Francesco Jodice - Artista, Italia

“A Mosaic of Reality”

LS: In che misura la sua curiosità intellettuale e il suo desiderio di conoscenza hanno alimentato la sua ricerca fotografica?

FJ: Sono ossessionato dal bisogno di completare un mosaico, l’immagine finale dovrebbe essere la natura dei fenomeni e la loro relazione con le vicende umane in un lasso di tempo che va più o meno dall’origine dell’universo fino a dopo la scomparsa dell’uomo. Come si può immaginare è una tela assurda da completare ma anche un passatempo indescrivibilmente divertente. La fotografia è solo un tassello di questa ricostruzione, così come lo sono il cinema, la narrativa, il fumetto, l’arte in genere, i videogiochi, le serie TV, l’informazione.

 

© Francesco Jodice, What We Want, Bethlehem, T62, 2010

 

© Francesco Jodice, What We Want, Jerusalem, R31, 2010

 

LS: Dedica molta attenzione a quanto avviene nel mondo dell’arte contemporanea e del cinema?

FJ: Sono 2 mondi separati e reciprocamente indifferenti, credo sia giusto che sia così. L’arte dovrebbe essere il luogo del rifiuto dei compromessi mentre il cinema industriale (quello che prediligo) è il luogo della mediazione e del governo dei compromessi. Sono due mondi insostituibili, parte dell’alfabeto quotidiano delle società. Sono anche due culture consumate e in crisi sia narrativamente che dal punto di vista del loro ruolo sociale. Mi interessano oggi anche altre dinamiche narrative, penso a videogiochi quali Metal Gear Solid o Forbidden Siren o a serial in fumetto come The Preacher di Gath Ennis o i Thunderbolts scritti da Warren Ellis e disegnati da Mike Deodato Jr.

 

© Francesco Jodice, What We Want, Dubai, R36, 2009

 

LS: Può raccontarci qualcosa in più sulla genesi di un progetto? In che modo il suo lavoro si sviluppa nello svolgimento delle riprese? Raccoglie informazioni su quello che sta fotografando?
FJ:
Si. Non sono un fotografo “sensoriale”, capace di relazionarsi con un fenomeno solo in base a delle sensazioni. Lavoro sempre con metodo: parto da un’intuizione che percepisco come una anomalia culturale, valuto un fatto come una realtà deviata e da questo innesco un processo di ricerca che nel caso dei film può durare anche un anno. Solo al termine di questa fase decido come procedere e come formalizzare (in fotografia, in film, con una installazione, un’azione o dei testi). Di solito i paesaggi che descrivo sono dei paradigmi di condizioni culturali speciali, non è il luogo in sé ad esprimere un valore, ma piuttosto la condizione atmosferica del suo paesaggio sociale.

 

© Francesco Jodice, What We Want, Hong Kong, T46, 2006

 

LS: In che modo la Fotografia può avere un significato politico? Che importanza assumono per lei gli aspetti politici, economici o sociali della sua ricerca? In che misura il suo lavoro rappresenta e riflette la contemporaneità?
FJ:
Non solo la fotografia o l’arte ma ogni nostra decisione quotidiana è un atto ed un fatto politico. Appena svegli, scegliere o rifiutare un bar perché promuove o espone posizioni irricevibili è un atto politico. Non sono azioni eroiche ma piuttosto un cumulo di piccole scelte dettate dal buon senso. Nel mio lavoro non credo di riflettere la contemporaneità quanto piuttosto di produrre l’emersione di un sistema di anomalie e spingere gli spettatori a confrontarsi con tale sistema.

 

© Francesco Jodice, What We Want, Oostende, T43, 2005

© Francesco Jodice, What We Want, Paris, T04, 2000

 

LS: “La città mangia e dorme rumore. Attinge rumore da ogni secolo. produce gli stessi rumori che produceva nel diciassettesimo secolo, insieme a tutti quelli che si sono sviluppati da allora fino a oggi.” […]  “La limousine aveva il pavimento in marmo di Carrara, estratto dalle cave in cui Michelangelo, mezzo millennio prima, aveva sfiorato con la punta del dito la bianca pietra stellata.” 

Queste due frasi sono tratte da “Cosmopolis” di Don DeLillo. Da quello che è stato definito post moderno in poi si è straordinariamente accelerato un processo dove le distanze geografiche e i periodi storici si sono molto avvicinati. I cambiamenti climatici, i flussi migratori, la nuova relazione gerarchica tra la città e la campagna e l’allargamento del mercato globale hanno contribuito a rendere molto vicini mondi distantissimi (anche nei segni della miseria…). Nei suoi film Citytellers quanta attenzione è stata data alla lettura di questo ‘scarto’… e all’analisi documentaria di questi fenomeni?

FJ: Le città sono fatte da strati di detriti, non solo fisici ma anche culturali. Nel suo magnifico Los Angeles Quartet James Ellroy elegge L.A. a modello di città storica basato sull’orrore e sul crimine eppure nonostante questo (o proprio per questo) sublime. Non solo la letteratura e le città sono diventate post-moderne ma anche i media con i quali noi le scandagliamo e le restituiamo e quindi la fotografia e l’arte in genere. Lavorare in modo post-moderno su una materia post-moderna significa essere consapevoli di ciò che è accaduto alle società dal dopoguerra in poi ma anche agli apparati narrativi: impossibile fotografare o filmare senza tener conto del nuovo grado di consapevolezza metalinguistica raggiunto dall’utente medio di questi dispositivi narrativi. Basti pensare al video National Anthem di Lana Del Rey e della consapevolezza che lo spettatore medio gestisce con disinvoltura quel linguaggio sia da un punto di vista tecnico (grammatica filmica, montaggio, ellissi, etc) sia da un punto di vista storico-culturale (l’omicidio Kennedy, l’8mm di Zapruder, la “end of the innocence”).

 

© Francesco Jodice, What We Want, Osaka, T49, 2008

 

LS: Nella sua esperienza professionale in che modo si sono sviluppati i rapporti con la ricerca e il collezionismo? Quali sono i possibili incidenti rappresentati da una committenza spesso priva di una cultura fotografica?

FJ: La committenza ha sempre svolto un ruolo importante per la fotografia, sia quella pubblica (penso alla Farm Security Administration o in Italia all’Archivio dello spazio e a Linea di Confine) che quella privata. Ma non saprei dire se ha influenzato in bene o in male l’operato dei fotografi. I grandi autori che ho studiato e ancora di più quelli che ho avuto la fortuna di conoscere sono, in linea generale, persone degenerate da una sana devianza ossessiva e compulsiva. Walter Guadagnini parlava di una temibile “insistenza dello sguardo” dei fotografi e Paolo Costantini li definiva persone affette “da un disturbo della cornea”. I grandi autori sono rabdomantici e introversi nel loro mosaico del reale, poco influenzabili direi. Parafrasando Ivano Fossati li definirei “per niente facili, uomini sempre poco allineati.” Per fortuna.

 

© Francesco Jodice, What We Want, Phi Phi Ley, R18, 2003

 

LS: Le scrivo all’indomani degli ultimi risultati elettorali… Il periodo storico che attraversa il nostro paese è segnato da un profondo degrado istituzionale e culturale… In che cosa riconosce un’appartenenza nazionale e nello stesso tempo un’identità personale? Quali sono per lei i luoghi più cari della geografia emozionale del Belpaese, dell’anima e della memoria?

FJ: La cosa più triste credo sia la percezione di una disaffezione della gente verso la politica, da destra e da sinistra, è una cosa grave. Non bisogna però confondere la politica nell’arte dalla politica reale. Spesso definisco la mia pratica dell’arte come una poetica civile, un impegno sotto traccia, che tende a comparare azioni contingenti a fenomeni ancestrali ed escatologici! Comparare un femminicidio nel profondo ed oscuro nord-est alla genesi delle morbose voglie di religioni nella storia dell’uomo.

 

© Francesco Jodice, What We Want, Punta Del Este, T16, 2001

© Francesco Jodice, What We Want, San Paolo, T39, 2006

 

LS: Roland Barthes, in Mythologies (1957), evidenzia l’opera di mistificazione che accompagna tutta l’industria del turismo con i suoi stereotipi massificati e la sua autenticità artefatta. Quale tipo di viaggio è ancora possibile?

FJ: Salgari diceva che scrivere è viaggiare senza il fastidio di dover fare le valigie mentre Richard Ingersoll in Variations on a theme park parla del viaggio a grado zero dei primi parchi tematici dove abbiamo una esperienza di Parigi, New York o Roma implose e ridotte ai loro minimi comun denominatori. Per il progetto What We Want a Dubai ho fotografato la Firenze medicea ricostruita ma implementata dall’aria condizionata e liberata dai miasmi delle fogne a cielo aperto. Il viaggio è diventato uno status sociale. E’ l’esperienza in sé ad assumere valore, l’andare e non lo stare nel luogo. Stare in un luogo comporta un processo di conoscenza e non riconoscenza che Gaston Bachelord avrebbe definito come processo che comporta sofferenza. Ma noi abbiamo creato un processo surrogante che sostituisce alla conoscenza la compera di souvenir e memorabilia come descrive Rem Khoolhaas nel suo studio sull’Homo Shopping. La palla di neve di Copenaghen, la gonna di H&M, o la giornata alla SPA nella località visitata sono un palliativo dell’esperienza “ridotta” di luoghi resi oramai tutti igienicamente esperibili dal viaggio di massa.

 

© Francesco Jodice, film still from Dubai Citytellers, film, HD, 57'45'', 2010

© Francesco Jodice, film still from Dubai Citytellers, film, HD, 57'45'', 2010

© Francesco Jodice, film still from Dubai Citytellers, film, HD, 57'45'', 2010

 

LS: A cosa sta lavorando ultimamente? In quali progetti è coinvolto?
FJ:
Al quarto film della serie Citytellers su Venezia, alla preparazione per l’editore Humboldt\Quod Libet di un libro sul Far West come paesaggio delle utopie dimenticate, un progetto più ampio sul tema del post-occidentale dal titolo After the West e più in generale cerco di studiare e capire a cosa serva l’Arte adesso. Il tutto mentre continuo a divertirmi.

 

Francesco Jodice on LS 11 | Wealth

www.francescojodice.com

Intervista a cura di Gianpaolo Arena

Traduzione a cura di Laura Conti