Andrew Phelps – Fotografo, U.S.A.

“The exotic and the mundane”

LS: Fino a che punto l’immaginario della sua infanzia è ancora presente nelle sue fotografie?

AP: Mio padre era il fotografo occasionale che investiva molto tempo ed energie nel documentare le nostre varie avventure fuori porta. Quelle fotografie solitamente finivano per far parte di grandi produzioni di diapositive per condividere l’esperienza con la famiglia e gli amici. Ovviamente l’“esperienza” non poteva essere trasmessa e io penso che questo problema, quello delle nostre aspettative sulla fotografia, volere che sia più di ciò che è, costituisca una parte cruciale del modo in cui io mi avvicino al mio lavoro. Quindi l’immaginario della mia infanzia non rappresenta necessariamente le mie immagini, ma piuttosto le immagini che raccoglievo con mio padre mentre provavamo duramente a condividere un’esperienza nel deserto. Non funzionò, e questo dà ispirazione in qualche modo.

from "Not Niigata" 2009

from "Not Niigata" 2009

LS: Osservare il suo lavoro evoca una sensazione che unisce tutti i suoi progetti: un senso di comprensione della vita e dell’umanità; come uno spazio intimo per la contemplazione, la meditazione, il pensiero… dove può essere trovato il filo rosso che accomuna il suo lavoro?

AP: Non è facile per me descrivere la trama di cui sta parlando, credo che sia la ragione per cui fotografo. Non faccio sforzi per quel momento, ma è ciò in cui sono interessato, quindi si infiltra nel lavoro inavvertitamente. Penso che ciò abbia origine nel fatto che non sono interessato nelle fotografie (né come fotografo, né come colui che le guarda) che danno risposte immediate. Per la maggior parte delle immagini che vediamo, andiamo avanti e dopo pochi secondi “capiamo il punto”. Tendo ad essere attratto da quelle immagini tra i miei provini che in qualche modo restano là, tranquille per un po’, non quelle che saltano all’occhio al primo momento. Non c’è nulla di dinamico o spettacolare nelle mie immagini. Questo però non risponde ancora alla sua domanda… penso che la sensazione di cui sta parlando viene dal fatto che la fotografia, nel semplice stile documentario di cui mi servo, utilizza un linguaggio che tutti noi pensiamo di capire. Ma la mia premessa è che la fotografia da sola non può portare a capire o a rivelare delle verità riguardanti un luogo o una cultura nonostante quello sia spesso il suo ruolo, quindi noi, come osservatori cominciamo a farci delle domande.

 

from "Not Niigata" 2009

from "Not Niigata" 2009

 

LS: Com’è cominciato il progetto Higley? Quanto profondamente è influenzato dall’ambiente circostante e dai luoghi in cui è cresciuto?

AP: Il progetto Higley fu il risultato di diversi eventi confluiti in un dato momento in un luogo. Io crebbi nella “East valley” di Phoenix. Le mie sorelle si trasferirono in un nuovo quartiere residenziale parecchio a est di Phoenix, in Arizona nel 2005, al punto massimo dell’esplosione edilizia. Non c’è nulla di speciale in questo, succedeva e ancora succede ai bordi di quasi tutte le grandi città del mondo occidentale. Ciò che mi interessava era il fatto che i miei nonni erano allevatori nella stessa zona e quando visitai le mia sorelle per la prima volta rimasi colpito dal contrasto tra ciò che prima era un paradiso di fattorie e ora era diventato la camera da letto della comunità di Phoenix; le mie sorelle stavano cercando di raggiungere una forma del “sogno americano”, come avevano fatto i miei nonni 50 anni prima, solo che il sogno è cambiato drasticamente. Tutto questo coincideva con la nascita della mia prima figlia e la mia intenzione iniziale era semplicemente di documentare questo posto per mostrarglielo un giorno. Mentre stavo lavorando al progetto (8 visite di un mese ognuna in 4 anni) realizzai che molte delle questioni a cui io stavo pensando, il progresso, la globalizzazione, la famiglia e la storia erano argomenti che si applicavano alla scena politica generale e sociale degli Stati Uniti del tempo. Ad esempio, Higley fu al centro del crollo immobiliare del 2008. Non posso dire di essere influenzato dal posto dove sono cresciuto, non esiste più. Non posso tornarci. Se c’è qualcosa da cui sono influenzato, è la memoria del posto.

 

Buckaroo and Liberty, from "Higley" 2007

Abandoned House, from "Higley" 2007

 

LS: Ogni luogo o paesaggio è pieno di significati e di storie particolari. Lei è nato in Arizona e vive a Salzburg.  Cosa significa per lei fotografare negli Stati Uniti (o in Europa)?

AP: A dire la verità, mi ci è voluto molto tempo per fotografare in Europa. Il libro NATURE DELUXE fu il primo lavoro che feci lì, e avevo già vissuto in Europa per 10 anni prima di dedicarmi a questo lavoro. Ci volle tutto questo tempo per vedermi, in qualche maniera, in questo paesaggio. E poi, quando alla fine trovai interesse qui, fu a causa delle mie esperienze di bambino in campeggio con mio padre e le avventure che avremmo affrontato nel deserto e nelle montagne del “West” americano. NATURE DELUXE è un’esplorazione della cultura del campeggio in Europa e di come si differenzia considerevolmente dai miei ricordi d’infanzia negli Stati Uniti. Sicuramente le mie vedute in America stanno diventando quelle di un forestiero. Ogni volta che visito gli States, li sento sempre più estranei. Bernard Plossu una volta mi disse che ogni fotografo alla fine decide di fare un lavoro sul posto da dove viene.

 

from "Nature de Luxe" 2004

 

LS: Ci racconti la sua più strana “landscape story”!

AP: Avevo uno zio che si chiamava Harold. Era il fotografo di famiglia. Era quello con la fotocamera ad ogni raduno familiare, e documentava. Un bel giorno annunciò che lui e mia zia sarebbero andati alle Hawaii, che avrebbe fatto un sacco di foto e che ci avrebbe fatto vedere una proiezione di diapositive così fantastica che nessuno di noi avrebbe mai sentito il bisogno di andare alle Hawaii in persona. Quando tornò dal viaggio, e prima che la proiezione fosse sistemata, gli chiesi come era andato il viaggio. Lui mi disse: “Non lo so, non ho ancora le pellicole…” . Quello fu davvero un momento d’ ispirazione per me, nonostante non ci avessi pensato più per anni. Rivela molto riguardo al ruolo della fotografia, della memoria, esperienza e realtà.

 

Agritopia, from "Higely" 2007

 

LS: Potrebbe dirci qualcosa sull’importanza delle persone nelle sue fotografie?

AP: Sogno sempre di essere capace di fare foto-ritratti migliori di quelli che riesco a fare. E’ senz’altro la cosa più difficile per me ed è il genere dove sono più critico verso me stesso. Questi due fattori mi portano a gettare via moltissimi ritratti. La possibilità di successo per un ritratto è davvero limitata. Tanti elementi devono coincidere insieme per garantirne la riuscita; chi posa deve dare tanto quanto il fotografo. La combinazione di ritratti, still-lifes e paesaggi ha sempre suscitato interesse in me.  Questa combinazione mi permette di creare una specie di storia. Non sempre una storia “vera”, ma una sensazione legata a un luogo che voglio trasmettere.


Harvest Festival, from "Higley" 2007

 

Corn Maze, from "Higley" 2007

 

LS: Il suo ultimo lavoro “720-(Two Times Around)”  ci fa tuffare nelle suggestioni della cultura dello skateboard, che alimentata dai movimenti post-punk e da una certa forma di controcultura, è caratterizzata da un atteggiamento di ribellione contro il potere. Quanto di questa visione “non convenzionale” ha portato nella sua fotografia e quanto piacere prova ancor oggi per un “trick fotografico” ben riuscito?

AP: C’è una tale relazione tra la fotografia e lo skateboard. Sono processi creativi legati a spazi reali. Un appassionato di skateboard reagisce al suo ambiente come fa un fotografo. Come spesso succedeva nella mia carriera con lo skateboard, un trucco che riusciva era il risultato di pura fortuna. Ma quando la fortuna si ripete diverse volte, si impara e si inizia ad utilizzarla a proprio vantaggio. Questa è la situazione con me e la fotografia, spesso ho un piano grandioso, ma poi inciampo lungo la strada, sbaglio direzione e mi imbatto in qualcuno che mi indirizza in una nuova direzione per trovare qualcosa che non mi aspettavo. Sono grato che ci siano ancora momenti in cui girando l’angolo mi trovo faccia a faccia con uno spazio o una persona che mi fanno battere forte il cuore quando sono dietro la fotocamera. Credo che, essere pronti per quel momento e avendo fiducia che succederà di nuovo, proprio quando pensi che non farai mai più un’altra foto interessante, quello sia è il vero “trick fotografico”.

.
Andrew Phelps “720″.

www.andrew.phelps.com

www.andrew-phelps.blogspot.com

www.pocproject.com

Intervista a cura di  Gianpaolo Arena

Traduzione a cura di Marco Di Gennaro