Hiroshi Watanabe - Fotografo, Giappone

“Ideology in Paradise”

LS: In passato lei ha usato esclusivamente il bianco e nero mentre nel progetto ‘Ideology in Paradise’ ha utilizzato il colore. Potrebbe spiegarci il motivo di questo cambio di rotta?

HW: Il mio mezzo d’espressione principale è sempre stato e credo continuerà ad essere il bianco e nero, principalmente perché mi piace il processo di realizzazione che va dal negativo alla camera oscura, e inoltre perché mi intriga a livello estetico. Quando ho cominciato col progetto nord coreano, tuttavia, ho pensato che le immagini in bianco e nero potessero apparire come quelle vecchie fotografie dei documentari sociali il che, negli osservatori poteva creare dei rimandi ai periodi bui del passato. Questo è d’altronde il modo in cui comunemente si è sempre immaginata la Corea del Nord. Io non volevo farmi influenzare da questo modo di immaginare le cose e volevo tenere una posizione di distacco rispetto a quanto avrei potuto vedere una volta arrivato lì. Sapevo inoltre che la Corea ha una cultura negli abiti e negli spazi comuni molto colorata e non volevo assolutamente perdere questi aspetti nelle mie fotografie.

 

@ Hiroshi Watanabe

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LS: In ‘Ideology in Paradise’ lei esplora la Corea del Nord e i miti di questa nazione. Queste immagini sono ricchissime sia per il loro contenuto che per il loro valore estetico, e riescono a offrire all’osservatore un punto di vista proiettato su un momento nella vita di quei luoghi catturato con un assoluto rispetto che appare tangibile in tutta la serie. Potrebbe parlarci di questo aspetto?  
HW:
Come ho già accennato nella risposta alla domanda precedente, avevo della Corea del Nord un’idea molto negativa, soprattutto dopo essere stato letteralmente bombardato da raffiche di notizie negative in proposito. Questo modo di presentare e vedere le cose pareva dare della Corea un’immagine definitiva e universale. Il mio primo impegno per ogni progetto che comincio è quello di stare alla larga quanto più possibile da questi “luoghi comuni” per cercare di guardare le cose proprio come le vedo io senza ribaltare su di esse credenze e concezioni comuni, e cercando di evitare perfino le mie credenze e i miei preconcetti. In poche parole ho cercato di vedere le cose così come sono, per quello che si rivelavano essere, senza il filtro della mia interpretazione.

 

@ Hiroshi Watanabe

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LS: C’é un’immagine in questa serie che amo particolarmente: “Singers”. Potrebbe parlarcene?
HW:
Stavo assistendo ad uno spettacolo in un teatro, in un posto chiamato Pyongyang  Schoolchildren’s Palace.  È un luogo in cui molti studenti si ritrovano nel dopo scuola e si dedicano a varie attività come la recitazione, la musica, la danza, la pittura, l’informatica e lo sport. Questi ragazzi si impegnano veramente tanto in quello che fanno e sono veramente bravi. Sono rimasto colpito dalla loro dedizione e serietà.

 

 

@ Hiroshi Watanabe

 

 

LS: Può parlarci anche di “Kim Il Sung Poster & Three Boys” e di “Songdowon International Children’s Camp”?
HW:
“Kim Il Sung Poster & Three Boys” é stata scattata in un padiglione nel giorno dell’Army Day (la festa dell’esercito) a Pyongyang.  Nel padiglione c’erano moltissime bancarelle e tutte erano decorate con così tanti fiori che sembrava di essere in un festival di botanica piuttosto che ad un evento politico.

“Songdowon International Children’s Camp” è, secondo la spiegazione che mi é stata data, un’area dove tutti i bambini provenienti da ogni parte del mondo possono recarsi e praticare una serie di attività culturali e sportive molto divertenti. C’è una sorta di dormitorio, un grande parco giochi e un porticciolo. Non ho visto nessuno straniero ma c’erano molti bambini coreani. Una ragazzina che mi ha fatto da guida stava in piedi tutta fiera di fronte a un murale che rappresentava la penisola coreana interamente dipinta di rosso come se fosse un unico Paese.

 

@ Hiroshi Watanabe

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LS: Può dirci qualcosa sui ragazzi in Corea?

HW: Sono rimasto colpito dal fatto che molti adolescenti, compresi gli studenti vanno in giro truccati, e questo dappertutto, anche nei parchi e nelle scuole. Questa realtà ha completamente rovesciato l’immagine di una gioventù coreana povera e oppressa che avevo prima del mio viaggio.

 

@ Hiroshi Watanabe

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LS: Quali sono state le sue prime influenze?

HW: Le mie prime influenze sono i vecchi maestri come Robert Frank, Diane Arbus, Walker Evans, Richard Avedon e August Sander, ma mi ispirano molto anche i nuovi talenti come Alec Soth, Roger Ballen, Pieter Hugo, Raymond Meeks, … ce ne sono così tanti.

LS: Qual é stata la sua esperienza nella pubblicazione dei suoi lavori su libro?

NH: Mi piace lavorare su libro, é diverso rispetto al processo di fare ed esporre delle stampe singole nelle varie gallerie. Mi obbliga a concepire ogni progetto come qualcosa di finito. Per poter essere pubblicati, infatti, ogni libro deve essere qualcosa di completo o almeno deve giungere ad una sorta di conclusione. Mi piace anche il processo di creazione stesso insieme al fatto che coinvolga molte persone da cui imparo a guardare al mio lavoro da un’altra prospettiva. L’unico problema è che ci sono un’infinità di libri fantastici, sia a livello visivo che a livello di contenuti che vengono pubblicati in continuazione e così non faccio altro che notare i difetti dei miei.

 

@ Hiroshi Watanabe

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LS: I suoi progetti futuri?

HW: Attualmente sto lavorando ad un progetto nel quale sto fotografando artefatti che provengono dai compi di concentramento giapponesi della seconda guerra mondiale. Il lavoro verrà esposto per la prima volta in Giappone il prossimo settembre. Se siete interessati leggete qua sotto.

 

Nel 2009 ho ricevuto l’incarico dal San Jose Museum of Art. Il progetto consisteva nel fotografare la Japantown della città. Mi era stato detto che potevo fotografare qualsiasi soggetto a patto che avesse una relazione con Japantown. Prima che arrivassi a San Jose, il SJMA mi ha fornito I nomi di alcune persone chiave all’interno della comunità. Una di queste persone era Jimi Yamaichi, direttore e curatore del Japanese American Museum di San Jose. Questo museo locale era temporaneamente chiuso per lavori di rinnovo. Quando ci incontrammo gli chiesi quali fossero i pezzi esposti nel museo e lui mi disse che erano nel magazzino. Aprì la porta e mi disse di seguirlo. Il deposito era pieno di scatole di cartone e lui mi spiegò che dentro quelle scatole c’erano oggetti che provenivano dai campi di concentramento dove i giapponesi venivano rinchiusi durante la guerra. In quelle scatole c’era una serie di oggetti che i deportati avevano utilizzato o costruito durante la loro deportazione.

Rovistando tra i vari oggetti vidi un fermaglio a forma di fiore e osservandolo meglio notai che il fiore era fatto di piccole conchiglie. Jimi mi spiegò che molti campi di concentramento erano situati sui letti prosciugati di quelli che migliaia di anni fa furono laghi. Disse che se si scavasse sotto la superficie si troverebbero moltissime conchiglie e che per il fatto che non era permesso a nessuno di uscire dal campo, quelle persone utilizzavano qualsiasi cosa potessero trovare all’interno delle recinzioni. Fu allora che pensai agli oggetti contenuti in quelle scatole come all’essenza di Japantown e che decisi di scoprire cos’altro ci fosse in quelle scatole. 

Mentre fotografavo questi manufatti venni a sapere dell’esistenza di una discarica vicino ad un campo di concentramento a Tule Lake, nel nord della California. In questa discarica erano stati ammassati tutti quegli oggetti che gli internati giapponesi non potevano portare con loro quando avevano lasciato il campo. La cosa mi intrigò molto e vi andai. La discarica si trovava in un’area a cielo aperto, all’esterno del campo, ed era lunga quasi mezzo miglio. Vi trovai molti degli oggetti che poi ho esposto sebbene in uno stato di totale abbandono, arrugginiti e rotti, e quando cominciai a scavare a mani nude trovai molti altri oggetti che sono entrati a far parte dell’esposizione. Ero certo che tantissimi altri oggetti fossero là sotto e attendessero solo di essere rinvenuti. È stato così che ho deciso di continuare e di esplorare tramite la fotografia tutti quegli oggetti sepolti e dimenticati.

 

www.hiroshiwatanabe.com

Intervista a cura di Camilla Boemio

Traduzione a cura di Mirco Pilloni