Sybren Kuiper – Graphic designer, Olanda

“Per disegnare un libro”

LS: Ricordo di una discussione con un fotografo che, riguardo al suo ultimo libro, mi disse che decise di disegnare il libro da sé: il processo di design lo aiutò infatti nello sviluppo del progetto fotografico stesso. Lei cosa pensa del processo di collaborazione tra fotografo e designer? A quale punto del progetto fotografico deve intervenire il grafico nella sua opinione? Soprattutto mi interessa capire se secondo lei è possibile per il designer aiutare i fotografi a portare i propri progetti fotografici ad un livello superiore?

SK: I graphic designer sono chiamati ad aiutare i fotografi nel raccontare storie in forma di libro. Questo può accadere in ogni momento del loro progetto. Io lavoro con fotografi che hanno già finito il proprio lavoro e realizzato diversi edit loro stessi (ma magari pensano di non aver spinto il proprio progetto al massimo del suo potenziale) oppure con autori che sono ancora alla fase embrionale del progetto, che hanno realizzato solo poche immagini e tutto è ancora in divenire. La maggior parte dei fotografi non realizzano le proprie immagini con in mente la narrativa che avranno poi in forma di libro. Come possono farlo d’altra parte? Quello che accade spesso è che nel momento in cui si arriva alla concezione della struttura narrativa del libro ci si renda conto di alcune lacune nel progetto fotografico. Magari non ci sono abbastanza immagini per raccontare la storia correttamente, per esempio. Se possibile in questi casi i fotografi decidono di realizzare qualche nuova immagine per rafforzare il concept. Florian van Roekel tornò diverse volte a ritrarre gli uffici di ‘How Terry Likes his coffee.’

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© Florian van Roekel - How Terry Likes His Coffee

© Florian van Roekel – How Terry Likes His Coffee

© Florian van Roekel from the book 'How Terry Likes His Coffee'

© Florian van Roekel from the book ‘How Terry Likes His Coffee’

© Florian van Roekel from the book 'How Terry Likes His Coffee'

© Florian van Roekel from the book ‘How Terry Likes His Coffee’

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LS: Spesso quando penso al lavoro dei designers mi viene in mente Macedonia di Cuny Janssen. Questo libro è un bellissimo esempio di ottimo design come riflessione di un ottimo progetto fotografico o ancora meglio di come il design possa esaltare un progetto. Ci può raccontare qualcosa di questo processo?

SK: Gran parte del design di photo books si concentra nel risolvere problemi. Il trucco è quello di trovare soluzioni che sembrino non risolvere un problema ma, anzi, aiutino la narrativa. Nel caso di ‘Macedonia’, Cuny si è spostata dal fotografare solamente bambini al realizzare paesaggi. Mi fornì ritratti orientati verticalmente e paesaggi orizzontali. Entrambi avevano la stessa importanza per lei e dunque dovevano avere la stessa dimensione all’interno del libro. Inoltre Cuny non voleva immagini che andassero a cavallo tra le due pagine (la spina) del libro e neppure ritratti e paesaggi in due sezioni separate del libro. Inoltre, non voleva dare l’impressione che i ritratti ed i pareggi, l’uno accanto all’altro fossero connessi in maniera troppo significativa. Ritratti e paesaggi non dovevano essere uno illustrazione dell’altro. Mi ci è voluto un lungo periodo di tempo per trovare la soluzione relativamente semplice di ruotare i paesaggi, che risolse tutti i problemi. Ma… per rendere la struttura più forte Cuny ha dovuto accondiscendere con qualche sacrificio. Tutti i ritratti orientati orizzontalmente hanno dovuto essere esclusi e lo stesso è valso per i paesaggi verticali.

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© Cuny Janssen from the book 'Macedonia'

© Cuny Janssen from the book ‘Macedonia’

© Cuny Janssen - Macedonia

© Cuny Janssen – Macedonia

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LS: Cuny Janssen spesso racconta la storia del vostro primo incontro in un supermarket. Ci racconti qualcosa in più su questo episodio e la sua collaborazione durante questi anni, sono curiosa anche sull’ultimo libro che avete fatto insieme. Ci sono altri fotografi con la stessa relazione a ‘lungo termine’ con lei?

SK: ‘Blu’ è un libro dal disegno molto più classico. Non c’era bisogno di alcun ‘extra’ in questo caso, niente più di alcune forti scelte nell’editing, come la scelta di abbinare bambini della classe media con bambini zingari, come se provenissero dallo stesso mondo. Il mio obiettivo è stato quello di creare una sorta di esitazione. Mi interessa provocare lo spettatore obbligandolo a guardare due volte, senza che sia subito sicuro di come interpretare quello che vede, è un enorme vantaggio.

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© Cuny Janssen from the book ‘Blu’

© Cuny Janssen from the book ‘Blu’

© Cuny Janssen from the book ‘Blu’

© Cuny Janssen from the book ‘Blu’

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LS: Lei ha lavorato con molti fotografi olandesi, ma la prima volta che ho sentito parlare del suo lavoro è stato attraverso il fotografo italiano Valerio Spada, parlando dell’incredibile design realizzato per ‘Gomorrah Girl’. Ha una particolare affinità con gli autori olandesi o preferisce sperimentare lavorando con altre culture? Immagini la cultura abbia una forte influenza su questo rapporto…

SK: Al momento non mi interessano troppo le differenze culturali, mi interessa piuttosto manipolare le immagini e le storie che racchiudono in se stesse.

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© Valerio Spada from the book ‘Gomorrah Girl’

© Valerio Spada from the book ‘Gomorrah Girl’

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LS: Trova ispirazione per i suoi progetti nella vita di tutti i giorni? Pensa che i suoi primi studi abbiano influenzato il suo lavoro?

SK: Non sono sicuro che la mia vita di tutti i giorni abbia influenza sul mio lavoro, ma certamente i miei primi studi in Letteratura e Linguistica Olandese lo hanno fatto molto. Un photo book è fatto non sono di un edit di immagini; si tratta anche di bilanciamento tra immagini, testo e contesto. Detesto le prefazioni dal momento che detesto mi venga detto come guardare ad un progetto senza lasciarmi l’opportunità di vedere liberamente con i miei occhi. In un libro ognuno può scrivere quello che vuole e per questo le prefazioni, nei miei libri, sono perlopiù alla fine. Questo mi sta bene e ovviamente ci sono sempre delle eccezioni. Il testo di Moses Isegawa che introduce Flamboya è un capolavoro a sé stante. A volte mi capita anche di utilizzare testi scritti da me stesso per rafforzare o strutturare la narrativa di un progetto fotografico. In ‘Wild Pigeon’ di Carolyn Drake ho proposto per esempio di utilizzare delle citazioni di un testo di  un poeta Uiguro (è stampato in integrale alla fine del libro) per iniziare ogni sezione. In ‘Mist’ di Niels Stomps ho scritto io stesso delle brevi citazioni nelle pagine gialle che dividono le varie sezioni e in ‘A contrived past’ di Korrie Besems ho chiesto al poeta Ingmar Heytze di scrivere un poema che ho tagliato in frasi singole da posizionare nel libro in maniera da creare il ritmo giusto.

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© Carolyn Drakes from the book ‘Wild Pigeon’

© Carolyn Drakes from the book ‘Wild Pigeon’

© Carolyn Drakes from the book ‘Wild Pigeon’

© Carolyn Drakes from the book ‘Wild Pigeon’

© Carolyn Drakes from the book ‘Wild Pigeon’

© Carolyn Drakes from the book ‘Wild Pigeon’

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LS: Come designer preferisce lavorare con progetti che si sviluppano su livelli differenti o progetti più ‘classici’? Mi lasci fare un esempio: Niels Stomps o Vivian Sassen…

SK: Non necessariamente, anche se amo le sfide che questo tipo di progetti impone.

LS: Con che tipo di figure professionali si confronta durante il disegno di un photo book?

SK: La più parte dei fotografi con cui lavoro realizzano dei self-publishing, quindi investono nel progetto le proprie risorse economiche, guadagnate con fatica. Spesso dobbiamo quindi essere davvero esigenti nella scelta dello stampatore per esempio. Certamente non possiamo avere il lusso di stampare con i più costosi. Se è possibile preferisco lavorare con Sebastiaan Hanekroot di Colour & Books per quanto riguarda produzione e litografia.

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© Niels Stomps from the book ‘Mist’

© Niels Stomps from the book ‘Mist’

© Niels Stomps from the book ‘Mist’

© Niels Stomps from the book ‘Mist’

© Niels Stomps- Mist

© Niels Stomps- Mist

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LS: Cosa pensa dei photo book digitali? Pensa che abbiano lo stesso valore dei libri stampati e debbano essere disegnati allo stesso modo? Ha mai preso in considerazione questa possibilità con un fotografo?

SK: Un libro digitale potrà con difficoltà ottenere lo stesso ‘peso’ di un libro reale. In fin dei conti si guarda sempre ad uno schermo piatto. Nessun valore tattile, nessun odore, nessun oggetto nelle proprie mani. Si tratta di un tipo di intimità completamente differente. Meno sensitiva e pesino meno sensuale. Tuttavia potrebbe essere che questo formato si addica di più ad alcuni progetti e mi piacerebbe davvero sperimentare fino a che punto sia possibile espandere i limiti dello storytelling con questo medium.

 

LS: Ho letto che lei non è un collezionista di photo books ma rimango comunque curiosa: se alla fine del mondo dovesse salvare 5 photo books, quali sceglierebbe? E quali altre categorie di libri contiene la sua libreria?

SK: Non mi capita spesso di comprare photo books e certamente sono sicuro che, se il mondo dovesse finire, non mi preoccuperei di salvare photo books. Non che non ammiri altri libri o altri designers, forse li ammiro persino troppo e sento di dover limitare il più possibile l’influenza che essi hanno su di me. Preferisco creare in uno stato di ‘ignoranza’: se non conosco altri libri non posso ‘rubare’ da essi. Penso che davvero pochi libri siano davvero ben fatti (ne menziono solo alcuni): ‘Why mister Why?’ e ‘Baghdad Calling’ di Geert van Kesteren, entrambi disegnati da Mevis e Van Deursen. ‘Ramya’ di Petra Stavast disegnato da Hans Gremmen; Kummer + Herrman fecero un lavoro incredibile su tutto il Sochi project di Rob Hornstra. Ce ne sono molti altri.


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© Geert van Kesteren from the books ‘Why mister Why?’ and 'Bagdad Calling'

© Geert van Kesteren from the books ‘Why mister Why?’ and ‘Bagdad Calling’

© Petra Stavast from the book ‘Ramya’

© Petra Stavast from the book ‘Ramya’

© Rob Hornstra from the book ‘An Atlas of War and Tourism in the Caucasus’

© Rob Hornstra from the book ‘An Atlas of War and Tourism in the Caucasus’

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LS: Potrebbe dare qualche suggerimento ai fotografi che pensano di venire al suo studio per la prima volta?

SK: Essere aperti e testardi al tempo stesso. Sapere che cosa si vuole ma abbandonare la propria idea di come arrivare al risultato. Essere preparati ad essere sorpresi dal proprio lavoro oppure rimanere spietatamente onesti nel caso in cui non si sia soddisfatti del lavoro fatto dal designer. Solo attraverso discussioni aperte si potrà ottenere un risultato. L’ego deve rimanere fuori.
LS: Ci vuole dare qualche anticipazione sui suoi progetti futuri?

SK: Sempre.

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www.sybontwerp.nl

Intervista a cura di Marina Caneve

Traduzione a cura di Marina Caneve