Valerio Spada - Fotografo, Italia

“Gomorrah Girl”

LS: Quali sono stati gli artisti o le opere che hanno influenzato maggiormente i suoi esordi? Dove vanno cercate le radici del suo lavoro?

VS: Non credo ci sia un artista in particolare, sono le persone a farlo, a farmi sentire un’urgenza di ritrarle. Woman with Yellow Hair di Picasso e a The Palazzo Ducale di Monet, da ragazzo sono alcune tra le opere che mi hanno probabilmente cambiato. Se devo pensare alle radici del mio lavoro, ricordo di un viaggio fatto con un amico, da ragazzo, in Germania, a Monaco, vidi una ragazza che teneva per mano il proprio nonno, io di fotografia sapevo pochissimo ed avevo allora un tele, un 180 mm se non ricordo male, ottica fissa, montato sulla macchina fotografica. Scesi di corsa dalla macchina e chiesi il permesso per fare la fotografia. Ed era ridicolo, perche’ eravamo ad un metro di distanza ed avevo un’ottica da concerti rock o formula uno. La fotografia era esattamente quello che volevo ritrarre. Una bellezza, mista a tristezza, ma credo sia limitativo dire tristezza, e’ una sorta di consapevolezza ed intelligenza, e grande capacità di velocità di pensiero, che riconosco negli occhi che mi guardano e che guardo quando viaggio, e quando succede, non avere una macchina fotografica è la fine, e non ne porto quasi mai una con me, quando decido di usarla invece, faccio le mie fotografie.

 

 

LS: Che cosa rappresenta per lei la fotografia? Perché fotografa?
VS:
Documentare quello che per me sembra in quel momento qualcosa che chiunque debba vedere e conoscere con me.

 

 

LS: In Gomorrah Girl, partendo da un tragico fatto di cronaca, viene raccontata la storia di Annalisa Durante e della sua adolescenza interrotta, vicenda comune a molte ragazzine cresciute a Forcella (ma anche a Secondigliano, Scampia…), quartiere napoletano sotto il controllo del clan Giuliano. In che modo è riuscito a mitigare certi reciproci pregiudizi e a conquistare la fiducia dei protagonisti del racconto?
VS:
A Napoli, soprattutto in queste zone, l’approccio è sempre molto duro se vieni visto con una macchina fotografica in mano. Soprattutto a Scampia, nella zona delle Vele, il classico approccio è “metti subito via quella macchina fotografica” e poi ti accompagnano gentilmente fuori da quella zona, lo fanno con toni minacciosi, non ti permettono di fare fotografie. Se riesci a superare la prima fase molto ruvida, e lo fai con la parola, dopo si rivelano per essere le persone che sono, ovvero persone straordinarie, totalmente dimenticate dallo Stato, con nessun tipo di assistenza se non la sola minaccia di spostarli dalle Vele e dai loro appartamenti, e questo tipo di rabbia è comprensibile quando hai Roma a soli 180 km di distanza. Sono, quasi sempre, persone che hanno saputo essere incredibilmente ospitali con me in moltissime occasioni e tornare per me era come tornare a casa, anche nelle zone considerate più pericolose.

 

 

 

LS: Quando ero bambino con mio padre visitai spesso quel quartiere e ricordo come ai miei occhi l’infanzia e l’adolescenza di molti ragazzini apparisse come una fase fugace e appena transitoria. Mi colpì la loro capacità di ‘misurare’ con gli occhi chiunque avessero di fronte e la straordinaria velocità degli sguardi nel distinguere il bene dal male. Quali sono i luoghi comuni attorno alla città di Napoli che le va di sfatare? Quanta leggerezza e positività ha incontrato trascorrendo molto tempo in quei quartieri?
VS:
É esattamente come nei suoi ricordi. Non è cambiato nulla. Sono persone avanti di dieci ani rispetto alla media nazionale in quanto ad intelligenza rapportata alla capacità di  decidere e giudicare cosa è bene o male, poi ci sono le scelte. Non ci sono particolari luoghi comuni che vorrei sfatare, è giusto che ognuno si faccia di Napoli la propria idea. Credo col mio lavoro di avere espresso la mia, di amore incondizionato.

 

 

 

LS: Le storie di emarginazione degli adolescenti americani descritte da Larry Clark, Nan Goldin, Ed Templeton le sono state di aiuto nel raccontare la storia di Annalisa? Cosa rende davvero unica la sua storia? Ritrova delle analogie con questi modelli?

VS: Sono realtà diverse, è difficile paragonare. Ho però amato molto Kids di Larry Clark. Di analogie ce ne sono anche se in singoli casi. Mi è capitato di parlare con ragazze di 16 anni con il fidanzato di 20 in carcere, loro aspettano fuori, facendo la loro vita ed innamorate. Questa forse è una delle storie più “americane” trovate a Napoli, ma alla fine credo vadano fatte sempre le dovute differenze. Ogni storia è unica, non credo la mia lo sia più di altre.

 

 

LS: Ha iniziato il progetto con l’idea di farne una pubblicazione? Può raccontarci meglio la genesi del libro (cura dell’edizione, grafica, stampa …)?

VS: Il progetto è iniziato con l’idea di un progetto fotografico a lungo termine. É diventato idea di libro solo dopo aver rischiato eccessivamente nella foto scattata alla “Scuola”, o ai “Puffi”, com’era chiamato il posto dove centinaia di toccisodipendenti andavano a consumare le proprie dosi. In quel caso ho anticipato il mio rientro a Parigi, dove vivevo, ed ho pensato subito, la sera stessa prima di partire, che mai sarei voluto tornare a lavorare ancora su Napoli. E che era comunque giunto il momento di chiudere il lavoro in qualche modo, da lì l’idea del libro. In realtà poi, il giorno dopo, già in aereo tornando a Parigi, volevo subito ritornare a Napoli a scattare. Pensarlo in forma di libro mi faceva ragionare più semplicemente sulle parti mancanti per completare il progetto.
L’idea del “libro nel libro” mi venne quando per telefono la Procura della Repubblica mi disse letteralmente “Finche’ io sono in vita, non ci sara’ mai fotografo che potra’ fotografare le prove di un omicidio, ma se vuole, può fotografare le foto che abbiamo fatto noi”. E così feci, fotografai tutto il Moleskine con il supporto della Scientifica a Napoli, persone eccezionali, realmente fuori dall’ordinario e di una simpatia e preparazione unica.
Quando entri in Scientifica a Napoli, hanno una vetrina con le Rolleiflex, ora usano ovviamente digitale, ma per esempio, la fotografia del laboratorio di balistica è stata scattata con un treppiede professionale Manfrotto che mi hanno prestato loro per l’occasione. Abbiamo parlato molto, sia delle difficoltà che incontrano quotidianamente, che della passione che li porta a sacrificare le proprie vite per il proprio lavoro, vacanze incluse, sono un corpo a parte nella Polizia Italiana e di una preparazione elevatissima. Dal Moleskine è nata l’idea di avere come base le prove dell’omicidio, ma inserendo pagina dopo pagina le ragazze a colori, fortissimi che loro usano per vestirsi, come immagine di chi comunque, in quello sfondo, c’e’ e vive, e vive di una bellezza secondo me straordinaria.

 

 

LS: Che idea ha della fotografia italiana? Quali sono i fotografi italiani che le interessano maggiormente?

VS: Anche in questo caso, come nel caso dei pittori, non ho un fotografo favorito, è più la singola immagine o la serie di immagini a colpirmi ed emozionarmi. Se penso agli italiani, per esempio, trovo la serie delle discoteche di Massimo Vitali una delle cose più interessanti viste in Italia negli ultimi anni, ma consiglio vivamente di guardare le stampe, se vi capita in qualche mostra, piuttosto che su internet. Credo sia tra i lavori di fotografia documentaria italiana che amo di più.

 

 

LS: Quali sono stati i suoi libri fotografici preferiti degli ultimi anni?

VS: Carnal Knowledge di Malerie Marder.

 

www.valeriospada.com

Intervista a cura di Gianpaolo Arena