Doug Dubois – Fotografo, U.S.A

“… all the days and nights”

LS: Quanto sono importanti le altre arti: musica, letteratura, filosofia, ecc… nel suo lavoro e nella sua vita?

DD: La musica è veramente importante, ma non potrei realmente dire come o perché. Quando andavo alla scuola primaria e superiore suonavo il trombone – uno strumento strano, in qualche modo scomodo. Non ero molto bravo, ma mi diede l’opportunità di ascoltare altri tipi di musica oltre al rock and roll, al punk e al pop, i quali influenzavano la scuola superiore che frequentavo. Mio padre mi aiutò ad attrezzare una camera oscura nel seminterrato della nostra casa e collegai una radio FM ad un tubo in modo da avere una buona ricezione. Ascoltavo regolarmente WFMU, una stazione radio con un palinsesto molto flessibile che andava da Mozart a Captain Beefheart, da Coltrane a John Cage tutto in una volta. Captavo anche le ossessive trasmissioni di compleanno della WKCR della Columbia University che programmava l’intera discografia di musicisti Jazz 24/7. Scoprii Rahsaan Roland Kirk, Sun Ra e Charlie Parker mentre producevo stampe e sviluppavo rullini. Quindi credo che acquistai conoscenza della fotografia e della musica allo stesso tempo, ma non potrei dire come l’una completa l’altra, ad eccezione del fatto che esse sono intimamente, quasi fisicamente connesse nella mia mente.

Quand’ero alla scuola di specializzazione post-laurea, provai a portare avanti un progetto con un musicista di strada. Fallì miseramente, ma mi insegnò delle cose importanti sui limiti della fotografia e l’apertura della musica.

L’influenza della letteratura e dei film hanno una presenza più ovvia nel mio lavoro. Il titolo del mio libro, All the Days and Nights è preso da un racconto breve di William Maxwell, un editore di lunga data al New Yorker e uno scrittore che tratta il linguaggio con grazia trasparente. A volte faccio delle fotografie basandomi su fotogrammi di film che fanno parte di una collezione all’interno del mio computer, e la mia illuminazione è semplicemente un crudo tentativo di creare un mis en scene cinematografico.

Non sono un conoscitore di nulla, ma una delle cose che cerco di trasmettere ai miei studenti è che l’ispirazione non viene a cercarti, ma sei tu a doverla cercare attivamente, guardando, ascoltando e pensando in luoghi che non sono facili o banali.

My father commuting, Summit, NJ, 1984

LS: Larry Sultan e Jim Goldberg sono entrambi influenze importanti. Per ciò che riguarda la loro guida personale e professionale, è stata decisiva nella sua educazione?

DD: Incontrai Larry Sultan la prima volta quando andai a visitare l’Istituto d’Arte di San Francisco e presenziai ad una delle sue critiche. Come un futuro dottorando, sentii la necessità di impressionare le persone presenti e in qualche modo mi resi ridicolo. Larry fu così generoso da accettare comunque il mio contributo. Il suo lavoro non era molto conosciuto al tempo ed il lavoro sulla sua famiglia non era conosciuto affatto. Inoltrai la domanda con fotografie della mia famiglia e non avevo idea di quanto fortunato sarei stato d’essere alla SFAI e di lavorare con Larry e il resto della facoltà. Il periodo più importante che passai insieme a Larry fu quando  lo aiutai a stampare la sua prima mostra per il MOMA. Lui affittò la camera oscura dove io avrei lavorato come collaboratore e facemmo tutte le stampe a colori per la mostra insieme su un periodo di diversi weekend. Penso che in quei weekend imparai tanto quanto feci nei miei due anni di corso post-laurea.

Conoscevo Jim Goldberg attraverso il suo libro, Rich and Poor. Diventammo amici a San Francisco e mi ha dato consigli di valore inestimabile negli anni. Lui è spesso la prima persona a cui mostro le mie fotografie in modo da ricevere suggerimenti sulle modifiche. Lui è incredibilmente acuto ed intuitivo – ciò si vede ovviamente nei suoi libri e mostre. Sembra continuare a migliorarsi, diventando più complesso e interessante in ogni progetto.

Lise and Spencer, Ithaca, NY 2004

Spencer with his violin, Ithaca, NY 2008

Luke, Christmas Eve, Far Hills, NJ 1985

LS: L’uso della luce è molto importante. In che misura la luce l’aiuta a creare la storia?

DD: Ho fotografato in Irlanda e la luce lì è sia bellissima che frustrante. Nuvole e temporali vanno e vengono così velocemente che ad un dato momento piove e un attimo dopo c’è un’incredibile luce da tempesta, poi tutto sembra schiarirsi solo per poi riannuvolarsi e portare via tutto quanto. Ogni cambiamento nella luce altera la tonalità, il colore e la forma della scena. Devi soltanto fartene una ragione e non esserne troppo frustrato.

Quando tutto prende corpo, è meraviglioso. Ho una foto di questo ragazzino di 12 o 13 anni, Jordan, che penzola dal palo della luce all’ingresso del suo quartiere. Si era arrampicato su questo palo alto 50 piedi come fosse niente. Doveva venire giù cosi che potessi impostare la mia fotocamera. Posizionai tutto e Jordan salì il palo un’altra volta. C’era tutto – Una luce grandiosa e Jordan stava penzolando perfettamente. Feci una foto e misi a posto il volet, quando tre donne vennero fuori da tre case diverse urlando a Jordan di scendere immediatamente dal palo. Tutte e tre mi rivolsero uno sguardo truce e senza dire una parola tornarono dentro. Fui fortunato con quella foto ma cose così non succedono spesso.

Fotografo molti interni e per questi, spesso utilizzo combinazioni di luci stroboscopiche, luce d’ambiente e occasionalmente luce alogena. In questo caso si tratta di una produzione, che spesso richiede ore da organizzare. Queste possono risultare alquanto laboriose – non sono veloce come dovrei essere – e includere la sistemazione di mobili, test digitali o con Polaroid e una gran quantità di pazienza da parte del soggetto. Mia sorella e mio nipote sono una squadra eccezionale. Uno regge una luce o un riflettore mentre io fotografo l’altro.

Alla fine, non importa quanto elaborata o spontanea sia la luce, deve contribuire al tenore emotivo e al significato dell’immagine. Se la luce si impadronisce della scena e dell’immagine, si ottiene uno sfoggio virtuoso di nulla, e se la luce non c’è o non è quella giusta, allora si ha il problema opposto – un’espressione povera di una grande idea.

LS: Per quanto riguarda il progetto “… all the days and nights”. Guardare il suo lavoro evoca un sentore di qualcosa di simile ad un intimo album di famiglia. Può dirci qualcosa di più circa il suo processo di scoperta all’inizio di questo lavoro?

DD: Le fotografie della mia famiglia cominciarono quando iniziai a fotografare quando ero un adolescente. Loro erano soggetti disponibili e pazienti che potevo usare mentre imparavo a maneggiare la mia fotocamera. Non presi le immagini sul serio fino a quando dopo il college non ne realizzai l’inizio di un libro con alcune d’esse: mio padre che andava al lavoro, mia madre con la sua nuova acconciatura, mia sorella che si vestiva per la cena di Natale, persino mio fratello in una stanza d’hotel. Al tempo comunque, pensavo ancora che avrebbero condotto a qualcosa di diverso – fotografie di pendolari, ad esempio, piuttosto che un progetto sulla mia famiglia.

Le cose cambiarono quando mio padre cadde dal treno tornando dal lavoro. Fotografare diventò un modo per reagire al trauma dell’incidente di mio padre. Portai queste fotografie degli albori con me a San Francisco dove stavo solamente iniziando il dottorato. Sarei tornato a casa nel New Jersey durante le vacanze e le estati e avrei fatto tante foto quante i miei genitori e familiari ne avrebbero tollerate.

Quando le fotografie cominciarono ad essere esposte e pubblicate, avevo le mie riserve sul progetto e il suo scopo – o più precisamente non aveva scopo in relazione a me e alla mia famiglia. Smisi di fotografare e di mostrare il lavoro per alcuni anni. Quando lo presi nuovamente, il mio approccio si era allontanato dal cercare di fare foto del momento, invece cercai di ottenere immagini e ritratti più costruiti e considerati. Ero anche più vecchio e capace di afferrare i rischi della fotografia. In qualche modo, mentre le fotografie diventavano più precise e meno spontanee, il processo divenne più collaborativo.

Le foto non avevano più la funzione di album di famiglia – nessuno nella mia famiglia avrebbe considerato di sedersi tutti insieme e di sfogliare le pagine in cerca di memorie del passato. Nonostante molte delle foto stanno bene per conto loro e sono appese nelle case dei miei familiari, il libro stesso non è di facile lettura per nessuno.

My mother’s scar, Gloucester, MA, 2003

After the wedding, Gloucester, MA 2006

LS: Ha un metodo di lavoro che segue per ogni serie, o cambia per ciascun progetto?

DD: Non sono terribilmente sistematico e ogni progetto impone delle necessità diverse offrendo sfide uniche. Certamente possiedo un bagaglio di tecniche e modi di affrontare i progetti, ma variano abbastanza, penso, al fine di mantenere le cose interessanti.

In Irlanda, spesso girovago senza meta con la macchina fotografica, sperando di imbattermi in una fotografia – come Jordan sul palo, o una piccola folla di persone che osservano un vicino che pittura la sua casa, o Kevin ed Eirn che si alzano dal letto alle 2 del pomeriggio. Ho lavorato in questo modo per molto tempo e lo sento come un metodo fresco e pieno di possibilità. Fino a che mi sentirò così, continuerò allo stesso modo.

My sister’s bedroom, Ithaca, NY, 2004

LS: Perché la sua attenzione è spesso rivolta verso i dettagli? Ciò è qualcosa a cui pensa durante la creazione di una fotografia?

DD: Penso che le migliori fotografie e tutta la buona arte offrono, se si prende il tempo di guardare o ascoltare, sfumature e strati di significato che sono trasmessi solamente dal dettaglio. La prima impressione, tanto potente come può essere, durerà soltanto se ci sono eco e piccole sorprese nel lavoro le quali possono essere scoperte nel tempo. I dettagli, in questo senso, non sono semplicemente piccoli, indizi visivi che possono sfuggire alla nostra attenzione ma significati più grandi che non sono immediatamente apparenti.

Painting the House, Russell Heights, Cobh, Ireland 2009

Eirn and Kevin, Russell Heights, Cobh, Ireland, 2009

LS: Lei ha insegnato per anni alla Syracuse University al College of Visual and Perfoming Arts. Riguardo a ciò: fino a che punto si può insegnare la Fotografia?

DD: Io stesso sono un prodotto dell’addestramento fotografico accademico e mentre questo non è certamente l’unico modo per imparare il mestiere e non necessariamente il migliore per diventare un artista, se sei abbastanza fortunato di imbatterti nelle persone giuste, la scuola può fare una differenza critica. Sono abbastanza fiducioso nelle mie capacità di insegnante ma alla fine, gli insegnanti non creano artisti. Ciò succede al di fuori della scuola quando provi ad amministrare la tua vita e a lavorare da solo. La stragrande maggioranza degli studenti d’arte perdono la fede nei loro sforzi una volta che il supporto e la comunità della scuola sono finiti.

Lo so che questo sembra essere una finta lode all’insegnamento, ma alla fine sono meno interessato nel produrre più fotografi – il mondo ne ha più che a sufficienza. Il mio scopo ultimo, è di far laureare cittadini intelligenti, responsabili e creativi, il quale è realmente idealista, e richiede un grande quantitativo di fede nel sistema educativo.

Gli studenti post-laurea sono un po’ diversi. Loro hanno già preso un impegno con loro stessi d’essere un’artista e io lo considero seriamente. Io e i miei colleghi facciamo del nostro meglio per metterli in contatto con altri artisti, curatori e pensatori che sono rilevanti e importanti nel loro lavoro e che esercitano da artisti contemporanei. Alla fine sta a loro usare bene questi contatti una volta che vanno al di fuori della scuola. L’aspetto che più preferisco dell’insegnamento è quando un ex studente va nel mondo reale e diventiamo semplicemente amici e colleghi.

Dean cuts Cirara’s hair, Cobh, Ireland,2010

Dean at Kevin’s 18th birthday party, Russell Heights, Ireland 2009

Doug DuBois “All the days and Nights” from Landscape Stories on Vimeo.

www.dougdubois.com  

Intervista a cura di  Gianpaolo Arena

Traduzione a cura di Marco Di Gennaro