Nicholas Hughes - Fotografo, Inghilterra

“In Darkness Visible”

LS: Quale artista o quale poetica la hanno influenzato più di altri? Quali sono le radici del suo lavoro?
NH:
La mia ispirazione nasce innanzitutto dalle parole o dall’ascolto di artisti quali Seamus Heaney, Elvis Costello, così come Henry David Thoreau e Junichiro Tanizaki, penso a quel che dicono sulle virtù del vivere quieto. Per quanto riguarda le arti visive hanno il loro ruolo Turner e Mondrian così come il mio amico pittore dallo spirito libero Raf Appleby. Comunque le radici del mio lavoro sono da ricercare nel disastro di Chernobyl e nelle conseguenze che nel periodo successivo investirono le regioni montane del nord del Galles: la mia crescente consapevolezza dei problemi ambientali e la minaccia che grava sul mondo naturale mi hanno portato a sentire il bisogno di esplorarne le conseguenze e fare delle mie valutazioni.

 

© Nicholas Hughes - Edge (Verse II) #2 (2004)

 

© Nicholas Hughes - Edge (Verse II) #23 (2006)

 

LS: Ci sono anche dei fotografi ad averla ispirata o influenzata?
NH:
Mi sono confrontato con il pensiero del fotografo americano John Phal e col suo desiderio di avvicinarsi alla realtà nel modo più sottile, per cui, piuttosto che presentare semplici scene di distruzione, ha scelto, ad esempio, di mostrare la minaccia della centrale nucleare di Three Mile Island immersa in una luce gloriosa.

 

© Nicholas Hughes - In Darkness Visible (Verse II) #1 (2006)

© Nicholas Hughes - In Darkness Visible (Verse II) #3 (2006)

 

LS: Come si evolvono i suoi progetti dal momento in cui inizia a scattare? Quanto è importante il lavoro preparatorio?
NH:
Considero fondamentale lasciare che una sequenza di immagini si sviluppi a partire da un luogo. Questo può avvenire a partire da cambiamenti nel luogo fisico o dal raffinarsi del concetto e della mia risposta intellettuale a un ambiente: fa parte dell’assorbimento di un luogo nel tempo e attraverso le stagioni. Di solito un lavoro svolto negli anni precedenti viene rivisitato e reinterpretato alla luce delle nuove conoscenze acquisite.

A partire dalle questioni che mi pongo e attraverso l’osservazione cerco dei punti di partenza che siano in relazione con la mia posizione filosofica, attraverso l’esperimento cerco di farle evolvere in nuove modalità di rappresentazione. Il mio modo attuale di lavorare si basa meno sulla registrazione della luce e delle forme esistenti ed è una conseguenza di come forzo certe apparenze ad aderire al mio soggetto. Con una macchina fotografica e una camera oscura questo processo può risultare più lungo che per un pittore.

 

© Nicholas Hughes - In Darkness Visible (Verse I) #17 (2007)

© Nicholas Hughes - In Darkness Visible (Verse I) # 11 (2007)

© Nicholas Hughes - In Darkness Visible (Verse I) #10 (2007)

 

LS: Ha un modo di lavorare ben preciso che segue per ogni serie o è differente per ogni progetto? Cortesemente ci illustri il suo modo di operare e quali sono i temi che caratterizzano il suo percorso artistico.
NH:
Tutto il mio lavoro è sostanzialmente una variazione intorno ad un singolo tema: la rappresentazione visiva del rapporto che l’uomo intrattiene con la natura. Nella pratica artistica contemporanea c’è una tendenza a mettere in evidenza la distruzione dell’ambiente da parte dell’uomo: la difficoltà sta nel portare avanti questo discorso senza allontanare il pubblico. Ci sono molte immagini di habitat distrutti che tuttavia sono ignorate per una sorta di saturazione comunicativa. Per me è una sfida ancor più grande creare una risposta ancor più riflessiva attraverso il modo in cui io ho scelto di tirar fuori immagini dal processo analogico.

Nelle mie intenzioni c’è l’idea di trovare dei punti di partenza, poetici, che parlino di una natura ancora, seppur in parte soltanto, selvaggia, al fine di offrire una visione un po’ più ottimistica. Sebbene questo possa essere caricato di significati politici, il mio obiettivo è arrivare alla verità attraverso un percorso meno diretto. Ricercando una risposta il più possibile sensoriale intendo convincere della bontà del preservare ciò che resta.

La maggior parte del mio lavoro sul paesaggio esclude appositamente eventuali segni della nostra esistenza, preferendo invece concentrarsi su quel che risiede nella psiche. Si potrebbe dire che voglio ottenere un’impressione più ampia della stessa immagine inquadrata, qualcosa che risuoni con lo spettatore, un lavoro ideale che comporti anche un livello di contemplazione, di silenzio. Direi una zona indistinta piuttosto che un significato fissato troppo rigidamente.

Cerco di non restringere troppo i parametri del mio approccio così da non limitare il potenziale creativo del risultato, anche quando si tratta di un territorio geografico che ho intenzionalmente delimitato in una sua più piccola porzione, continuo a lavorare con i tradizionali apporti del grande formato, della pellicola e della camera oscura.

 

© Nicholas Hughes - Field (Verse II) #4 (2007)

© Nicholas Hughes - Field (Verse I) #1 (2008)

 

LS: Una tra le cose più significative è l’uso della luce; quanto la luce è in grado di contribuire alla creazione di una storia? C’è qualcosa di speciale che la guida e la ispira nel creare un certo effetto, una certa sensazione?

NH: Per il mio lavoro l’uso della luce costituisce qualcosa di fondamentale: l’obiettivo è quello di intensificare il livello di contemplazione. Gran parte della nostra vita siamo distratti e preoccupati dalla routine quotidiana, senza rallentare e dedicando così poco tempo ad osservare la bellezza che ogni giorno ci si presenta; la luce può tirarci fuori da questa condizione. Allo stesso modo ci sono anche all’interno dell’oscurità delle qualità che possono ottenere lo stesso effetto: una controbilancia l’altra, entrambe sono necessarie.

 

© Nicholas Hughes - Field (Verse II) #4 (2009)

 

LS: Come si avvicina al paesaggio mentre sta lavorando ad un progetto?
NH:
Con rispetto e curiosità e, idealmente, vivendo all’interno di esso. In un mondo dove ogni singolo centimetro è documentato e accessibile via satellite è importante riscoprire ciò che ci è familiare. Nel passare in rivista ciò che mi circonda da più vicino, presto attenzione alla plasticità che può essere ottenuta attraverso una macchina fotografica e, al tempo stesso, cerco di ridurre quanto più possibile il mio impatto sull’ambiente.
Progressivamente ho affinato il mio approccio passando dai brevi tragitti in autobus che compievo nel centro di Londra ai luoghi nei quali ho realizzato la serie In Darkness Visible, lavorando esclusivamente nelle mie immediate vicinanze o a pochi passi da casa mia. Da lì parte un continuo processo di osservazione, generalmente secondo cicli di due anni, in cui assorbo ciò che mi circonda e stabilisco un contatto con ciò che fa risuonare i miei sensi. Il luogo in cui ho realizzato Field è stato scelto per la sua lontananza, al fine di investigare ciò che resta della nostra idea di deserto contemporaneo.

 

© Nicholas Hughes - Field (Verse III) #3 (2009)

 

 

LS: Quanto è influenzato dai luoghi nei quali è cresciuto?
NH:
Come dicevo poc’anzi, la minaccia rappresentata da Chernobyl nel luogo dove sono nato, il nord del Galles, è stata un momento di svolta nel comprendere la precarietà e la vulnerabilità dell’ambiente nel quale vivevo; questo è accaduto prima che l’estensione dello spazio offerta da altipiani o orizzonti sconfinati lungo le coste rimanessero dentro me. Nelle isole britanniche ci sono solo dei frammenti di terre intatte e inalterate e la maggior parte si trovano proprio nel nord del Galles.

LS: Quale sarà il suo prossimo progetto?
NH:
Terminando Field – Verse III sono diventato più consapevole alla temporalità di tutto. Una seria malattia aveva reso più profonda la mia comprensione del superfluo. Pertanto ho deciso di portare i miei attuali interessi alla loro logica conclusione. Parte della mia attenzione è dedicata alle proprietà della luce e della polvere per cui raccolgo e sperimento materiali che esprimano la fine patina della nostra esistenza. Ho coinvolto persone che vivono in diverse parte del mondo per aiutarmi in questo lavoro senza che debba io stesso recarmi in quei luoghi. Allo stesso tempo sto lavorando su Aspects of Cosmological Indifeerence, una allegoria post-apocalittica del rinnovamento della natura nonostante la nostra follia. C’è una continuità con il lavoro precedente, l’uno influenza l’altro. Il lavoro dovrebbe essere esposto alla Photographer’s Gallery di Londra e presso la Naylia Alexander Gallery di New York il prossimo anno.

 

© Nicholas Hughes - Aspects of Cosmological Indifference - Eternity Now (2009-2011)

 

LS: In qualche modo il suo lavoro mi ricorda quello di un musicista inglese contemporaneo, Richard Skelton (A Broken Consort, Carousell, Riftmusic…). Lo conosce? E qual è la musica che preferisce?
NH:
Non conosco Skelton ma l’ascolterò. Attualmente sono molto preso dall’ Anello dei Nibelunghi di Richard Wagner: sono affascinato da come egli intenda realizzare un mondo trascendente e mitico, un posto dove vigono valori molto diversi da quelli della cultura materialista dominante, allora come oggi. Per il resto è difficile essere esaustivi, generalmente preferisco un genere di musica capace di creare un’atmosfera o una forte emozione e se ho voglia di cose diverse mi sintonizzo su Radio Paradise. http://www.radioparadise.com/rp_2.php?#name=Home

 

www.nicholas-hughes.net

Intervista a cura di Gianpaolo Arena
Traduzione a cura di Sergio Tranquilli