Aleix Plademunt – Fotografo, Spagna

“Almost There”

LS: Inizialmente studiava ingegneria. Cosa le ha fatto scegliere la fotografia? In che modo pensa che i suoi studi precedenti influenzino la sua fotografia? In che maniera ha scoperto la fotografia come mezzo di espressione?

AP: Quando avevo sedici anni ho ricevuto un ingranditore come un dono da mia zia per sviluppare le mie pellicole in bianco e nero. Non sono più tornato indietro. Ho studiato ingegneria perché, penso, ho avuto paura di buttarmi al 100% sulla fotografia. Dopo due anni che ero alle prese con gli studi realizzai che non avrei mai voluto lavorare come ingegnere. Non era la mia strada: decisi di dedicarmi alla fotografia. Credo che ogni cosa cui ci dedichiamo nella nostra vita ci modelli. Dal momento che la fotografia è una parte molto importante della mia vita, sono sicuro che è influenzata dai miei precedenti studi e metodologie, ma anche da molte altre cose. Nel mio lavoro personale, proprio in quanto è personale, io cerco di vedervi me stesso per come sono. Mi piace vedere e fotografare le cose dal mio punto di vista, a partire dalla mia posizione sociale e geografica.

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

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LS: Da cosa trae origine il suo lavoro? I suoi primi progetti da quale artista o riferimento storico sono stati influenzati?

AP: I rudimenti  sulla fotografia li ho avuti nelle librerie di Barcellona (Tartesos e Kowasa, oggi chiuse). Dopo di che passai ad una seria istruzione tecnica universitaria. Purtroppo non ho imparato tanto riguardo ai fotografi e ai progetti personali, quanto gli aspetti tecnici. Ho imparato a conoscere sensitometria,  fisica, illuminazione, calibrazione, camera oscura. I miei principali riferimenti sono i miei amici, anche oggi, gli unici con cui posso avere uno scambio e parlare. Voglio ricordare tra tutti Roger Guaus, Juan Diego Valera, Antonio M Xoubanova, Casi Ricardo, Borja Bagunyà e Carles Marqués-Marcet. Ma, naturalmente, ci sono molti fotografi, cineasti e artisti in genere che hanno contribuito a plasmare e ispirare la mia fotografia.

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

LS: Come prendono vita i suoi progetti? Cosa la guida nella scelta di luoghi e immagini per i suoi lavori?

AP: C’è sempre un’idea alla base di un mio lavoro. Intendo i progetti come qualcosa profondamente legato alla soggettività di chi lo realizza. Qualcosa che mi riguarda. Qualcosa che merita il mio tempo, l’energia, i sogni e le finanze! Deve essere qualcosa da cui posso imparare, un’opportunità di crescere. Mi piace pensare la fotografia come strumento per imparare e scoprire nella mia vita di tutti i giorni. Negli ultimi anni per me le immagini sono state la traduzione di idee. Cerco di trovare luoghi, situazioni o persone che posso tradurre in concetti. Un’interfaccia per i miei pensieri. È così che mi piace affrontare il mio lavoro.

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

LS: Il suo lavoro potrebbe essere considerato come un metodo per riscrivere la storia, portando il passato nel presente mediante una nuova visione? La fotografia ha la capacità di generare itinerari possibili, punti di vista, metafore, digressioni dalla realtà. Ci può dire qualcosa a riguardo?

AP: Non credo di portare una nuova visione delle cose quanto la mia visione. Non pretendo di fornire risposte, preferisco porre domande. Cerco di analizzare concetti differenti da molteplici angolazioni. Nel mio ultimo lavoro, Almost There,  introduco l’idea che le cose possono essere interpretate in modi completamente diversi. Le cose possono essere misurate e osservate solo sulla base degli occhi che si soffermano su di loro.

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

LS: Come è nato il progetto di “Almost There“? C’è qualcosa nel titolo che ci guida nello svolgimento delle sequenze?

AP: In Almost There  mi interessavano situazioni in cui sembra che qualcosa possa accadere o sia appena successo, ma in realtà non se ne ha nessuna certezza al riguardo. Potrebbe facilmente non accadere mai. Mi interessa la tensione inconscia causata dall’uso del linguaggio fotografico. Le fotografie possono adottare nuovi significati a seconda della serie o del contesto dove le mettiamo. In fotografia, non tutto è vero o falso. Tutto è relativo e questo è la forza del mezzo. Nessuno direbbe che le singole parole sono vere o false. Una parola crea significato a seconda della parola che segue. Personalmente ritengo che la fotografia funzioni così.

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

LS: Almost There” è un libro pubblicato nel 2013 da Mack. SI tratta di una  ricerca e di processi fotografici che presentano una costellazione cangiante di immagini che si occupano del paesaggio e della sua esplorazione nel campo della fotografia contemporanea. Come è riuscito a fare ciò? Cosa la spinge a questo tipo di ricerca e così in profondità?

AP: Almost There è il risultato della considerazione che le cose non possono essere misurate. Lo fa sapere in anticipo e così l’aspetto dell’impossibilità è una sua parte vitale. Come dicevo, non ci sono risposte assolute. Ho cercato di farlo attraverso il concetto di distanza: distanza emotiva, distanza fisica, temporale e anche fotografica. Ho fotografato i miei globuli rossi cercando di fotografare qualcosa di molto, molto vicino a me. Dentro di me. Dopo, ho fotografato Andromeda che è lontana 2,5 milioni di anni luce (ma è al tempo stesso la galassia più vicina alla via lattea). Volevo fotografare qualcosa di più piccolo e vicino. Ma le cellule non sono la cosa più vicina.  Possiamo sempre trovare qualcosa impossibile da misurare e arrivarvi (come mostrano le cartoline). Così una foto ne chiama subito un’altra. Si tratta di riconoscere l’essenza del progetto più che la singola foto. Ho deciso di non aggiungere alcun titolo alla copertina, né alcun prologo o informazioni, perché voglio che sia il lettore a partecipare attivamente all’ambiguità del libro. Voglio che ognuno ne tiri fuori un significato e le proprie conclusioni. Alla fine del libro si troverà una pagina (nascosta) che aiuta a scoprire le mie intenzioni e nessi tra le immagini. Così suggerisco una nuova lettura, probabilmente diversa dalla prima. Sì il libro è pubblicato da Mack, come ha ricordato, e da Ca l’Isidret Edicions (una piccola casa editrice che gestisco con due amici).

www.calisidretedicions.cat

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

© Aleix Plademunt from ‘Almost There’

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LS: “Questo libro ha due determinanti: da una parte una critica ideologica del linguaggio della cosiddetta cultura di massa, dall’altro un primo smantellamento semiologico di quello stesso linguaggio: avevo appena letto Saussure e mi ero fatto l’idea che si potessero trattare le “rappresentazioni collettive” come sistemi di segni così da sperare di andare oltre la denuncia e spiegare in dettaglio la mistificazione che fa diventare la cultura piccolo borghese una verità universale.”

Roland Barthes, in “Mythologies(1957), mette in evidenza il travisamento dell’industria del turismo con i suoi stereotipi di massa e la sua falsa autenticità. Quale è oggi il viaggio ancora possibile? Penso al suo “Dubailand”, cosa le fa scegliere un luogo piuttosto che un altro?

AP: Nel 2007 Dubai era onnipresente sui giornali, c’era parecchia promozione al riguardo. Gli edifici più sorprendenti: il più alto, il più costoso, il più grande, quello col più grande centro commerciale, quello acquatico, quello con le palme, ecc.. Il nome di Dubai era ovunque eppure io non avevo mai visto una reale immagine di Dubai, solo render o modelli in 3D. Per cui volevo andare a vedere cosa tutta quella gente stava cercando di realizzare con tutto il denaro e la terra. Stavano costruendo una città imperniata sul concetto di turismo. Ciò che non mi aspettavo di trovare è che stessero costruendo una città solo per il turismo ma senza il turismo. In realtà la città è stata costruita per le persone (da ogni dove provenissero) che stavano prendendo parte alla costruzione. Nomadi del lavoro che temporaneamente portavano in vita la città. Questo mi ha impressionato.

© Aleix Plademunt from ‘DubaiLand’

© Aleix Plademunt from ‘DubaiLand’

© Aleix Plademunt from ‘DubaiLand’

© Aleix Plademunt from ‘DubaiLand’

LS: Oggi è consuetudine lavorare a delle serie fotografiche. Che dire della forza della singola fotografia?

AP: Mi interessa il linguaggio visivo e narrativo della fotografia. Per questo mi piace lavorare a delle serie e a dei libri. Mi piace esplorare questo tipo di potere che ha la fotografia. Ovviamente i progetti sono composti da immagini singole, per cui è qualcosa cui presto attenzione. Mi piace esplorare gli strati di significato dietro una sola immagine. È molto importante il perché, il quando e il dove ho deciso di scattarla. Queste domande portano molti significati alle mie foto.

© Aleix Plademunt from ‘DubaiLand’

© Aleix Plademunt from ‘DubaiLand’

© Aleix Plademunt from ‘DubaiLand’

© Aleix Plademunt from ‘DubaiLand’

© Aleix Plademunt from ‘DubaiLand’

© Aleix Plademunt from ‘DubaiLand’

LS: Qual è stato il suo libro fotografico preferito negli ultimi anni?

AP: Il libro più intelligente, che più mi ha sorpreso e da cui più ho  appreso è Un Universo Pequeño di Antonio M Xoubanova. Ca l’Isidret Edicions lo pubblicherà la prossima settimana. Il libro è raffinato in termini di narrativa, edizione e concetto. E’ un onore per me essere in grado di pubblicarlo.

© Antonio M Xoubanova from ‘Un Universo Pequeño’

© Antonio M Xoubanova from ‘Un Universo Pequeño’

© Antonio M Xoubanova from ‘Un Universo Pequeño’

© Antonio M Xoubanova from ‘Un Universo Pequeño’

LS: Per finire, a cosa sta lavorando ora? Quali sono i progetti in cui è coinvolto se ha il desiderio di svelarli!

AP: Da due anni lavoro a un progetto chiamato Matter. Io lavoro sempre lentamente per cui credo mi occorreranno altri due anni. Mi intriga molto, ha a che fare con le domande, nessuna risposta. Metto tutto in discussione. :)

aleixplademunt.com

Intervista a cura di Gianpaolo Arena

Traduzione a cura diSergio Tranquilli