Yaakov Israel - Fotografo, Israele

“The Quest for the Man on the White Donkey”

© Yaakov Israel - The Sea of Galilee, 2004

 

LS: Per favore provi a scegliere: tre artisti che le interessano; tre registi che sono per lei di rilievo; tre scrittori per lei importanti; tre musicisti che considera seminali.
YI:
Ed Ruscha, Rachel Whiteread e William Kentridge. Federico Fellini, i fratelli Coen e Clint Eastwood. Italo Calvino, Michel Houellebecq e Sayed Kashua. Pensavo che questa sarebbe stata la domanda più facile, ma mentre cercavo di rispondere mi sono reso conto che i miei idoli del passato sono come evaporati… non riesco a mettere a fuoco nomi specifici… in questi giorni ascolto la radio, le piccole stazioni locali che cambiano mentre guido passando per diverse regioni, e che mi fano sentire come se stessi viaggiando a ritroso nel tempo fino alla mia infanzia, congelata negli anni ’80.

 

© Yaakov Israel - Homeless, The Gazelle Valley, Jerusalem, 2004

© Yaakov Israel - Yitzhak, The Dead Sea Hilton, 2006

 

LS: Quali sono oggi i suoi artisti preferiti, e perché?
YI: Maya Israel, che è davvero una pittrice straordinaria (e incidentalmente è anche mia moglie): le nostre conversazioni mi arricchiscono, e di conseguenza hanno un forte impatto sulla mia creatività.

 

© Yaakov Israel - Triangle, The Golden Beach, Caesarea 2005

© Yaakov Israel - Kalia Beach, Dead Sea, 2006

 

LS: Com’è arrivata alla fotografia? Pensa che sia importante avere un tipo di formazione in senso tradizionale, e ci potrebbe raccontare alcuni aneddoti su ciò che l’ha portata a questo medium?
YI:
Sono cresciuto in una casa dove la letteratura era parte della nostra vita quotidiana. Mio padre era scrittore e giornalista, e mia madre era insegnante d’Inglese, così il nostro appartamento era pieno di libri, giornali e riviste, dal pavimento al soffitto. In un certo periodo perfino il tavolino da caffè aveva una pila di libri talmente alta che ne dovevamo spostare un po’ quando volevamo guardare la TV. Mentre crescevamo nostra madre era solita leggerci qualcosa tutte le sere, e grazie a ciò tutti noi bambini siamo diventati avidi lettori. Mi sono così cimentato spontaneamente nella scrittura, ma arrivato a 22 anni con alle spalle il tentativo di scrivere un romanzo più alcuni racconti, sono arrivato a capire che non ero bravo quanto avrei voluto essere, così ho deciso di smettere. Con il senno di poi capisco che non ho mai abbandonato l’idea di raccontare una storia, ma stavo cercando altri modi per farlo, e ho trovato la fotografia. Dopo aver imparato da solo per un po’, ho deciso di seguire un breve corso che mi ha portato a un BFA [laurea in belle arti, n.d.t.], con una specializzazione in fotografia. Per me era interessantissimo frequentare una scuola d’arte, perché avevo la possibilità di parlare con alcuni dei più importanti fotografi in Israele, e di mostrare loro il mio lavoro. Ho avuto la fortuna di avere a disposizione insegnanti molto attenti, che mi hanno aiutato a plasmare la mia idea di fotografia e hanno influenzato le mie idee circa l’insegnamento: è stato davvero un periodo fantastico della mia vita.

 

© Yaakov Israel - Malachi & Gur Arie Yehuda, Jerusalem, 2007

 

LS: Le capita di scattare dei ritratti tenendo a mente coloro che li guarderanno, magari pensando a cosa altri ci potrebbero vedere? O non ci pensa mai? Quante fotografie scatta solitamente per un singolo soggetto?
YI:
Il mio processo creativo può essere suddiviso in tre parti principali:

Per prima cosa penso costantemente a cosa sto cercando di fare, e a come farlo. Questo accade letteralmente sempre, in ogni momento, non solo in studio, ma anche durante le mie attività giornaliere che non hanno a che fare con il lavoro. Posso trovare ispirazione in qualsiasi momento e quando capita faccio delle annotazioni sul mio taccuino, poi le rivedo e ne parlo con mia moglie Maya, che è una pittrice e ha un ruolo importante nel mio lavoro; parliamo molto di ciò che facciamo, di ciò che vogliamo fare e – cosa più importante – del perché lo facciamo. Lavoro sempre a diversi progetti simultaneamente, intrecciando costantemente le idee che stanno dietro a ciascun singolo progetto e unendo i puntini nella mia mente.

La seconda parte del mio processo creativo consiste nell’uscire a produrre le immagini, e in questa fase non penso consciamente a quello che sto facendo, sto soltanto molto attento a ciò che sto vedendo e a ciò che sta accadendo di fronte a me, e sono reattivo. Qui dunque sono concentrato sulla produzione delle fotografie, ma siccome la prima parte del processo è così intensa, essa risulta evidente in qualsiasi cosa decido di fare.

La terza fase è quella dell’editing, con la revisione di tutte le immagini e il pensiero rivolto a come tessere la storia tramite esse.

Dunque, per tornare alla tua domanda, non scatto mai dei ritratti pensando al fruitore, perché non ci penso consapevolmente mentre sto lavorando. Quando sono fuori a scattare delle fotografie penso più a questioni pratiche che riguardano l’ottenere le immagini di cui ho bisogno, ma poi edito il mio lavoro con l’idea di costruire una narrazione, e quindi penso certamente alle storie che ciascuna immagine racconta, e penso ovviamente a come altri si porranno in relazione con il lavoro.

Per quanto riguarda il numero di pezzi che espongo, mentre fotografo le persone penso davvero che se non raggiungo il mio obiettivo con i primi scatti, allora non ce la farò mai, indipendentemente da quanti ne faccia. Sicché per i ritratti di solito faccio due scatti e il mio massimo è di quattro, se le cose si complicano. Se il mio soggetto è un oggetto o un paesaggio generalmente faccio soltanto uno scatto, e se ne faccio di più vuol dire che ho deciso di fare delle variazioni.

 

© Yaakov Israel - Nili asleep, Nebi Musa, 2010

© Yaakov Israel - Gateway, Metzokei Dragot, 2010

 

LS: Qual è il lavoro che meglio rappresenta la sua ricerca, e in quale riesce a vedere maggiormente se stessa? Come trova i suoi soggetti? C’è qualche forma di selezione?

YI: Penso a me stesso come a un collezionista di immagini, per diversi motivi. L’azione fotografica è l’atto attuale, e l’editing e l’archiviazione finalizzano l’atto di aggiungere un pezzo alla collezione. Le immagini che colleziono emergono da un ventaglio di interessi che si fondano sulla situazione sociale e politica del mio Paese, e di cui faccio parte anch’io. Il mio sistema per editare e raggruppare le immagini si basa sull’idea di raccontare storie che hanno a che fare con la mia personale esperienza di queste realtà, trasformando la realtà in finzione e la finzione in realtà. Cerco di usare la fotografia per costruire una narrazione che dichiari il modo in cui percepisco la realtà. Sul quanto i miei progetti siano riflessioni verso l’interno, in senso biografico, posso dire che lo fanno altrettanto all’esterno, per cui non considererei un progetto più importante di un altro. Hanno tutti origine nello stesso luogo e ciascuno rappresenta un percorso di ricerca che è allo stesso tempo personale e parte di un’idea più ampia.

 

© Yaakov Israel - The Man On The white Donkey, HaBiqah, 2006

 

LS: Su cosa si sta concentrando per la sua ricerca personale? Qual è la cosa che più la ricompensa nel suo lavoro?

YI: Col passare del tempo penso sempre più spesso che il mio lavoro possa essere suddiviso in poche idee e pochi interessi principali: la narrazione sociale, in cui il collezionare immagini è la chiave; la curiosità, perché sono sempre in cerca di uscire ad esplorare il mondo; e il raccontare storie, perché penso sempre a dare forma ad esperienze e immagini in una storia. Le parti che più mi ricompensano sono le piccole scoperte in cui mi imbatto e i risultati finali che ottengo persistendo.

 

© Yaakov Israel - Gas Station, HaBiqah, 2006

 

LS: Pianifica tutto, oppure va in giro senza attrezzatura prima di tornare sul posto per scattare? Oppure osserva le cose attraverso la macchina fotografica?

YI: Credo fermamente che le cose si manifestino come interessanti per me in un momento specifico che dipende molto dall’umore, dalla luce, e da molti altri parametri variabili. Per cui non vado in cerca di scenari, scelgo una destinazione e ci vado. Ma raramente raggiungo la destinazione che avevo stabilito, mi rendo conto che mi lascio portare dalle cose che vedo lungo il percorso. Nel corso degli anni mi sono trovato a fermarmi e a fotografare in alcuni luoghi diverse volte. Trovo entusiasmante fare nuove scoperte in luoghi che già conosco.

 

© Yaakov Israel - Morning Prayer, The Dead Sea Hilton, 2006

© Yaakov Israel - Carpet, Northern Israel, 2009

 

LS: Descrive la società, la cultura contemporanea, o la cultura del consumismo? Fino a che punto il suo lavoro rappresenta e riflette il presente?
YI: Di sicuro guardo in profondità alla società di cui faccio parte, e questo tipo di sguardo porta con sé degli elementi che sono profondamente connessi alla cultura contemporanea, ma il mio punto di vista è soggettivo e riflette i miei interessi tanto quanto riflette i miei soggetti, per cui non arriverei a dire che rappresenti altro oltre alle mie riflessioni sul presente.

 

© Yaakov Israel - Zohar With Pied Kingfisher, 2010

© Yaakov Israel - Sinkholes, Ein Gedi, 2011

 

LS: Che significato potremmo attribuire oggi alla ‘fotografia di paesaggio’?
YI:
Io fondamentalmente non penso al medium in questo modo, ma più democraticamente lo vedo come un mezzo per provare a rispondere a delle domande che uno potrebbe non sapere come formulare. I fotografi sono sempre stati capaci di guardare e la Fotografia è sempre stata capace di mostrare / esporre. Tenendo questo a mente, credo che le immagini consentano a noi che le guardiamo di dare un’occhiata a realtà diverse, e spero che ci facciano venire voglia di guardare più a fondo e di comprendere. La fotografia che serve soltanto per il godimento estetico non mi ha mai interessato.

 

© Yaakov Israel - Eman, South-western Negev, 2011

 

LS: Ci può parlare un po’ del suo libro “The Quest for the Man on the White Donkey” [“Alla ricerca dell’uomo sull’asino bianco”] … Quali sono stati i passaggi principali per dare forma a questo tipo di narrazione? Ci può dire qualcosa sul processo di editing?

YI: Prima che diventassi adulto non abbiamo mai avuto un’automobile, per cui ho conosciuto Israele attraverso i principali itinerari dei bus.

Dopo la mia laurea alla scuola d’arte nel 2002 ho sentito il bisogno di iniziare un nuovo progetto che combinasse i miei interessi politici e sociali. Alla fine ho deciso di intraprendere un viaggio in auto per conoscere la mia nazione. Fino ad allora avevo lavorato al mio primo progetto serio, ‘South West Jerusalem’, che riguardava un’area geografica molto piccola, i quartieri della classe operaia di Gerusalemme sud-ovest, dove vivevo, e sentivo il bisogno di iniziare un progetto che non avesse questi limiti geografici. La seconda cosa che volevo sfidare era la mia idea di costringermi in un solo luogo, impiegando lo stesso sistema di regole e la stessa struttura visuale per tutte le mie immagini, che mi erano utili per raccordarle. Volevo provare a costruire un nuovo ‘dialetto visivo’ o perfino un nuovo linguaggio con il mio immaginario, che non facesse affidamento a questo tipo di logica e che allo stesso tempo continuasse a fare da connettore, ed è così che è nato “The Quest for the Man on the White Donkey”. All’inizio non sapevo proprio come fare per enunciare ciò che stavo cercando, ma ero appena uscito dalla scuola d’arte ed ero pieno di energie, con una forte sensazione che stavo facendo quello che dovevo fare, così ho continuato ad uscire, a guidare per il Paese e a scattare fotografie. Ricordo che non avevo un nome per il progetto, anche se ci avevo già lavorato per tre o quattro anni, e allora ero preoccupato che non mi sarebbe venuto in mente. Un giorno stavo lavorando vicino al mar Morto quando un uomo palestinese su un asino bianco è uscito dalle vampate di aria calda venendomi incontro e si è fermato per farsi fare una fotografia prima di scomparire nel paesaggio. Ricordo di aver pensato a quanto strano fosse stato quell’incontro, e di essermi trovato a riflettere sulle sue connotazioni bibliche. Per realizzare questa immagine ci è voluto molto tempo, perché l’asino si muoveva in continuazione e dovevo mettere a fuoco ogni volta. Ero sicuro che l’immagine non sarebbe riuscita nitida, e questo mi faceva pensare ancora di più a quello strano incontro. Questo mi ha portato a capire che le storie e i miti religiosi (cristiani, islamici, ed ebraici) non sono solo residui del passato, ma anche una presenza reale della nostra vita quotidiana. Da questo momento in poi ho iniziato a guardare non soltanto agli aspetti sociali e politici per la mia ricerca visuale, ma anche alle manifestazioni odierne delle storie religiose.

Ho scelto il titolo come omaggio sia all’effettivo ‘uomo sull’asino bianco’ che ha innescato questa mia consapevolezza, sia al messia ebraico, che secondo la fede ebraica dovrebbe arrivare vestito di bianco e cavalcando un asino bianco. Per quanto riguarda la ricerca (quest), essa riguarda il fatto che il mio lavoro si fonda sull’idea di osservare la realtà mentre allo stesso tempo vado in cerca di quel livello invisibile e inafferrabile, per poi collocarlo nel dominio del reale.

 

© Yaakov Israel - Riad and Mahmoud, Almog Crossroad, 2010

© Yaakov Israel - Breslav Hasid Praying, Petrol Station, HaBiqah, 2011

 

LS: Come immagina lo sviluppo futuro del suo lavoro?
YI: Non ragiono in questo modo. Faccio sempre liste di progetti su cui mi piacerebbe lavorare, ma riesco solo a realizzarne pochi, generalmente quelli che mi rimangono impressi e che si riaffacciano finché non li inizio. Al momento mi sono appassionato a un progetto completamente basato sul costruire una narrazione, ma sono anche entusiasta di lavorare su progetti più tematici. Poiché lavoro simultaneamente a cose diverse, non sono in grado di dire quale giungerà prima a compimento. Penso che siano le immagini a guidarmi sulla loro strada.

 

© Yaakov Israel - Shimon, The Jordan Valley, 2001

© Yaakov Israel - Police, HaBiqah, 2011

 

LS: Un’ultima domanda: a cosa sta lavorando al momento, per quanto riguarda la fotografia? Cosa c’è in serbo per lei nel 2013, dal punto di vista fotografico e non solo?
YI: Be’, il 2013 è quasi finito, per cui non ho molte novità di cui parlare per quanto riguarda la fine di quest’anno. Sto aspettando l’inverno per fare un po’ di ordine necessario, e poi potrò uscire per alcuni viaggi invernali. Dal punto di vista fotografico ho deciso di provare a portare a termine per l’anno prossimo, o entro due anni, due progetti in corso: ‘South West Jerusalem’ e ‘The Legitimacy of Landscape’. Ci lavoro rispettivamente dal 2001 e dal 2002 e penso sia il momento di portarli a compimento. Mi diverte il fatto che ogni volta che penso che sia giunta l’ora di chiudere, il progetto riprende vita e torno a sentire per esso l’entusiasmo che avevo all’inizio. Per cui ora sono molto carico per la piega che questi due lavori in corso stanno prendendo, grazie alle nuove immagini. Poi sarà la volta dell’editing finale, e ho voglia di scoprire come andranno a finire le storie. Inoltre sto lavorando ad alcuni nuovi progetti, ma è ancora tropo presto per parlarne.

 

The project was published as a book in 2012 by Schilt publishing:
www.schiltpublishing.com

Yaakov Israel “The Quest for the Man on the White Donkey”

 

yaakovisrael.com

Intervista a cura di Gianpaolo Arena

Traduzione a cura di Francesco Bergamo