Richard Rothman - Fotografo, USA

“Fail Better”

© Richard Rothman from "On the Border of the Infinite"

 

LS: Quali artisti hanno maggiormente influenzato i suoi esordi? Ci può parlare dell’influenza di Walker Evans o di altri artisti sul suo lavoro? Dove è possibile ricercare le radici del suo lavoro?

RR: Avendo un diploma in pittura sono stato molto attratto dalla storia dell’arte; il mio programma di studi non includeva la fotografia. Quando ho deciso di fare il fotografo ho scelto di non conseguire un Master of Fine Arts. Avevo già provato come l’esperienza accademica avesse svuotato la mia passione nei confronti della pittura e non volevo che accadesse ancora lo stesso con un nuovo medium. Ritengo che il fare arte abbia sempre avuto a che fare con un dialogo profondo che ciascuno stabilisce con se stesso. Questo non vuol dire che la storia e la cultura siano escluse da questo dialogo. Come potrebbe d’altronde essere così? La loro presenza è inevitabile.

Così sono diventato un fotografo autodidatta, senza alcuna conoscenza specifica della storia del mezzo stesso. Sapevo tuttavia che acquisire una conoscenza al riguardo era importante, così presi a procurarmi libri e ad andare alle mostre e ho cominciato a guardare così tanti lavori fotografici quanti ho potuto trovarne da me. Era esattamente la cosa giusta da fare per me: è stato un processo di apprendimento graduale ed entusiasmante, abbastanza divertente, e l’ho continuato per tutta la vita. Credo che la migliore educazione che chiunque possa avere è quella che prepara per un costante apprendimento lungo l’arco della vita.

Una delle mostre fotografiche che mi ha influenzato maggiormente agli inizi è stata quella di un gruppo di fotografie che Avedon aveva fatto a suo padre in tarda età, lavoro che proseguì  fino alla sua morte. Ad avere un grande effetto su di me fu la capacità che quelle foto avevano di affrontare le grandi questioni fondamentali per l’uomo: la morte, il divenire vecchi, il rapporto tra padri e figli. Immediatamente sentii come quello fosse un modo assai potente di utilizzare il mezzo fotografico. C’era una immediatezza irrintracciabile nei molti “ismi” del momento. Mi resi così conto che la fotografia poteva affrontare quel genere di questioni con le quali, in quanto artista, volevo avere a che fare.

Ho passato tantissimo tempo a guardare e riguardare il lavoro di Evans. A toccarmi fu la sua capacità di riconoscere del significato nel quotidiano, la lezione che aveva appreso da Atget. Ci sono artisti che riescono a farsi strada vedendo ciò che gli altri sono incapaci di vedere. Joseph Mitchell, che lo conosceva, ha parlato di come Evans sia stato in grado di vedere la bellezza in vecchie cose ordinarie in un momento in cui nessun altro avrebbe potuto. Come esempio indica l’indimenticabile fotografia che Evans scattò nel 1936 in Alabama: i coltelli, cucchiai, forchette e il piatto sul muro della casa della famiglia di coltivatori. Ha anche detto che a un certo punto non era più in grado di vedere più, ma questa è un’altra storia.

Atget, naturalmente, è stato una enorme ispirazione e un grande esempio per me, e, come lui, molti altri. Robert Adams è un fotografo molto importante per me, e uno dei pochi a darmi coraggio quando ne ho avuto molto poco, un mentore. Gliene sarò sempre grato. Per rendere giustizia alla tua domanda, la risposta richiederebbe veramente molte pagine. Recentemente ho visto un’intervista con Philip Roth nella quale gli veniva chiesto delle sue influenze. Rispose qualcosa del genere: uno scrittore comincia con molti riferimenti, dopo una decina d’anni o giù di lì, se sei bravo, sei sulla tua strada da solo.

 

© Richard Rothman from "On the Border of the Infinite"

 

LS: Ha in mente alcune idee che le piacerebbe realizzare. Come sviluppa i suoi progetti? Cosa può dirci del suo approccio, del suo metodo e dei suoi intenti?
RR:
Il mio approccio è così semplice che sembra difficile attribuirgli valore, tuttavia è fondamentale in tutto ciò che faccio. Comincio col chiedermi cosa sia realmente importante per me e cosa voglio passare il tempo ad  osservare. Harold Bloom ha scritto che Cechov ci insegna che la grande letteratura è una forma di desiderio e di meraviglia, non la forma del bene. Il desiderio e la meraviglia sono le stelle-guida, ma la consapevolezza critica sorregge il viaggio.

Penso che sia importante essere in grado di attingere a cose che si è riusciti a capire e sapere cosa fare quando ci si appresta ad iniziare un nuovo progetto, ma mi piace anche lavorare su argomenti e questioni per i quali non ho ancora risposte. Altrimenti il tutto sarebbe poco divertente e stantio. E’ un equilibrio tra continuità e cambiamento, che, naturalmente, è molto simile a quello di cui abbiamo bisogno nella nostra vita personale.

 

© Richard Rothman from "On the Border of the Infinite"

 

LS: Puoi dirci qualcosa circa l’importanza delle persone nelle sue foto? Come si avvicina alle persone per i suoi ritratti?
RR:
Nel grande schema delle cose, credo che resti da vedere quanto importante le persone si rivelano essere. Abbiamo bisogno della natura ma la natura non ha bisogno di noi. Prendersi cura degli altri può essere, al contempo, una delle più grandi fonti di gioia e di delusione. Non c’è da stupirsi che sia così interessante. L’arte richiede tensione. Le persone costituiscono una fonte inesauribile: come ci comportiamo, ciò che sentiamo e ciò che facciamo sembra essere di fondamentale interesse per tutti noi.

 

© Richard Rothman from "Redwood Saw"

 

Il mio approccio alla gente che ho scelto di fotografare è intuitivo. Sono giunto a chiamarlo fusione inconscia. Quando realizzo ritratti so immediatamente se voglio fotografare qualcuno o no. Ho imparato che è meglio non boicottare l’intuito. Si ha spesso a che fare con persone che, in qualche modo, riflettono i propri sentimenti. Non c’è nulla di oggettivo in ciò, ma la cosa meravigliosa è che la fotocamera è molto più generosa della semplice oggettività: è in grado di produrre una sorta di registrazione dei vostri interessi e, nonostante questi, molto più di tutto ciò.

 

© Richard Rothman from "Redwood Saw"

 

© Richard Rothman from "Redwood Saw"

 

LS: Lo scorso anno ha pubblicato Redwood Saw. L’esperienza di essere pubblicato ha cambiato la sua concezione del fare foto?
RR:
Non credo. La pubblicazione di Redwood Saw ha richiesto molto tempo e intorno all’idea del libro fotografico andavo pensando da un tempo ancora più lungo. Ho appreso la fotografia facendone e guardandone, perlopiù attraverso i libri, sebbene anche le stampe abbiano avuto la loro importanza.
Mi son reso conto che per me era divenuta importante la qualità narrativa che un libro poteva offrirmi. Senza dimenticare la bellezza dei libri e la loro relativa longevità. Un libro per me è la degna conclusione di un lavoro e una realizzazione per me.  E lo sforzo rappresenta una grossa fetta della mia vita. I primi lavori realizzati ed esposti ma non pubblicati, si trovano ora in delle scatole e, al confronto, mi sembrano incompleti.

LS: Facendo riferimento al mito della frontiera e del West americano, sul quale Redwood Saw, è basato, vorrei analizzare quale è il significato del limite per lei. Crescent City è qualcosa come un filo rosso che lega le speranze umane, i sogni e i desideri?

RR: Siamo stati alle prese con il significato della fine della frontiera per un bel po’ di tempo. Tutte le città rappresentano una sorta di apice della civiltà umana e, allo stesso tempo, ci offrono la possibilità di vedere come tutti i nostri ordinamenti sociali siano imperfetti. La nostra inquietudine, nata dalle nostre speranze, sogni e desideri, dovrà trovare nuove forme di espressione. I limiti umani non sono nuovi, ma i nostri limiti geografici ed ecologici stanno inevitabilmente piombando su di noi. E, naturalmente, sono parecchio avvertiti i limiti e le sollecitazioni alle risorse naturali un tempo abbondanti. Se la storia è un giudice ci sarà molto spazio per la tragedia, è già in atto attorno a noi, ma chi può dire cosa sorgerà dai resti? Spero che, nonostante tutto, l’entusiasmo sopravviva. Beckett ha detto: Fallire, fallire, fallire, fallire meglio.

 

© Richard Rothman from "Redwood Saw"

© Richard Rothman from "Redwood Saw"

© Richard Rothman from "Redwood Saw"

 

LS: Tra paesaggi naturali e urbani, fotografie di architettura, si può dire che lei sia in grado di personificare l’ambiente che le è intorno. E’ palpabile che lei ha una stretta relazione con ciò che fotografa. Come può la fotografia contribuire a reinventare l’esperienza della visione?

RR: Guardare è una cosa, la scelta di selezionare e rappresentare con cura e, si spera, con acume, ne è un’altra. E’ la differenza che passa tra vedere e percepire. Credo sia il motivo per il quale tendiamo verso l’arte: per imparare a vivere in un mondo che è misterioso e mai completamente conoscibile ma, altresì,  pieno di significato per gli uomini, sia esso originario o apportato successivamente. E’ più quel che quel che ne prendiamo. Per molti è importante e utile ricordarlo. John Szarkowski disse una volta che possiamo confrontare l’arte della fotografia con l’atto di indicare, sia pure con grazia, intelligenza e grande rigore formale, elevato ad un piano creativo. Ecco come la fotografia e la cultura contribuisce al nostro modo di vedere le cose.

 

© Richard Rothman from "Redwood Saw"

© Richard Rothman from "On the Border of the Infinite"

 

LS: Ora parliamo delle fasi  inerenti all’esibizione dei suoi lavori. Quanto è importante il momento della stampa? Per le sue foto preferisce formati di piccole o grandi dimensioni? Quanto tempo e quanta cura dedica a questo aspetto?

RR: La stampa è molto importante per me, anche aldilà della sua immediata finalità: mi interessa molto l’oggetto risultante e il processo. Stampare una foto è altrettanto importante che scattarla. Si cerca di imprimere un certo senso di vitalità nella foto e qui entra in gioco il grande potenziale contenuto nella fotografia. Sviluppo le pellicole e realizzo un primo edit del materiale guardando i fogli a contatto stampati 8x10s. Mi piacciono le stampe di grandi dimensioni e il modo in cui riempiono pareti di certe dimensioni ma, al tempo stesso, amo l’intimità che si ottiene con delle piccole stampe: se non sono buone queste, non lo saranno di certo ingrandendole. Dedico moltissimo tempo allo stampare: Redwood Saw ha richiesto un anno. Di solito non inizio a stampare se non quando sono in prossimità della fine di un progetto. Preferisco tenere tutto nella mia testa per un po’, così da mantenere le possibilità narrative aperte quanto più posso per tutto il tempo che posso.

LS: Ha insegnato per anni all’ International Center for Photography e alla School of Visual Arts di New York. Fino a che punto è possibile insegnare la fotografia?

RR: Certamente la tecnica può essere insegnata a chiunque. Si può anche insegnare a guardare le foto con maggiore discernimento, anche se questo è più impegnativo e richiede più tempo. Qui troviamo un nodo fondamentale: gli studenti sono molto presi dai problemi relativi alla tecnica o concettuali, ma imparare a vedere è fondamentale. Sono sempre rimasto soddisfatto dall’esperienza di insegnamento ogni volta che ho avuto studenti motivati, anche se non mi considero così vicino alle politiche accademiche e alle questioni economiche dell’educazione artistica. Posso dire di aver trovato alcuni amici meravigliosi e questo mi ha insegnato molto.

 

© Richard Rothman from "Redwood Saw"

 

LS: Attualmente a cosa sta lavorando? Che cosa c’è in serbo per il 2013, fotograficamente o in altro modo?
RR:
Io lavoro su diversi progetti contemporaneamente, ma ce n’è sempre uno che è quello preminente. Nel 2013 spero di finire il lavoro che ho realizzato in Colorado. Ci saranno dei punti in comune con  Redwood Saw, riguarda un’altra piccola città, economicamente depressa, circondata da un’area spettacolare e relativamente poco sviluppata: è una parte molto diversa del paese e ci saranno temi precedentemente inesplorati così come una struttura completamente diversa per il libro, nel senso che sarà organizzato in capitoli o sezioni dedicate a questioni affrontate nel lavoro. Sono alla ricerca di novità da apportare al mio lavoro e, come ha detto Mitchell, devi sempre cercare di fare qualcosa di migliore. Chi può resiste.”

 

www.richardrothman.com

Intervista a cura di Gianpaolo Arena

Traduzione a cura di Sergio Tranquilli