Andrea Botto – Fotografo, Italia

“Paesaggi instabili”

LS: Può raccontarci qualcosa in più sulla genesi di un progetto?

AB: L’ispirazione per iniziare un nuovo progetto può nascere in modi diversi: dall’osservazione, dalla lettura di un libro, dal mio lavoro precedente o di altri, da una notizia su un quotidiano o da un blog su internet, da un fumetto o da una conversazione al bar; non c’è una regola precisa, ma naturalmente cerco di porre maggiore attenzione alle notizie che riguardano i miei temi d’interesse. In linea generale, quando lavoro sul territorio, cerco di documentarmi sull’area di indagine, attraverso una prima ricerca su web e approfondendo materiali o studi diversi. Cerco di farmi un’idea di quale possa essere il miglior modo per affrontare il lavoro attraverso la definizione di alcune linee progettuali, ma è solo sul campo, dopo i primi scatti, che maturo pian piano l’idea del lavoro finito. Non amo partire con tesi precostituite, alla ricerca solo di conferme. Più che di semplici risposte vado a caccia di interrogativi, di situazioni che possano sollevare dubbi o stimolare lo sguardo critico dell’osservatore. Diciamo che il mio metodo di lavoro è la giusta miscela tra una solida base scientifica ed un’elaborazione più istintiva.

Lo sguardo imperfetto, 2001.

LS: In che modo i suoi primi lavori sono legati ai nuovi?

AB: Mi considero da sempre un fotografo di luoghi, quindi ciò che mi guidava inizialmente era l’interesse per lo spazio, l’ambiente ed il piacere di confrontarmi con un tipo di fotografia a cui mi sentivo più vicino, senza fare troppi calcoli per unire insieme progetti diversi. Poi con il passare degli anni, guardando ai miei lavori precedenti con maggiore consapevolezza ed autonomia, mi sono accorto che si potevano leggere alcuni grandi temi ricorrenti, legati innanzitutto al tempo, alla sedimentazione delle tracce ed al senso del limite. Alcune riflessioni maturate nell’ambito dei miei primi progetti come “Lo sguardo imperfetto” o “Biscione”, quartiere popolare di Genova, hanno trovato nuova vita e motivazione, ad esempio, nella ricerca concettuale di “Horizons” e nell’indagine storico-sociale de “La stanza della memoria” e questi ultimi mi stanno già guidando nell’elaborazione del nuovo progetto “World’s End” a cui sto lavorando. Personalmente non ho mai amato l’evoluzione lineare di un autore o la sua estrema riconoscibilità, che rischia di diventare ripetizione o esercizio di stile. Preferisco lavorare con libertà su ciò che mi interessa, con mezzi e soluzioni diverse, senza troppi punti di riferimento o certezze. Mi piace citare la massima di un grande filosofo contemporaneo: “La risposta è dentro di noi. E però è sbagliata!”

LS: Descriva l’esperienza di fotografare un luogo dove non è mai stato prima?

AB: Quasi tutti quelli che ho fotografato sono luoghi in cui non ero mai stato. Le eccezioni sono veramente poche e raramente sono tornato a rifare una foto nello stesso posto una seconda volta. Amo il piacere della sorpresa, ma anche mettere alla prova la mia capacità di “prevedere” l’immagine. Il titolo di un libro di un mio caro amico e curatore Francesco Zanot, “Il momento anticipato”, credo possa riassumere un certo approccio metodologico e forse anche filosofico nei confronti della pratica fotografica. Ho paragonato più volte il mio lavoro sul campo a quello di un rabdomante che, sentendo vibrare il cavalletto, capisce che in quel luogo ci può essere la sua acqua, la fotografia. Col tempo si impara ad essere anche un po’ preveggenti, ma in alcuni casi si cerca più realisticamente di “fare di necessità virtù”. A volte, soprattutto quando si hanno dei tempi imposti dalla committenza, in un modo o nell’altro la foto va portata a casa.

Tutto in una notte, 2003.

LS: Può raccontarci meglio la genesi di un libro (cura dell’edizione, stampa, ecc.)?

AB: Mi è capitato di seguire molte pubblicazioni, sia mie, sia di altri autori ed è sempre una situazione molto emozionante, in cui pian piano prende forma un libro, dando una veste o un taglio di lettura ad un progetto. C’è sempre molta differenza tra i modi di fruizione di un lavoro fotografico (web, libro, mostra, proiezione, ecc.), soprattutto oggi che si ha tutto in digitale, e questi possono influenzare non poco le immagini, sia in positivo che in negativo. Personalmente, per ogni lavoro fatto, tendo spesso a costruirmi un menabò, in forma di libro, prima in pdf e poi cartaceo, per verificare la sequenza delle immagini, ma anche come ottimo e veloce metodo di presentazione. Con la crisi dell’editoria e l’omologazione dei prodotti editoriali, noto un interessante ritorno al libro d’artista o alla pubblicazione in poche copie limitate, senza dimenticare le possibilità offerte dai servizi di book on demand. Mi sembra un ottimo campo per sperimentare soluzioni, materiali e metodi di stampa diversi, con una grande libertà espressiva che può rafforzare in modo determinante la presentazione e anche la diffusione di un lavoro.

La stanza della memoria, 2007.

LS: Lei è stato uno dei piu giovani fotografi a partecipare al progetto e alla pubblicazione “Trans    Emilia. A Territorial Reconnaissance of Emilia-Romagna”, che ricordo ha di questa esperienza e come ha influenzato i suoi lavori successivi?

AB: L’ambiente e le ricerche di Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea sono stati fondamentali per la mia crescita professionale, quindi ancora oggi ringrazio William Guerrieri ed il comitato scientifico per avermi dato fiducia nel 2003, affidandomi un incarico nell’ambito della campagna fotografica sulla TAV. Quel lavoro ha segnato in modo significativo la mia carriera. Da quella serie, realizzata sui cantieri notturni di demolizione dei cavalcavia autostradali, dal titolo “Tutto in una notte”, conclusa nel 2006, ho tratto alcune opere che sono ora in collezioni pubbliche e private. Quando poi le mie foto sono state scelte per essere esposte nella mostra “Trans Emilia” da Thomas Seelig, curatore del Fotomuseum di Winterthur e che già conosceva il mio lavoro per essere stato nella giuria dello European Prize for Architectural Photography in Germania nel 2005 dove avevo vinto il terzo premio, l’emozione è stata grande. Esporre insieme a molti mostri sacri della fotografia internazionale come Stephen Shore, Axel Hutte, Olivo Barbieri, John Gossage, Guido Guidi, Lewis Baltz, in uno dei più importanti musei europei, è stata un’occasione preziosa di confronto e di scambio, con la consapevolezza e l’orgoglio di essere parte di un momento importante in cui, per la prima volta, un progetto di committenza pubblica italiano veniva esposto e presentato a livello internazionale. Peccato che questo fortunato episodio di scambio con l’estero sia rimasto isolato nel panorama italiano e che la stessa Linea di Confine non sia riuscita a porsi come centro di discussione e riflessione sulla fotografia a livello nazionale, in un momento di grande cambiamento ed evoluzione del mezzo fotografico, isolandosi sempre più e rifugiandosi, lo dico con molto rammarico, ma questa è la mia impressione, in posizioni a volte troppo autoreferenziali. Non ho perso la speranza che prima o poi qualcosa accada, ma quando e se dovesse succedere rischia di essere troppo tardi.

World's end, 2010.

LS: Potrebbe descriverci la sua esperienza di direttore artistico del Rapallo Fotografia Contemporanea e in che modo si approccia al tema del festival ? Qual è il filo conduttore che unisce i progetti fotografici selezionati ?

AB: Il progetto Rapallo Fotografia Contemporanea è nato nel 2006 con il sostegno del Comune di Rapallo, delle istituzioni locali e di alcuni sponsor, unico in Liguria, per la valorizzazione e la promozione delle ricerche contemporanee attraverso la produzione di lavori on site realizzati da artisti invitati e la creazione di una collezione di opere fotografiche. Nelle prime quattro edizioni abbiamo ospitato Mario Cresci, Antonio Biasiucci, Mark Cohen e Takashi Homma. Di questi ultimi due abbiamo prodotto i libri monografici “Italian Riviera” e “Vedove/Widows”, curati da Francesco Zanot, che dal 2008 è entrato a far parte dell’organizzazione in qualità di guest curator. Ogni anno si individua un tema generale sul quale viene invitato a lavorare l’artista e, al momento dell’esposizione, insieme al suo lavoro, viene presentata una collettiva di autori che hanno lavorato sullo stesso tema, in Italia o in altri paesi, con tecniche ed esiti spesso anche molto diversi.

Horizons, 2009.

LS: Cos’è per lei la “fotografia di paesaggio”?

AB: …ecco per ultima la classica domanda da un milione di dollari! Così a bruciapelo, se penso alla “fotografia di paesaggio” mi vengono in mente le immagini di Timothy O’Sullivan sull’Ovest americano fatte per l’US Geological Survey, quindi qualcosa di estremamente lontano nel tempo e che forse non c’è più, come molti dei soggetti da lui ritratti. Mi credevo, forse lo sono ancora, un paesaggista convinto, ma l’uso e l’abuso del termine paesaggio fatto in tutti questi anni, soprattutto in Italia, mi ha costretto a riflettere ed in parte a ricredermi. Innanzitutto bisognerebbe chiarire che cosa si intende per “paesaggio”, perché magari la tua idea è diversa dalla mia, che a sua volta è diversa da mille altre ancora e così via. A questo proposito, condivido i timori espressi alcuni anni fa da Antonello Frongia quando dice che “il paesaggio rischia di tornare a essere un genere artistico (al pari della natura morta o del nudo) piuttosto che una riflessione problematica attorno al rapporto tra visualità e territorio – una modalità tipicamente pittorica che nel corso di due secoli la fotografia aveva utilmente debellato”. Visti gli infiniti significati che ha assunto nel tempo, forse si farebbe prima a dire cosa non è. Ma credo che continuare a chiedersi oggi “cos’è la fotografia di paesaggio”, sia del tutto anacronistico, visto che, a mio avviso, la questione più urgente è piuttosto interrogarsi su cosa sia o come stia cambiando la fotografia e se questa parola, così come abbiamo imparato a conoscerla, avrà ancora un senso nell’immediato futuro.

www.andreabotto.it

www.rapallofotografiacontemporanea.it