, e dove sono stato a guardare le acque scorrere e trasportarmi attraverso il tempo e lo spazio. Per me é un sollievo, una terapia, qualcosa che mi ricorda la mia mortalità. 

LS: Può dirmi qualcosa sugli artisti che hanno preso parte al progetto?

RA: C’erano due siti per il progetto – i fiumi ad Amburgo e il lungofiume a Delhi. Due artisti indiani sono venuti ad Amburgo e noi abbiamo messo su uno Yamuna Show lì. A Delhi c’erano 5 artisti indiani e 5 artisti tedeschi. Ogni lavoro aveva un sito specifico. Gli artisti hanno molta esperienza in lavori che hanno come idee di fondo l’ecologia e la natura nelle loro diverse forme – sociale, politica, ecologica e mitologica. A Delhi hanno evocato il fiume in diversi modi e hanno creato un’idea di fiume che va oltre i soliti discorsi su quanto pulite/inquinate fossero le sue acque. Sheba Chhachhi, per esempio, ha creato un’installazione multimediale sull’acqua che immaginava il fiume come una dea, mentre Gigi Scaria ha costruito un’enorme fontana d’acqua, come una torre urbana, per dare l’idea della ripulitura delle acque inquinate. Nana Petzet ha lavorato con un naturalista per creare un piccolo bioparco sul posto (Tutte le opere possono essere viste al sito www.yamuna-elbe.de). Tutte queste cose, ma anche molte altre, hanno aiutato a ripensare alla complessità del fiume come a un sistema ecologico invece che semplicemente a un canale d’acqua. Il progetto serviva anche a pensare agli spazi pubblici come a delle idee politiche contestabili dove cominciano ad apparire i limiti dello stato/pubblico.

LS: Secondo te qual’é o quali sono le immagini più iconiche e rappresentative (stiamo parlando di due città internazionali) del Yamuna Elbe project?

RA: Per me l’immagine più rappresentativa é la visione del lungofiume stesso. Quel fiume “inquinato“ che tutte quelle opere hanno reso “bello“.


LS: Posso immaginare quanto lavoro ci sia voluto per realizzare un progetto così importante. Che impressioni avete raccolto dai visitatori?

RA: La maggior parte delle persone a Delhi il fiume non l’ha nemmeno visto! Comunque a Delhi non c’é solo un “pubblico“, ma molti. Il sito é stato scelto per fornire una via d’accesso al lungofiume ma anche in quanto idea politica per il futuro della città visto che quello é il luogo in cui nel 2004 più di 100.000 persone sono state rimosse e non c’é nessuna passeggiata sul lungofiume come era stato proposto. Il sito del progetto é inoltre il luogo in cui é stato costruito il primo ponte nel 1866. Sotto molti punti di vista far rivivere il fiume come un’immagine era importante e da quello che ho sentito e letto, la gente é rimasta sorpresa da questo inaspettato paesaggio entrato a far parte della loro città. Abbiamo creato anche vari progetti che hanno coinvolto scuole, giovani, musicisti, accademici ecc, proprio per portare la gente al fiume. In una città di 17 milioni di persone nulla di ciò che puoi fare é mai abbastanza, ma credo sia stato un buon inizio!


LS: Qual’é la sua relazione con l’architettura e con la città?

RA: La città é un’eredità vivente da oltre 1000 anni. È in costruzione e ricostruzione senza sosta. Ci puoi trovare elementi di architettura dell’XI secolo accanto a elementi del XX secolo. Comunque mi sento più strettamente legato ai paesaggi e agli spazi aperti cittadini, soprattutto da quando l’architettura li usa con un senso di forma e proposta. Purtroppo l’architettura contemporanea a Delhi ha prodotto una moltitudine di stili e forme. L’ultima tendenza é quella di alloggi prefabbricati senza anima che non danno alcuno spazio alla natura e sono al contrario estremamente freddi e interamente cementificati. Ovviamente questa é una conseguenza degli elevati prezzi dei terreni edificabili, del cambiamento degli abitanti e delle nuove forme di famiglia e interazioni sociali. Tutto ciò da comunque l’idea di qualcosa di alieno.

Sono convinto che la vita sia il frutto delle nostre esperienze e delle relazioni che abbiamo instaurato con quello che ci sta attorno. Questa esperienza viene interiorizzata e ci porta ad assmersi personalmente la responsabilità di cio che accade intorno a noi . Anche la politica fa parte dell esperienza personale e vice versa.

 

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Intervista a cura di Camilla Boemio

Traduzione a cura di Mirco Pilloni