Bryan Schutmaat – Fotografo, U.S.A.

“My Shepherd Will Supply My Needs”

LS: Quale artista o poeta ha avuto influenza su di lei agli inizi? Dove possiamo rintracciare le radici del suo lavoro? Quanto si può dire che Walker Evans, Robert Adams o i maestri della fotografia a colori (Egglestone, Shore, Sternfeld) siano stati una fonte di ispirazione per lei quando ha iniziato a ricercare uno stile? Chi la ha influenzata di più e come è arrivato alla fotografia?

BS: Quando ho iniziato a fare foto avevo venti anni e trovavo interesse dappertutto! Non conoscevo granché della storia della fotografia né della scena contemporanea. Quel che facevo era leggere romanzi e guardare vecchi film. Credo che il mio lavoro e la mia fiducia nella potenza dell’immagine arrivino dai film di Bergman, di Truffaut, di John Ford, di Terrence Malick e dei fratelli Coen, solo per citare qualche nome. Il cinema mi ha insegnato a vedere e a sentire.

Gli dei della fotografia li ho scoperti e ho iniziato ad amarli più tardi. E non c’è alcun dubbio che loro hanno plasmato considerevolmente il mio modo di vedere. Penso che influenze e ispirazioni mi arrivino da più parti, pertanto fare un solo nome è un compito arduo. Tuttavia vorrei menzionare Winogrand, nonostante i nostri stili siano così diversi. È un fotografo prolifico e appassionato, quando, circa un decennio fa l’ho scoperto,  ha acceso un fuoco dentro me che mi ha spinto ad uscir fuori e scattare fotografie.

Nel 2003 ho avuto il primo approccio con la fotografia, al college, lavorando al diploma d’arte. Lo ritenevo un hobby divertente ma divenne qualcosa di più e nel corso degli anni è diventato sempre più importante per me fino a trasformarsi in una passione.

 

© Bryan Schutmaat from 'Heartland'

© Bryan Schutmaat from 'Heartland'

 

LS: Cosa significa la fotografia per lei e cosa cerca di trasmettere?

BS: Non so cosa esattamente la fotografia voglia dire per me. È qualcosa che ho iniziato a fare e che ora non riesco a smettere di fare. È una specie di ossessione o di dipendenza, il mio scopo di vita che porta qualche felicità ed è una scusa per esplorare e interagire con il mondo.

Quando realizzo un lavoro cerco di non pensare a chi lo vedrà ma mi auguro che lo spettatore prenda qualcosa da esso, anche se non c’è un grande messaggio preordinato. La vita è difficile e l’arte ci aiuta ad affrontarla. So che è una specie di consolazione, ma senza di essa mi sarei perso.

 

© Bryan Schutmaat from 'Heartland'

© Bryan Schutmaat from 'Heartland'

 

LS: Compie qualche genere di ricerca sul territorio prima di realizzare un progetto? Raccoglie specifiche informazioni su ciò che si appresta a fotografare? Come progetta e realizza un lavoro?

BS: Per “Grays the Mountain Sends” ero interessato alla storia e alla mitologia dell’Ovest, all’industria e al patrimonio dei luoghi nei quali stavo fotografando. Ma non c’era una vera e propria ricerca, almeno nel senso accademico, alla base. La letteratura locale è stata più che una guida. Fondamentalmente uscivo e esploravo. Nei miei lavori non c’è molto di premeditato e la mia attenzione tende a restringersi mano a mano che vado avanti; lascio che le immagini mi guidino, sempre tenendo gli occhi aperti per nuove scoperte.

 

© Bryan Schutmaat from 'Western Frieze'

© Bryan Schutmaat from 'Western Frieze'

 

LS: Come descriverebbe il suo linguaggio fotografico e il processo creativo ? Le sue immagini sono premeditate o istintive?

BS: È tutto molto intuitivo, tuttavia ciò che faccio è al contempo istintivo e premeditato. Generalmente ho un’idea, un tema ampio, un’atmosfera che voglio costruire, alcuni sentimenti che voglio evocare, ma, mentre sto fotografando, non saprei dirti come intendo raggiungere tutto ciò. Ovviamente la scelta del soggetto è intenzionale. Ciò che dà forza e coesione al tutto è il modo in cui viene eseguito il lavoro e lì si annida per me il mistero. Scattare delle foto è anche improvvisare; dopo di che il lavoro di editing mi permette di darle un senso.

 

© Bryan Schutmaat from 'Grays the Mountain Sends'

 

© Bryan Schutmaat from 'Grays the Mountain Sends'

 

LS: Quanta poesia e narrativa è presente nel suo lavoro? C’è una qualche connessione tra la letteratura e il modo in cui descrive l’America?

BS: “Grays the Mountain Sends” è stato ispirato dalla letteratura ambientata nell’Ovest americano, penso a Richard Ford, Raymond Carver, William Kittredge, il poeta Richard Hugo. Hugo usa delle descrizioni espressionistiche del mondo esteriore per rendere quello interiore ed è una cosa che io cerco di fare con la fotografia. Ritengo la fotografia vicina a certe linee di sviluppo della letteratura più di altre forme, pertanto una connessione col mio lavoro c’è sicuramente.

 

 

© Bryan Schutmaat from 'Grays the Mountain Sends'

© Bryan Schutmaat from 'Grays the Mountain Sends'

 

LS: Cormac McCarthy, William Faulkner, Joseph Conrad, William Least Heat- Moon, Marilynne Robinson, Walt Whitman sono buoni esempi del concetto di ‘wilderness’ (selvaggio) legato al sogno americano e al mito della frontiera (anche in fotografia: Timothy O’Sullivan, Carleton E. Watkins, William Henry Jackson…). Il tema è ben rappresentato anche nelle biografie di musicisti che vivono in clandstinità o in vagabondaggio come Moondog, John Faley, Harry Partch. In che modo ritiene che un paesaggio possa essere uno stato fisico, mentale o psicologico?

BS: Il selvaggio è indubbiamente legato al sogno americano. Per i primi coloni la ricerca di una seconda possibilità, l’America era il luogo dove un ambiente naturale non antropizzato poteva essere trasformato in un luogo ideale, sognato a lungo, la loro città sulle colline. Tutto ciò continuò e si enfatizzò quando, un paio di secoli dopo, la frontiera si spostò verso ovest e gli Americani propagarono un destino manifesto. L’idea è viva anche oggi. In “Grays the Mountain Sends” questa idea e il suo significato sono stati sia lo sfondo che il percorso per arrivare a una esplorazione più profonda. Volevo associare emozioni e paesaggi: essi sono delle metafore dell’esperienza umana, così i sentimenti e la psicologia entrano in gioco. Non ha a che fare solo con i ritratti associati ai paesaggi ma, più in generale, con ciò che io in quanto autore proietto nel mio lavoro e, al tempo stesso, con il coinvolgimento verso, mi auguro, chi guarda.

 

© Bryan Schutmaat from 'Grays the Mountain Sends'

 

© William Henry Jackson - Colorado circa 1900. "Mining camp at Chattanooga on Mineral Creek." 8x10 glass negative by William Henry Jackson, Detroit Publishing Co

 

LS: Facendo riferimento a “Grays the Mountain Sends”… C’è sempre un certo senso narrativo nelle sue immagini. Quanto esplicitamente pensa a uno svolgimento narrativo per le sue immagini?

BS: Mentre fotografo non penso in modo specifico a uno svolgimento narrativo. Ripeto, scattare è per me qualcosa di intuitivo, solo in seguito diciamo ascolto quel che le foto hanno da narrarmi. In ”Grays the Mountain Sends” non c’è una vera narrazione quanto una suggestione narrativa. C’è parecchio spazio vuoto che  il fruitore è invitato a riempire. È come se sotto ogni foto ci fosse una didascalia non scritta con infinite possibilità.

 

 

© Bryan Schutmaat from 'Grays the Mountain Sends'

© Bryan Schutmaat from 'Grays the Mountain Sends'

 

LS: Ha ritratto una ragazza coi capelli rossi seduta in un bar. Qual è la storia dietro questa immagine?

BS: Questa foto è un omaggio a Richard Hugo e William Eggleston. C’è una poesia di Hugo, “Degrees of Gray in Philipsburg”, che è stata di grande ispirazione e dalla quale ho in fondo rubato la conclusione. Il poema è cupo fino all’ultima strofa che invece offre un po’ di speranza:

 

“Say no to yourself. The old man, twenty
when the jail was built, still laughs
although his lips collapse. Someday soon,
he says, I’ll go to sleep and not wake up.
You tell him no. You’re talking to yourself.
The car that brought you here still runs.
The money you buy lunch with,
no matter where it’s mined, is silver
and the girl who serves your food
is slender and her red hair lights the wall.”

 

 

© Bryan Schutmaat from 'Grays the Mountain Sends'

 

LS: Quando guardo il suo lavoro sull’Ovest americano la mia mente risuona degli echi di Lonnie Johnson, Charley Patton, Son House, Skip James, Mississipi Fred McDowell, Blind Willie McTell. Anche qualche cantante folk come Karen Dalton, Vashti Bunyan, Linda Perhacs. O alcuni dei miei preferiti chitarristi quali John Fahey, Robbie Basho, Glenn Jones e Jack Rose. Qual è la sua musica preferita? Cosa pensa della musica contemporanea?

BS: Mi piacciono parecchi dei musicisti che ha nominato. Per lo slideshow di presentazione di ”Grays the Mountain Sends” la musica scelta era di Fahey, My Shepherd Will Supply My Needs. La sua musica funziona in un modo in cui la fotografia qualche volta riesce: si percepisce una narrazione anche se non c’è una specifica storia. Naturalmente non c’è una narrazione specifica dal momento che è un pezzo strumentale. Mi piace il vecchio folk, il country, il blues: Abner Jay, Hank Williams, Michael Hurley, Nick Drake, Bob Dylan, Snooks Eaglin, Washington Philips, Townes Van Zandt, Jackson C. Frank e altri. Per quanto riguarda la musica contemporanea, io sono più coinvolto dal rock, dall’indie e dal pop. Il nuovo album dei The War on Drugs è eccellente.

 

 

© Bryan Schutmaat from 'Grays the Mountain Sends'

 

LS: C’è un libro fotografico che consiglierebbe?

BS: Odio i cliché ma Why We Photograph e Beauty in Photography (La Bellezza in Fotografia. Saggi in difesa dei valori tradizionali – Bollati Boringhieri, Torino, 1995) sono i miei preferiti. Robert Adams è il migliore.

LS: A cosa sta lavorando attualmente? Cos’ha in serbo per il 2014?

BS: Ho un nuovo progetto del quale, essendo agli inizi, non voglio parlare. In autunno uscirà la seconda edizione del mio libro assieme a una mostra di ”Grays the Mountain Sends” alla Sasha Wolf Gallery di New York. Partecipo inoltre al Joop Swart Masterclass ad Amsterdam, che si preannuncia eccellente.

 

 

© Bryan Schutmaat - Daniel Johnston at his home in Waller, TX for Juke

 

LS: Daniel Johnston è uno dei miei personali eroi musicali. Qual è la storia dietro il servizio fotografico nella sua casa di Waller in Texas? Potrebbe dirci qualcosa di più?

BS: Ho realizzato le foto per una rivista inglese che si chiama Juke. Sono tra le foto più difficili che io abbia mai realizzato. Come è risaputo Daniel soffre di disturbi mentali. Io ero un suo fan e ero consapevole delle sue condizioni ma non immaginavo fosse così distante da ciò che gli accadeva intorno. Sembrava essere cosciente per dei momenti e poi assente; mi sentivo colpevole di fotografarlo. Non riusciva e non voleva restarsene seduto, così per il mio stile di ripresa, è stata veramente dura. Per di più sua sorella, colei che se ne prende cura, mi metteva fretta, così tutto risultava ancor più difficile. Ma Daniel è stato molto dolce e ho davvero apprezzato il tempo passato assieme, quando non scattavo. La sua casa è ipnotizzante, uno spettacolo da vedere.

 

www.bryanschutmaat.com

Intervista a cura di Gianpaolo Arena

Traduzione a cura di Sergio Tranquilli