Wouda/Clanet/Stradtmann – Fotografi, Olanda/Francia/Germania

“1 KM – Altevie Technologies commission”

Landscape Stories: Potete dirci qualcosa di più su come il progetto è iniziato? In che modo il progetto si evolve da quando le riprese hanno avuto avvio?

Raimond Wouda: Da quel che ho capito il progetto inizialmente conteneva un richiamo con un libro fotografico molto famoso, Viaggio in Italia, sul quale hanno lavorato noti fotografi come Ghirri, Basilico, Barbieri, Guidi. Ne avevo  sentito parlare ma non lo conoscevo a fondo. Pertanto ho deciso innanzitutto di vedere quali fossero le opere presenti e il modo in cui il paesaggio era rappresentato. Avendo noi tutti a che fare con il paesaggio era importante conoscere questo grande corpus di lavori. Dopo di che ho iniziato una ricerca inerente l’Olanda su Google, volevo vedere com’era il paesaggio e così mi sono fatto un’idea di quale sarebbe potuto essere l’approccio fotografico. In Olanda ho fatto diversi tentativi, il primo giorno ho provato due approcci differenti in due luoghi differenti così da poter cambiare idea alla vista dei risultati. Ironia della sorte entrambi gli approcci sono stati abbandonati dopo il primo giorno, ho deciso di enfatizzare la differenza tra i campi da gioco e i contesti con cui avevano a che fare. L’esito fotografico finale è dipeso soprattutto da questo.

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© Raimond Wouda from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

© Raimond Wouda from ‘1 KM – Altevie Technologies commission’

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Céline Clanet: Nel mio lavoro fotografico hanno una grande importanza sia lo studiare le mappe che il camminare a lungo. Il progetto “1KM” mi ha richiesto di verificare accuratamente ogni area sulla mappa, al fine di trovare il posto giusto dove scattare, per valutare la sua posizione nel quartiere, la sua importanza in relazione ad Altevie. Ma la mappa è qualcosa di fisso, una volta che le zone interessanti sono state individuate, inizio a camminarvi intorno a lungo per fare le foto. È stato abbastanza faticoso nel complesso, ma è l’unico modo che conosco per accedere al senso di un luogo: camminare fino a che si diviene una parte della città stessa, fino a fondersi con essa. La città si dispiega sotto i propri piedi, si incontrano persone, il tempo e la luce variano, alcuni campi di gioco non ci sono più e la mappa diviene una vecchia memoria.

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© Céline Clanet from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

© Céline Clanet from ‘1 KM – Altevie Technologies commission’

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Jan Stradtmann: Prima della mia partenza, ho studiato i luoghi dove mi sarei trovato a lavorare attraverso Google Maps e ho cercato – per quanto fosse possibile virtualmente – di prendere confidenza con l’ambiente circostante. Quando ho iniziato a fotografare, però, mi sono reso conto che i luoghi scelti spesso erano anonimi o semplicemente non erano vissuti, e ho avuto a che fare con clima e  illuminazione irregolari. I primi giorni, infatti, sono stati completamente compromessi dalla pioggia. In queste condizioni era impensabile trovare un linguaggio visivo uniforme. Ho speso un sacco di tempo nel cercare luoghi alternativi o soggetti con migliori condizioni di luce. Credo che il carattere di un luogo si riveli solo attraverso un’osservazione insistente. Attraverso questa operazione di “stop and search” sperimentata durante il progetto sono stato in grado di completare gradualmente l’intera serie. Alla fine ho percorso 4.500 chilometri, e ho visto e guadagnato molte nuove impressioni.

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© Jan Stradtmann from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

© Jan Stradtmann from ‘1 KM – Altevie Technologies commission’

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Landscape Stories: Il progetto “1KM” offre la possibilità di scoprire un nuovo paesaggio, al tempo stesso un viaggio attraverso la varietà geografica e culturale dell’Italia. In un certo senso, ricercando il rapporto tra aree ricreative e spazi di lavoro, si possono cogliere aspetti differenti dell’identità italiana. Quali sono le vostre impressioni ed esperienze riguardo questa commissione in Italia?

Raimond Wouda: Sono stato spesso in Italia e la varietà, comparata a quella dell’Olanda, è davvero notevole. Mi ha sempre sorpreso come in un’ora di auto si possa passare dalle montagne al mare, alla pianura e a tutto quel che c’è nel mezzo. Tutte queste differenze nel paesaggio naturale e culturale italiano colpiscono davvero molto. È qualcosa di evidente. La ricreazione sembra avere le proprie aree specifiche. La maggior parte delle volte si trovano le aree sportive e ricreative unite come una sorta di piccole comunità e sembrano anche funzionare come tali. La vita in queste aeree inizia intorno alle ore 16. Le persone arrivano e fanno le loro cose. È molto interessante da osservare. Alle 12 non c’è nessuno e alle 17 c’è tutta una comunità viva e vegeta.

Oltre alla differenza di paesaggio ho notato grandi differenze di mentalità attraverso tutto il nord.  Le persone possono essere ospitali e ostili, di mentalità aperta o sospettose, amichevoli o arroganti.  Altre cose per contro sembrano sempre le stesse: il caffè è sempre fantastico e si può mangiare bene ovunque. Sono stato sorpreso dal gran numero di persone provenienti dall’Asia e dall’Africa. Il problema dei migranti è uno dei grandi temi d’attualità dell’Europa, ma non mi ero mai reso conto del grande numero di rifugiati ospite in Italia. A Brescia e a Bergamo sembrano più numerosi della popolazione italiana.

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© Raimond Wouda from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

© Raimond Wouda from ‘1 KM – Altevie Technologies commission’

© Raimond Wouda from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

© Raimond Wouda from ‘1 KM – Altevie Technologies commission’

© Raimond Wouda from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

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Céline Clanet: In primo luogo, sono rimasta sorpresa dalla quantità di attrezzature. Ogni quartiere ha almeno un campo sportivo e un parco, a differenza della Francia. Lo sport in Italia sembra essere un potente collante sociale, mi ricordo quando guardavo le tribune durante una partita di calcio giovanile: alla partita assistevano generazioni diverse: nonni, genitori, bambini e parenti… Gli uomini discutevano della partita al bar, le donne sedute assieme applaudivano, gridando, i propri figli. Pieno di famiglie. Sembrava un affascinante piccolo villaggio.

Ora so che in Italia Dio e Calcio sono una sola cosa: ogni chiesa italiana ha il suo campo di calcio.

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© Céline Clanet from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

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Jan Stradtmann: Nel corso del mio viaggio ho potuto osservare che lo sport e l’esercizio nel  tempo libero giocano un ruolo molto importante nella vita quotidiana di questo Paese. Credo che la motivazione che spinge un individuo a praticare uno sport sia la ricerca di un equilibrio, che l’esercizio fisico sia un fattore di promozione della qualità di vita personale.

L’idea della formazione indiretta di identità nazionali attraverso lo sport mi trova piuttosto scettico. Una nazione sportiva infatti si puó manifestare in quanto tale solo in competizioni a livello internazionale e, per me, lo sport e la stessa idea di competizione perdono di significato una volta raggiunti i livelli più alti. Doping, corruzione e imbrogli sembrano essere all’ordine del giorno. Suppongo che anche in Italia, dopo i finanziamenti pubblici e privati ai grandi club professionisti, resti ben poco ai piccoli club locali e ai campionati regionali minori.

Questo ho potuto riscontrarlo nello stato di abbandono in cui versano alcuni impianti e parchi pubblici che ho visitato nel corso del mio progetto. Come è già successo per i fotografi commissionati dalla Farm Security Association tra il 1935 e il 1944 per documentare la situazione degli agricoltori negli Stati Uniti, la fotografia può dare un contributo alla rappresentazione e alla comunicazione di alcune situazioni di emergenza. La sfida per me è stata quella di sviluppare un linguaggio visivo che potesse portare sullo stesso piano la mia osservazione personale e lo scopo del progetto.

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© Jan Stradtmann from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

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© Jan Stradtmann from ‘1 KM – Altevie Technologies commission’

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Landscape Stories: Per questo progetto si è lavorato in una situazione ibrida, tra ricerca fotografica e lavoro su commissione, in qualche modo tra arte e business. Qual è il vostro punto di vista sul rapporto tra visione artistica e gli obiettivi più o meno rigorosi di un progetto di comunicazione aziendale?

Raimond Wouda: L’approccio fotografico è più o meno lo stesso in entrambe le situazioni. La grande differenza è il tema e il discorso che si realizza. Naturalmente esiste un’altra forma di committenza nel proprio progetto e ha a che fare con le necessità personali. Sei più coinvolto nei risultati e indipendente nell’osservazione fotografica. Non è la situazione della comunicazione legata al business. E anche se si è coinvolti e ci si appassiona al progetto, questo non permetterà mai di mostrarsi come persona e fotografo.

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© Raimond Wouda from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

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© Raimond Wouda from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

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Céline Clanet: Ogni commissione è un compromesso. In ogni caso ogni atto creativo è un compromesso.

Quando realizzo un progetto personale, la libertà vi gioca una piccola parte; stabilisco i limiti e la direzione del lavoro. Poi arriva l’improvvisazione, ma la libertà è davvero un attore minore nel processo. La differenza quando un lavoro viene commissionato è che non scelgo io le regole. Ma questo non vuol dire che non ci si possa divertire a giocare questa partita.

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© Céline Clanet from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

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Jan Stradtmann: Questa connessione di cui parlavo tra la mia visione artistica e lo scopo del progetto forma il risultato del mio lavoro. Così ho provato ad integrare nelle immagini una certa ironia nell’osservazione delle  assurdità che possono caratterizzare le attività ricreative e sportive. A titolo di esempio, richiamo l’immagine scattata all’Aeroporto Internazionale Leonardo da Vinci di Roma. Una discarica abusiva di rifiuti costituisce un innalzamento nel paesaggio, che opportunamente dotato di scale e attrezzature, viene utilizzato da diversi “Plain Spotters” per le loro attività. Anche la barca abbandonata nella foto di Bologna è il simbolo di una struttura ricreativa abbandonata e trasfigurata che diviene parte integrante di uno scenario quasi romantico. Ma questi sono solo due degli esempi che si possono fare.

L’arte è sempre stata commissionata e continuerà a esserlo in futuro. Ritengo legittimo che chi commissiona un’opera persegua obiettivi che pongano lui o la sua azienda in un contesto rappresentativo, questo fa parte dell’accordo iniziale tra le parti. Ognuno può beneficiare delle qualità dell’altro. Non accetterei richieste di questo tipo, se non potessi applicare la mia visione artistica ed estetica all’opera, e se questa visione non fosse riconosciuta e sostenuta.

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© Jan Stradtmann from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

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Landscape Stories: Cosa ne pensate delle possibilità di un mezzo di comunicazione nell’esprimere l’identità di un’azienda, come avviene per Altevie Technologies in questo progetto?

Raimond Wouda: Credo nel potere artistico del mezzo. Ritengo interessante la possibilità che ci ha dato Altevie di rappresentare i differenti campi da gioco. Spero che i paesaggi li rendano consapevoli dell’ambiente in cui vivono e di come siano parte dell’identità nazionale. Viviamo in un tempo in cui le aree ricreative giocano un ruolo sia per l’homo ludens sia come metafora della vita.

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© Raimond Wouda from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

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Céline Clanet: È una grande cosa. L’arte dovrebbe essere ovunque. Tutti, chi è impiegato, l’amministratore, il dottore, o l’addetto alle pulizie dell’ufficio, dovrebbero sapere che l’arte è per tutti, che tutti possono fare arte, avere un’idea del mondo e un impatto sugli altri. E quando un’azienda offre dei fondi agli artisti è sicuramente un buon segno in termini di apertura mentale!

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© Céline Clanet from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

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Jan Stradtmann: La fotografia è uno strumento contemporaneo, anche se conta oltre 150 anni di storia: modernità e tradizione allo stesso tempo. Nella sua applicazione artistica, la intendo come un linguaggio che puó essere letto e compreso da molti. Credo che l’obiettivo di Altevie sia molto simile: dirigere processi moderni e rendere il loro background comprensibile e comunicabile a chiunque. L’idea di commissionare a tre fotografi, che guardano da un punto di vista esterno un ambiente a loro prima sconosciuto, offre la possibilità di aprire nuove prospettive. E questo cambiamento di prospettiva si può ritrovare nella formulazione stessa del progetto.

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© Jan Stradtmann from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

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Landscape Stories: Avete prodotto parecchie immagini durante il soggiorno in Italia, ma quali sono le ‘immagini mentali’ che non potrete mai dimenticare? C’è un’impressione particolarmente significativa di questo viaggio, come una cartolina da inviare ai vostri cari per descrivere l’esperienza vissuta?

Raimond Wouda: La fotografia ha a che fare con un mucchio di cose ma in questo lavoro per me è consistita soprattutto nell’incontro con le persone. La maggior parte delle persone presenti nelle mie immagini ha parlato e condiviso qualcosa con me. Ho avuto incontri bellissimi, inaspettati, toccanti e altre volte deludenti. Uno degli incontri che mi ha davvero colpito è stato quello con una ragazza che si allenava a lanciare il giavellotto. Era molto ambiziosa e speranzosa di andare ai Giochi Olimpici del 2020. Lei e il suo allenatore erano davvero una straordinaria coppia di esseri umani. Fisicamente non avevano nulla in comune, ma umanamente avevano un sacco di cose da condividere reciprocamente. Erano persone amichevoli e accoglienti; ho ammirato fin da subito il modo in cui rapportavano la loro ambizione e il mondo esterno. Proprio due persone speciali. Non ho fotografato l’allenamento, ho provato ma non ci sono riuscito. È un vero peccato perché ci tenevo che fosse parte della serie ma non sono stato in grado di fare la foto che avrei voluto.

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© Raimond Wouda from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

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Céline Clanet: Probabilmente i rumori di alcuni ragazzi che guardavano una partita di calcio, gridando a gran voce come se fosse una questione di vita e di morte.

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© Céline Clanet from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

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Jan Stradtmann: È l’immagine che ho scattato a Pescara (Aptar Italia Spa) nel momento esatto della caduta di un bambino durante una competizione. Io la chiamo: “Il dolore del tempo libero”. La rigidità delle persone che guardano la caduta, l’impotenza dell’atleta, l’uniformità dei direttori di gara e il cielo azzurro che appare sull’evento rendono completo l’intero quadro. Posso impersonarmi direttamente nella disperazione di chi sta cadendo e sentirne la tragicità.

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© Jan Stradtmann from ‘1 KM - Altevie Technologies commission’

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Intervista a cura di Gianpaolo Arena e Vulcano – Unità di Produzione Contemporanea

Traduzione a cura di Sergio Tranquilli


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