Danielle Van Ark – Fotografa, Olanda

“The Mounted Life”

LS: La Tassonomia include anche, la branca della zoologia (la classificazione degli animali). Nel “The Mounted Life” mostra una serie di animali impagliati o di plastica. In pratica qual e’ l’idea della serie “The Mounted Life”?

DVA: Cominciai questa serie da un punto di partenza differente, stavo realizzando fotografie in bianco e nero di animali impagliati. Facendo cio’, dietro a me c’era un asino, immobile, che fisso’ la porta tutto il giorno… Quindi dopo averlo visto e fotografato, capi’ immediatamente che cio’ era interessante. Pensai che in questo tipo di ambientazione c’era di piu’ da scoprire e cominciai a mandare email ai musei di storia naturale nei Paesi Bassi, domandando se potessi fotografare le loro collezioni all’interno di sgabuzzini. Sono un’osservatrice e un po’ una guardona. Osservo come scenari e situazioni inavvertitamente vengono a crearsi, specialmente in luoghi che non dovrebbero essere visti da altre persone ad eccezione di coloro che hanno da fare li’. L’idea e’ di documentare questi oggetti inanimati che sono una replica di cio’ che loro stessi sono stati, e sono sistemati da un impiegato del museo in modo che tornino in vita di nuovo o che comincino un dialogo l’un con l’altro.

LS: Come distinguerebbe la sua posizione o il suo interesse da quelli di Hilla e Bernd Becher? Se penso alla taxonomia e alla fotografia, essi mi sembrano un punto di riferimento fondamentale.

DVA: In qualche modo penso di lavorare in maniera simile; nella maggior parte delle mie serie comicio da una stessa prospettiva o idea e continuo da li’ attraverso l’intero corpo del lavoro. Nel lavorare uso molto l’osservazione e senza alcuna interferenza. Sono molto rigida nel documentare quel che trovo e nel non “creare” qualcosa che non c’e’ dall’inizio. Lo faccio soltanto dall’angolo da cui fotografo.  Ma a differenza dei Becher, non voglio rendere il mio lavoro piu’ oggettivo e neutrale possibile; voglio creare qualcosa che sia aperto all’interpretazione, calda e possibilmente triste, divertente o drammatica.

LS: Questo tipo di lavoro ha cambiato il modo in cui guarda al mondo o e’ piuttosto una specie di sua visualizzazione?

DVA: No, questo progetto e’ stato nella mia vita per cinque anni e la gente ha  mostrato la tendenza a mettermi in relazione con l’imbalsamazione in maniera significativa negli ultimi due anni. Ho imparato molto in questo campo e ho visto come tutti i musei hanno il loro modo di sistemare e trattare gli oggetti. Ma cio’ non ha cambiato il modo in cui guardo alle cose. Ho scoperto che mi approccio a tutti i miei soggetti alla stessa maniera, sia un ufficio, fiori o animali deceduti.

LS: Lei ha scelto uno scenario, “un non luogo” per fotografare gli animali. Gli anonimi magazzini dove gli animali sono tenuti. Che idea vuole dare? Come sceglie i posti dove ambientare i suoi scatti?

DVA: Volevo creare qualcosa che non veniva mostrato, o che non era ancora cosi’ conosciuto. Nei musei viene data molta considerazione a tutto, ogni centimetro dev’essere discusso milioni di volte. Ma dietro le scene e’ un mondo completamente differente. Nello stesso stabile si puo’ riscontrare tutto tra il caos e la perfezione. Quello che trovero’ e’ sempre una sorpresa. Il contrasto tra i due fatti che fotografo, lo spazio e “gli animali”, non potrebbe essere piu’ grande. L’ambiente in cui sono posizionati, per la maggior parte muri di cemento, non potrebbe essere piu’ distante dal loro habitat naturale, ma comunque questi oggetti sembrano e danno la percezione d’essere veri. Nelle mie fotografie il contrasto e’ importante. Cerco due rendimenti che cozzano l’un con l’altro e che non sono supposti d’essere visti nella maniera in cui li mostro. Dopo aver trovato l’idea iniziale per questa serie, non ho piu’ operato scelte in realta’. Ho cercato di trovare il numero piu’ grande di musei alla mia portata, fino ad ora ne ho fotografati 33 in Europa e negli USA e ne sto cercando di piu’; qualsiasi suggerimento e’ il benvenuto!

LS: Avendo detto tutto cio’, sembra che la questione del paesaggio e da dove proviene sia pressante per lei.

DVA: Sono interessato alla storia delle cose, da dove arrivano e come, ma cio’ sarebbe piuttosto l’informazione di supporto per questo progetto. Alla fine voglio integrare la storia degli animali che ho fotografato per questo progetto. Questo e’ qualcosa a cui ho pensato dopo, quindi significhera’ molto lavoro per rintracciarla nuovamente. E’ stato cosi’ strano l’aver visto MILIONI di animali imbalsamati stare li’ in semi-interrati, soffitte, ecc… senza uno scopo “diretto”; per me (un collezzionista di cose imbalsamate) questa e’ la cosa piu’ difficile da mandare giu’.

LS: Ho introdotto l’idea del paesaggio perche’ penso che il modo in cui Linneo costitui’ la sua struttura di nomenclatura, che praticamente si basa su paragoni e similitudini, non considerava la questione del luogo dal cui un oggetto specifico veniva, ovvero, il concetto difficile e complesso di paesaggio. Il paesaggio puo’ essere considerato uno dei generi fotografici principali sin dalla sua origine. Cosa ne pensa?

DVA: Penso che abbia ragione, e il paesaggio e’ cio’ che conosco. Non sono una biologa, sono un’artista. Alcuni musei seguono il sistema di Linneo di archiviazione dei propri animali imbalsamati; per me il problema con cio’ e’ che e’ troppo difficile trovare scenari interessanti… Sono andata al Naturalis a Leiden, i Paesi bassi hanno una delle piu’ grandi collezioni al mondo. Dieci piani di tassidermia, gruppi di zebre, pinguini, ecc… . Ne uscii con tre ritratti! Tutto era stato esposto in maniera cosi’ scientifica che non riuscii a trovare nulla che facesse al caso mio. Piu’ disordine c’e’, meglio e’ per me. In questo modo posso trovare scenari che sarebbero impossibili in natura, perche’ si mangierebbero a vicenda, o perche’ provengono da continenti diversi, ma in una posa artefatta, entrambi immobili, funziona perfettamente.

LS: E’ interessata a mostrare cio’ che c’e’ “dietro” a un contesto ufficiale, gli animali diventano una scusa per far vedere il retro bottega del Natural History Museum (es.: il Natuurmuseum Brabant a Tilburg, e’ soltanto uno dei 33 musei che ha visitato)… aiutano a rivelare un particolare nascosto?

DVA: Certamente! Diane Arbus una volta disse che la macchina fotografica e’ una scatola magica che ti concede accesso a cose che normalmente non riusciresti mai a vedere. Sono sempre attirata dal retroscena delle cose, il lato oscuro, cio’ che viene dimenticato, ecc… Il mio lavoro e’ una scusa per andare in luoghi a cui normalmente non avrei mai accesso senza un progetto/macchina fotografica, ma a cui sono davvero interessata.

LS: Che cosa la influenza?

DVA: La morte, la condizione, soldi vecchi, stampe cromogeniche, per citare alcune cose.

LS: Progetti Futuri?

DVA: Sto lavorando su una serie di fiori tombali al momento, bouquets di un paio di giorni posti su tombe appena scavate. Di gia’ in uno stato di decomposizione ma che ancora rappresentano la loro bellezza. Pare che i  fiori rappresentino l’anima e per secoli ci hanno accompagnati durante la nostra vita intera, in momenti felici e tristi…A partire da gennaio, cominciero’ al Rijksakademie ad Amsterdam; cio’ potra’ portare nuove prospettive interessanti al mio lavoro.

www.daniellevanark.com

Intervista a cura di  Camilla Boemio