Max Pam – Fotografo, Australia

“Going East” and “Ramadan in Yemen”

LS: Fa qualche particolare ricerca sul territorio mentre sta lavorando a un suo progetto?

MP: No, sviluppo semplicemente una sensazione per il luogo in cui sto andando, riguardo a ciò che vorrei portare via con me da quell’esperienza. Il resto dell’esperienza è soltanto un dispiegarsi appassionante di eventi casuali, come nel film Sanjuro di Akira Kurosawa, quando il personaggio interpretato da Toshiro Mifune arriva a un incrocio nell’entroterra giapponese e lancia un bastoncino in aria per determinare quale direzione debba prendere. Quando sono stato in Madagascar sapevo che volevo fotografare corpi femminili del Madagascar, volevo quel tipo di esperienza rivelatrice e in parte l’ho ottenuta, ma quel lavoro è stato costruito soltanto con il 10% delle foto che ho fatto in Madagascar. Quel libro/diario sarà pubblicato da Intellect Press il prossimo mese (si veda il jpg).

 

From 'Contingency in Madagascar' – Madagascar (2003)

From 'Contingency in Madagascar' – Madagascar (2003)

From 'Contingency in Madagascar' – Madagascar (2003)

 

LS: Come evolvono i suoi progetti a partire dal momento in cui inizia a scattare? E quanto è importante per lei il lavoro preparatorio?

MP: Il lavoro preparatorio fondamentale è scegliere quale apparecchio portare. Nel mio prossimo viaggio porterò la mia vecchia fedele 66 con pellicola in bianco e nero, e sarà la prima volta che scatto in bianco e nero dopo il 1999.

LS: Ogni luogo è pieno di significati, memorie e storie particolari. Considerando la complessa relazione tra Est e Ovest… Che cosa ha significato per lei fotografare in Oriente?

MP: Negli ultimi 30 anni sono tornato a lavorare sul campo in Asia in modo consistente, e ciò è stato fonte di ispirazione per la mia vita. La produzione visuale che è risultata da questi diversi viaggi di auto-scoperta in Asia è una narrazione autobiografica. In quanto fotografo io racconto delle storie, ed è il linguaggio visivo della mia storia che ha costituito le basi di una trilogia di lavori sull’Asia in forma di tre libri: Going East [Verso Est], Indian Ocean Journals [Diari dell’Oceano Indiano] e Atlas Monographs [Monografie in forma di Atlante].

 

From 'Contingency in Madagascar' – Madagascar (2003)

From 'Contingency in Madagascar' – Madagascar (2003)

 

LS: A proposito del suo lavoro ‘Going East’… Com’è iniziato il progetto? Quanta importanza attribuisce agli aspetti sociali e politici di ciò che mostra?

MP: Questo libro è dedicato alla mia gioventù, alla rivelazione dell’Asia negli anni Settanta e alla scoperta di me stesso come fotografo. È un lavoro sul teatro di strada e sul mio amore per la densità della popolazione in Asia. L’Asia garantisce quasi sempre un quorum di spettatori/pubblico. I principali attori sono lì pronti anche perché sono interessati a me, un nuovo attore proveniente da un’altra cultura, come io sono interessato a loro. La curiosità reciproca è ribadita dal contatto tra gli sguardi, e quasi subito dopo questa intesa silenziosa cominciamo a recitare. Inquadro il palcoscenico con la mia macchina fotografica, recitiamo tutti secondo i nostri ruoli, e li conosciamo bene, stiamo rappresentando le nostre vite. Anche la partecipazione del pubblico è una caratteristica della situazione, ci sono dei commenti, la macchina fotografica si muove verso di essi, una breve stagione di teatro di strada si compie su una base completamente collaborativa.
Buona parte della mia produzione di immagini negli anni Settanta era alimentata dall’essenza del teatro. Le immagini che ne sono risultate sono spesso momenti decisivi, o immagini guidate dal concetto di interesse umano, sembrano più dei fotogrammi cinematografici scartati, senza dubbio in parte risultato dell’influenza, più che passiva, che il cinema ha avuto sulla mia evoluzione di artista visivo. Questa influenza mi ha anche aiutato ad avere a che fare liberamente con la comprensione visuale condivisa dal pubblico asiatico, insolitamente avvezzo al cinema, per le strade. Gli aspetti socio-politici di questo lavoro sono un tentativo nel libro, descrivono la mia versione delle principali strade dell’Asia con una particolare inclinazione umanista. Non sto facendo un resoconto sull’Asia. In senso classico, il lavoro è profondamente personale. Quando viene visto come un lavoro d’insieme mi aspetterei che le persone traessero le loro conclusioni su dove il libro le porta.

 

From 'Going East' – India (1971)

From 'Going East' – India (1971)

 

LS: Come ha scelto le località che ha fotografato in queste serie, e cosa la ha motivata a includere le persone in queste immagini?

MP: Poiché il lavoro è autobiografico, moltissime immagini descrivono i piccoli hotel lungo la strada, gli altri che vivono e lavorano negli hotel, e poi i passaggi tra la grande esperienza turistica, le serie di incidenti sulla via per visitare il Taj Mahal, la camminata di 500 km da Manali a Ladakh per fare esperienza dell’altopiano tibetano. I 3 giorni di autobus fino a Katmandu, le 3 settimane a piedi nell’Annapurna Himal.

 

From 'Going East' – India (1971)

 

LS: ‘Ramadan in Yemen’ è il suo diario di viaggio più recente e il suo primo libro fotografico per l’editore francese Bessard, e documenta il suo viaggio di tre mesi del 1993 nello Yemen. Ci potrebbe dire qualcosa di più sulla realizzazione di questo libro (grafica, note scritte a mano, testo in arabo, schizzi, …)?

MP: Se apprezzi la cultura araba, allora lo Yemen è il posto ideale da visitare. Sono arrivato nello Yemen con un ragionevole riconoscimento di quanto sia semplicemente appassionante viaggiare nelle e attraverso le culture islamiche. All’età di 21 anni ero già stato in Iran, Turchia, e Iraq. I miei viaggi in Afghanistan all’inizio degli anni Settanta sono stati tra le più belle esperienze di quando avevo tra 20 e 30 anni. Quando Pierre di Editions Bessard mi ha invitato a pubblicare con lui, sapevo che il libro sarebbe dovuto essere il diario dello Yemen. Per questo lavoro non avrei potuto trovare un editore migliore e più sensibile. Pierre ha lavorato sodo e con dedizione incredibile per ottenere la corretta sfumatura di colore delle pagine del diario, con tutte le sue annotazioni e gli elementi grafici colorati sovrapposti. È difficilissimo riuscirci quando la priorità assoluta è avere un perfetto bilanciamento dell’intensità tra bianco e nero per le fotografie monocromatiche. Siccome Pierre è sia un artista che un editore, è capace di raggiungere una straordinaria qualità di stampa. La sua produzione della custodia a guscio esterna, che contiene il libro vero e proprio, è un bellissimo oggetto di per se stesso, anche se rischia di passare inosservato. Questo è il classico esempio di come un fotografo possa lavorare con un editore e vedere che il proprio lavoro si rafforza durante il processo.

Sono sempre riuscito a farmi accogliere positivamente nei paesi islamici, specialmente in Medio Oriente. Sono arrivato in quei luoghi senza averne una conoscenza diretta e senza l’abilità di parlare la lingua, eccetto per il caso dell’Indonesia. Ho letto moltissimo sull’Islam e sulle sue origini per comprendere più a fondo quelle esperienze giovanili, l’etica e il cerimoniale di ciò che avviene per strada, la sobria estetica islamica impiegata in modo così consistente nell’arte sacra, la calligrafia e l’architettura, la musica e la cucina.

 

From 'Ramadan in Yemen' – Yemen (1993)

From 'Ramadan in Yemen' – Yemen (1993)

From 'Ramadan in Yemen' – Yemen (1993)

From 'Ramadan in Yemen' – Yemen (1993)

 

LS: Attualmente lei insegna Photomedia alla Edith Cowen University di Perth, in Australia. Partendo dalla sua esperienza: quale è il limite fino al quale è possibile insegnare la fotografia?

MP: Insegnare il mezzo fotografico a livello universitario è un’esperienza davvero ricca di soddisfazioni. È un lavoro che nutre direttamente anche la mia stessa produzione visiva. Ciò che fotografo è ciò che l’università riconosce come la mia ricerca. Mi viene dato il tempo di cui ho bisogno e, per progetti importanti relativi a qualche libro, anche il supporto finanziario per portare avanti la ricerca.

 

From 'Supertourist'

 

LS: A costa sta lavorando attualmente, per quanto riguarda la sua fotografia?

MP: Al momento sto lavorando a un libro sulla Birmania. È uno studio longitudinale iniziato con il mio primo viaggio lì nel 1973, e continuato nel 1975 e nel 1994. Ho ancora bisogno di un altro viaggio sul posto per completare questo lavoro. Ho anche un libro che sta per uscire alla fine di quest’anno: è molto grande, circa 350 pagine, e sarà pubblicato da T&G Publishing di Sydney, la stessa casa editrice che ha pubblicato Atlas Monograph.


www.maxpam.com

Intervista cura di Gianpaolo Arena

Traduzione a cura di Francesco Bergamo