Theo Baart – Fotografo, Olanda

“Dutch topography”

LS: Quale è stato il suo primo approccio alla fotografia?

TB: Quando ero piccolo ho trovato una collezione di negativi da 6×9 cm in soffitta. Erano di mio nonno. In tv avevo visto che per stamparli bisognava metterli in un liquido, quindi li ho presi e li ho messi tutti in un secchio pieno d’acqua. Più avanti ho avuto un ingranditore in eredità da un parente e all’età di 12 anni ho cominciato a stampare. Ma per poter stampare qualcosa avevo bisogno di produrre dei negativi, e così si può dire che ho cominciato con la fotografia perché mi intrigava la parte tecnica. Una cosa che in qualche maniera ho poi perso per strada lungo la mia carriera da fotografo.

LS: Ci sono fotografi o movimenti che la hanno influenzata o ispirata? Quanto il movimento“New Topographics” è stato per lei una fonte di ispirazione soprattutto all’inizio della sua personale ricerca stilistica?

TB: Le mie ambizioni nel campo della fotografia sono cominciate durante le scuole superiori nel momento in cui cominciavo a chiedermi cosa mi sarebbe piaciuto fare. Quale sarebbe stata la strada più adatta a me. Ripensandoci ora, quello è proprio un periodo meraviglioso nella vita di un uomo, un periodo in cui non senti nessuna sorta di limite e  puoi pensare che l’unico confine sia il cielo. In quel periodo avevo due libri di foto: First and Last di Walker Evans e Antlitz der Zeit di August Sander. Questo era ciò che conoscevo, gli avevo comprati coi miei soldi quindi puoi ben dirlo che mi abbiano influenzato. La presentazione del New Topographics (NT) al George Eastman House di Rochester, NY risale al 1974. Io andavo a scuola in bici nel 1974 in Olanda e di tanto in tanto mi fermavo per fotografare un panorama con la mia macchina di plastica fatta nella DDR. Non ero molto al corrente di ciò che stesse accadendo nel campo della fotografia contemporanea. Venni a sapere del NT sul finire degli anni 1980 quando avevo ormai già trovato la mia strada e quando già conoscevo bene il lavoro di ogni singolo partecipante dell’esposizione del NT. Credo di essere stato più influenzato dai primi “confronti” all’accademia d’arte con le opere di Lee Friedlander, Paul Strand, Walker Evans, e Albert Renger-Patzsch intorno al 1980 quando ero uno studente. E più in là, negli anni ’80 mi ha ispirato molto l’opera In Flagrante di Chris Killip e i lavori di Nicolas Nixon, Lewis Baltz e Paul Graham. All’inizio della mia carriera, inoltre, la mia amicizia, collaborazione e condivisione delle attrezzature e della camera oscura coi fotografi olandesi Cary Markerink e Hans Aarsman hanno avuto un’influenza enorme sullo sviluppo dei miei lavori.

 

© Theo Baart from 'Nagele', 1988

© Theo Baart from 'Nagele', 1988

 

LS: Mettiamo che lei abbia delle idee che vorrebbe realizzare. Come sviluppa il suo progetto?

TB: Solitamente un progetto parte dalla nozione che ciò che vedo ogni giorno sia qualcosa di speciale. Poi cerco di formulare questa nozione e darle forma in un testo: di cosa si tratta? Costa sto cercando? Che argomenti ho? Come posso trovare una risposta visuale in maniera interessante?  Non appena ho un qualche indizio o pista comincio a leggere, e reperisco materiale sul mio soggetto cercando in contesti molto ampi. Tutti i miei progetti si basano su come noi progettiamo e sviluppiamo tutto ciò che ci circonda. In poche parole cerco di capire cosa stia succedendo intorno a me, e la fotografia può diventare un ottimo veicolo per fornire delle risposte. Per questa ragione la fotografia è per me un mezzo e non un obiettivo. Talvolta un’idea è ispirata da ciò che leggo. Per me realizzare un progetto, un libro per esempio, è un processo basicamente concettuale e di editing. Le foto possono realmente raccontare una storia, ma il testo può essere ugualmente importante e utile in quanto componente addizionale. Dieci anni fa ho superato la mia inadeguatezza a scrivere i testi da me. Prima di allora chiedevo sempre a degli scrittori di aiutarmi, cosa che per altro continuo a fare quando realmente sento di non essere all’altezza di produrre un contributo testuale adeguato. Il testo è per me un atto di supporto importantissimo.

I miei progetti cominciano sempre con un’esplorazione delle possibilità visuali e con delle interviste ad esperti del soggetto che sto trattando così da avere un aiuto nella creazione dei contenuti del progetto. Questo è anche il momento in cui comincio a cercare dei finanziamenti, scelgo il designer e chiedo a delle persone qualificate di fare da commentatore critico del mio lavoro man mano che va avanti. Ho bisogno di monitorare le mie idee e quello che ne sta venendo fuori costantemente. Il loro input da un apporto enorme al progetto. Autoproduco dei libri dal 1996 ma con la collaborazione di un  publisher in modo da avere accesso ad una buona rete di distribuzione internazionale. Un buon publisher è anche un editor critico. Credo che in qualche modo queste figure rappresentino oramai quella parte sommersa di gran parte delle autoproduzioni di libri fotografici: e credo sia percepibile che durante la realizzazione di questo libro non ci sia stato molto lavoro di confronto critico ed editoriale. Questi libri sembrano essere soltanto una sorta di monumento per il fotografo.

 

 

© Theo Baart from 'Bouwlust', 1999

© Theo Baart from 'Bouwlust', 1999

 

LS: I suoi libri “Territorium” e “Eiland 7” parlano dei luoghi in cui lei vive… Cosa attrae il suo interesse per quanto riguarda i paesaggi? Potrebbe definire ciò secondo il suo personale punto di vista?

TB: Territorium (2003) e Eiland 7 > tales form suburbia  (2008) hanno molto in comune e potrebbero essere visti, insieme a Bouwlust > The urbanization of a polder (1999) come una trilogia. Parlano dei luoghi in cui ho vissuto. Ero molto colpito da quanto i posti in cui vivevo progettati, costruiti e trasformati. Chi “decide” questo processo e chi lo progetta? C’è una visione d’insieme, un’idea generale? Cosa significa vivere in quei posti? Ho usato la mia famiglia e la mia esperienza come background per queste storie. Territorium parla di New Town, area connessa ad Amsterdam, costruita negli anni ’60 e ’70 secondo le idee di Le Corbusier.  Alcuni anni dopo che New Town con i suoi palazzi di enormi appartamenti era stata conclusa, le autorità competenti decisero che dopo tutto non si trattava di un così buon progetto. Così cominciarono a ricostruirla e io e la mia famiglia ci trasferimmo in quell’area in via di espansione perché non potevamo permetterci di stare nella parte più costosa di Amsterdam dove avevamo vissuto. In quel periodo stavo lavorando su Bouwlust e Atlas of Change (2000) e il fatto divertente è che mi ci é voluto un po’ di tempo prima che mi rendessi conto che il mio nuovo vicinato era lì per farsi osservare e per farsi descrivere. I nostri ragazzi stavano esplorando quell’area tra la loro scuola elementare, il nostro appartamento e lo stadio dell’Ajax, esattamente come me quando ero bambino, sulle loro bici (il titolo Territorium, Territorio, dipinge quest’area). Il testo connesso tratta di come quest’area sia stata ri-progettata e di come fosse per noi – e soprattutto per I bambini – vivere lì. Da questa zona povera di Amsterdam popolata da immigrati sono andato via 8 anni più tardi per trasferirmi in una tipica periferia olandese per la classe media attaccata alla città in cui sono cresciuto. Il libro (Eiland 7) parla delle politiche di urbanizzazione e di sviluppo in Olanda. Ho chiesto ai contadini sulle cui terre è stato progettata la nuova urbanizzazione quanto avessero ricevuto al metro quadro. Sapevo quanto avevo pagato per il lotto di terreno in cui era stata costruita la nostra casa e così ne ho ricavato la differenza. Questa differenza di valore nei lotti di terra spiega molto sul modo in cui queste periferie si sono sviluppate. Questo in sostanza è ciò di cui parla il testo. La parte fotografica mette a fuoco l’incontro disatteso tra le percezioni di architetti e costruttori e le aspettative degli acquirenti delle case.

 

© Theo Baart from 'Territorium', 2003

© Theo Baart from 'Eiland', 2008

 

LS: Parlando del suo progetto “Bouwlust”… L’avanzamento dell’urbanizzazione, la trasformazione di un’area da agricola a suburbana, la nuova relazione gerarchica tra la città e la campagna e l’allargamento del mercato globale hanno contribuito ad avvicinare due mondi che in realtà erano molto distanti. In che misura il suo lavoro rappresenta e riflette il presente?

TB: Nei Paesi Bassi non abbiamo molto spazio. La campagna è densamente abitata. Si tende a vivere nella parte occidentale del paese che si trova a 2-4 metri sotto il livello del mare. Per questo la progettazione urbanistica è stata uno dei maggiori ambiti di discussione per molti decenni. Quello che facciamo delle nostre città, come progettiamo le periferie, riflette molto la nostra cultura e quello che siamo. Questo aspetto mi interessa molto sin da quando ero uno studente delle superiori e ho visto la mia cittadina completamente cambiata in un batter d’occhio. Io osservo, qualche volta commento, questo complicatissimo processo. Credo si possa dire che tutti i miei progetti abbiano una certa portata politica.

Bouwlust è semplicemente una storia sulla cittadina agricola in cui sono cresciuto tra gli anni ’60 e ’70 che col tempo è stata connessa prima all’aeroporto e poi alla città di Amsterdam stessa. Ho semplicemente documentato questa trasformazione attraverso i decenni. Sono rimasto esterrefatto dalla velocità e dall’impatto di questo processo. Ho invitato due scrittori e un poeta che avevano scritto su questo argomento a contribuire al mio lavoro e ho chiesto a un ricercatore di fare un inventario di tutti i progetti che sono stati fatti per quest’area dal 1850 in poi. In questo modi il lavoro è diventato una combinazione di ricerca, riflessione, opinione e documentazione fotografica.

 

 

© Theo Baart from 'Bouwlust', 1997

© Theo Baart from 'Bouwlust', 1999

© Theo Baart from 'Bouwlust', 1999

 

LS: Parlando del suo libro “Snelweg” in collaborazione con Cary MarkerinkPotrebbe dirci qualcosa in più sulla sua creazione (sul concetto, l’editing, la grafica e la stampa)?

TB: Cary ed io eravamo assolutamente coscienti che il territorio olandese coi suoi piccoli centri storici e le sue enormi periferie potesse reggersi solo grazie alla crescente mobilità e a delle buone infrastrutture. Nel 1994 decidemmo di riflettere proprio su ciò che crea le connessioni tra i vari punti: la ‘snelweg’, l’autostrada. Citammo J.B Jackson il quale una volta aveva detto che una strada non è solo una connessione tra due luoghi, ma è essa stessa un luogo a tutti gli effetti. Ci venne quindi un’idea e chiedemmo ad un’amica comune, Tracy Metz, che scrive sulla progettazione dell’architettura urbana, di unirsi a noi  perchè eravamo consapevoli dei limiti della fotografia. Noi sapevamo che volevamo associare testo, occasionalmente elenchi di parole con le nostre immagini e per questo stavamo cercando un designer, un tipografo che sapesse maneggiare il testo in maniera professionale. Questa figura fu ricoperta da Els Kerremans. A questo punto avevamo un team e noi descrivemmo il progetto nei termini di un modo di guardare ad un paesaggio dimenticato. Cominciammo a cercare finanziamenti, cosa che richiese del tempo come al solito, ma nel frattempo cominciammo a lavorare sulla progettazione del libro. Ogni due settimane ci incontravamo nello studio del designer e ricoprivamo il pavimento con le stampe. Sperimentavamo combinazioni di colori, discutevamo sulle immagini mancanti e tornavamo sulle autostrade per fare altre foto. Tutto ciò andò avanti per circa un anno. Visto che ci eravamo accorti sin dall’inizio che non c’era molto interesse per questo genere di argomento (notate che tutto ciò avveniva prima dell’ormai popolarissima nozione di Non-luogo nella sua ottima definizione di Marc Augé) sentimmo l’esigenza di far emergere e conoscere con tutti i nostri mezzi questo problema. Quindi ogni soggetto e articolo andò a rappresentare un nuovo aspetto dell’autostrada. Stampammo 2000 copie, di cui 500 andarono via in occasione della conferenza organizzata per la presentazione. Per la ristampa abbiamo dovuto aspettare un anno e dopo essere stato incluso in uno dei volumi di Martin Parr/Gerry Badger è diventato un libro piuttosto ricercato ma sono sicuro che molte di quelle copie usciranno fuori in qualche modo. Non penso sia il nostro miglior libro ma ne sono tuttora soddisfatto e questo non è qualcosa che posso dire per tutto ciò che ho fatto.

 

© Theo Baart from 'Snelweg', 1996

 

LS: Riguardo a “Nagele”, una nuova cittadina nel Noordoostpolder. Cosa la ha attratta di quel paesaggio, di quegli spazi urbani e di quelle architetture?

TB: Nagele è una cittadina disegnata da architetti modernisti negli anni ’50 in un contesto rurale per lavoratori agricoli. La sua popolazione è stata selezionata dalle autorità: gli abitanti dovevano essere indipendenti e motivati visto che avrebbero dovuto costruire questa realtà in mezzo al nulla. Cary Markerink ed io cominciammo a lavorarci nel 1985 (Nagele N.O.P, è stato pubblicato nel 1988) perché eravamo interessati a come questo esperimento si fosse risolto dopo 30 anni. Ciò che ci sembrava interessante era il fatto che negli anni ’80, quella cittadina rifletteva a pieno le idee e le politiche degli anni ’50 e sotto molti punti di vista era come un’impronta di una società superata da tempo. Verso la metà degli anni ’80 non c’erano più lavoratori nelle fattorie a causa della meccanizzazione dell’agricoltura. Non c’erano più negozi c’era ancora una comunità con una certa autocoscienza lontano dal resto del mondo.

Nel 2004 ci siamo ritornati e abbiamo creato Nagele Revisted (2006). Oggi ci sono molti russi e polacchi che ci vivono perché la cittadina ha una posizione favorevole per poter lavorare dappertutto in Olanda, Belgio e nelle parti più occidentali della Germania. Da questo punto di vista Nagele nel 2006 incarnava alla perfezione gli effetti della globalizzazione ed era parte integrante del presente. Potrebbe essere interessante averne un ulteriore punto di vista tra 10 anni per vedere a che punto sarà evoluto (o dissolto) questo esperimento.

 

© Theo Baart from 'Nagele', 2006

© Theo Baart from 'Nagele', 2006

 

LS: Qual’è l’opera che rappresenta meglio la sua ricerca e in cui lei si ritrova maggiormente?

TB: Nel 2000 ho realizzato un libro in un progetto con la scrittrice Tracy Metz col nome di Atlas of Chance. Lei ha fatto delle interviste e scritto dei saggi sul cambiamento del panorama olandese. Io invece ho collezionato una serie di frasi ed espressioni utilizzate nel linguaggio relativo alle politiche urbane e paesaggistiche. Il mio apporto al libro interessava proprio il linguaggio usato in ogni tipo di documento politico e programmatico, nelle pubblicazioni etc… per descrivere gli sviluppi nella progettazione dello spazio. Con questa lista di parole ho viaggiato per i Paesi Bassi e ho creato delle combinazioni tra linguaggi e paesaggi. Potrei dire che ho sincronizzato parole a immagini. Per capire quest’opera è necessario conoscere l’Olanda così come è necessario avere una certa sensibilità per cogliere l’ironia di alcune di queste combinazioni. Devo confessare che per quanto io ammiri molte persone nell’ambito della progettazione urbanistica e capisca quanto può essere per loro difficile esercitare il loro mestiere, io adoro punzecchiarli. Ad ogni modo penso che in quest’opera coesistano molte delle cose di cui sono costantemente alla ricerca: c’é un concetto chiaramente espresso, c’é un target, la forma è semplice, da’  spunti di confronto e la sua portata è limitata nel tempo (nessuno infatti sarà in grado di capirlo pienamente tra 20 anni perché il paesaggio e il linguaggio saranno entrambi cambiati).

 

© Theo Baart from 'Atlas Of Change', 2006

© Theo Baart from 'Atlas Of Change', 2000

LS: “Common Ground, il terreno comune, ci incita ad ammettere quelle ispirazioni e influenze che dovrebbero, a mio avviso, caratterizzare la nostra professione. Questa locuzione serve inoltre a educare l’attenzione rivolta alla città, nostra area di competenza e attività, ma anche realtà creata in collaborazione con ogni cittadino e con i molti partecipanti al processo di costruzione. La disciplina dell’architettura implica problematiche diverse, spesso contraddittorie, ma sono convinto che abbiamo idee e visioni comuni confermabili per mezzo dell’architettura stessa. Common Ground ci invita a scoprire queste idee condivise partendo dalle nostre singole posizioni di differenza.”. David Chipperfield, direttore della tredicesima Mostra Internazionale dell’Architettura. http://www.labiennale.org/en/architecture/exhibition/chipperfield/

Common Ground è il titolo dell’ ultima Biennale di architettura a Venezia. Si sente coinvolto ed è interessato all’architettura contemporanea? Quali sono gli architetti contemporanei che più stima?

TB: Non credo di essere particolarmente interessato agli architetti in quanto artisti sebbene devo dire che apprezzo la buona architettura. Tendo ad andare nei musei per vedere le opere che contengono e non l’espressione dell’onnipresente artista che ha disegnato il tetto sopra la collezione. Mi interessa il mainstream: centri commerciali, periferie, infrastrutture, parchi di divertimento, business parks, aeroporti, etc… Questo include anche la loro architettura naturalmente anche se spesso è piuttosto anonima e fatta per l’uso quotidiano.

LS: Su cosa sta lavorando attualmente? Cosa c’é in cantiere per il 2013, sia per quanto riguarda la fotografia sia per il resto? 

TB: Ci sono alcune cose che sto seguendo. Sono sempre impegnato in progetti a lungo termine. Ecco cosa ho in cantiere: un progetto in cui confronto alcune città dell’emisfero occidentale con un ricco passato economico e che adesso stanno lottando per trovare una via per riprendersi. Il centro di questo lavoro sono le tre maggiori città dei Paesi Bassi con un glorioso passato nell’industria tessile. Le ho confrontate con Rochester, NY (la città della Kodak) e se tutto va bene nel  2013 estenderò questa comparazione ad altre due città inglesi e tedesche. Hanno molto in comune ma ci sono anche molte differenze che rendono interessante il confronto. Ironicamente queste città hanno un vantaggio su altre città affossate da questa lunga e profonda crisi economica dovuto al fatto che hanno continuato a rinnovarsi e cambiare per un periodo di tempo più lungo. Sono più preparate su questo fronte e pronte a reagire rispetto a quelle regioni che si trovano per la prima volta a confronto con la stagnazione e la diminuzione della popolazione. Questo progetto consisterà in una combinazione di immagini e testi e se tutto va bene sarà pubblicato nella primavera del 2014.

Nel 2015 verrà pubblicato un aggiornamento al libro Bouwlust del 1999. Molte cose sono successe in quell’area e sebbene non fossi sicuro che fosse abbastanza per giustificare un nuovo libro, tutto sommato penso che lo sia. C’è molto lavoro da fare e anche se vivere in continuo tumulto non aiuta certamente a lavorare sto progredendo speditamente.

E infine sto lavorando con Cary Markerink su un nuovo progetto in cui tentiamo di combinare la nostra passione per la storia della fotografia, la produzione di libri e i paesaggi. Siamo nelle fasi iniziali quindi è un po’ presto per dare altri dettagli, ma contiamo di presentare i primi risultati nel 2014.

 

www.theobaart.nl

Intervista a cura di Gianpaolo Arena

Traduzione a cura di Mirco Pilloni