Eirik Johnson – Photographer, U.S.A.

“American Short Stories”

LS: Si sente di appartenere a qualche scuola fotografica o movimento artistico in particolare? Chi sono i fotografi che influenzano e ispirano il suo lavoro?

EJ: Sono una specie di gazza ladra quando si tratta di fonti d’ispirazione. Sono interessato ad una vasta gamma di artisti, fotografi, musicisti, scrittori e tutte queste fonti appaiono indirettamente nel mio lavoro prima o dopo. Ad esempio, provo un profondo rispetto per il lavoro di Lewis Hine, Dorthea Lange e in una certa misura Walker Evans, i cui lavori divennero un catalizzatore per il cambiamento sociale ed economico. Penso che ciò sia evidente in alcune fotografie da Sawdust Mountain. Ultimamente, sono diventato ossessionato dalle installazioni sonore sperimentali dell’opera di Janet Cardiff e George Bures Miller. I loro progetti hanno contribuito ad influenzare il mio lavoro più recente, “Madre de Dios”, un’installazione fotografica e a base sonora, una specie di viaggio virtuale nell’Amazzonia Peruviana.

Untitled (tree), 2003, from Borderlands

Untitled (cliffs), 2005, from Borderlands

 

LS: Come si è avvicinato inizialmente alla fotografia?

EJ: I miei genitori, nonostante non fossero fotografi professionisti, facevano fotografie tutto il tempo e avevano macchine fotografiche dappertutto per la casa (una vecchia Nikon F3, una Yashica biottica, ecc…). Avevo un caro amico alle superiori e divenimmo una specie di team collaborativo. Uno di noi aveva un’idea, diciamo di fotografare una certa zona della città di notte, ed entrambi ci preparavamo a realizzarla. Ci incoraggiavamo l’un l’altro a sperimentare ed era divertimento puro. Mio padre aveva ereditato un vecchio ingranditore da un amico, così costruimmo una piccola camera oscura nel locale caldaia a casa del mio amico. Imparammo da soli, di nuovo nutrendoci delle idee l’uno dell’altro. Fu circa in questo periodo, ero un adolescente, che visitai una mostra di Edward Weston. Fui colpito da come elevava l’ordinario a straordinario.

Stacked logs in Weyerhaeuser sort yard, Cosmopolis, Washington, 2007

LS: In riferimento al progetto “Sawdust Mountain”, cosa colse il suo interesse nel nord-ovest degli Stati Uniti e che caratteristiche topografiche e geografiche  furono favorevoli alla sua esplorazione e interpretazione di questo specifico paesaggio?

EJ: Crebbi nel nord-ovest degli Stati Uniti e la mia famiglia passò molto tempo all’aria aperta. Comunque, non fu fino a quando spesi molti anni vivendo lontano dal nord-ovest e molti anni crescendo come artista che riuscii a rivisitare la regione e a sentire che avevo qualcosa da aggiungere artisticamente. E’ un paesaggio meravigliosamente magico, scuro, boscoso, montagnoso. Ad ogni modo, forse proprio per questo, c’è una forte connotazione melanconica che esiste nella regione. Ci sono stati molti fotografi che hanno radicato i loro lavori nel sud americano, o nel sud-ovest, o a New York e nell’est, ma ad esclusione di uno o due fotografi il nord-ovest è stato ignorato. Vidi che c’era un gran potenziale per un progetto sostanziale a lungo termine sulla regione.

Roger Mosley counting Coho spawn nests along the upper Sol Duc River, Washington, 2006

LS: Considera questo lavoro come un’attività di documentazione o più come un’espressione lirica e  personale? Può dirci qualcosa in più su come iniziò il progetto?

 

EJ:Considero Sawdust Mountain come la mia reazione personale e soggettiva a situazioni molto reali che la regione sta affrontando. Questo lavoro è documentazione in quanto interpreta queste problematiche più grandi (la relazione tra le industrie e l’ambiente, la dipendenza economica delle comunità da tali industrie e la crescente rilevanza di “economie informali”), quindi volevo incorniciare queste situazioni/istanze attraverso l’occhio errabondo di un viaggio personale.
Sinceramente cominciai il progetto mentre stavo lavorando su quello precedente, “Borderlands”. Fu in quel periodo, nel 2005 che stavo esplorando e fotografando gli Stati Uniti occidentali, nord-ovest incluso. Ricordo che sentii la nascita di una storia completamente nuova e molto più grande da essere raccontata, che andava ben oltre le idee che stavo esplorando per Borderlands. Cominciai a viaggiare per strada da casa mia, al tempo a San Francisco, verso nord attraverso l’Oregon e lo stato di Washington. Cominciai a leggere romanzi e racconti scritti da grandi autori del nord-ovest (Raymond Carver, Tess Gallagher, David Guterson e Ivan Doig) nelle cui storie il paesaggio del nord-ovest ha un ruolo centrale.

Alley mural, Aberdeen, Washington, 2006

Freshly felled trees, Nemah, Washington, 2007

LS: Fino a che punto i suoi lavori precedenti sono collegati a quello nuovo?

EJ: In tutti i miei progetti continuo a ritornare a diversi interessi centrali. In altre parole, sono ripetutamente ri-attratto dall’idea dell’adattamento ambientale, sia che sia dovuto alla marginalizzazione di un’area urbana, come nel caso del mio progetto “West Oakland Walk”, o alle rovine sculturali di un accampamento di senza tetto nel progetto “Borderlands”, o alle tane improvvisamente scavate o nidi nella mia serie “Animal Holes”. Questo tema dell’adattamento è certamente anche presente in gran parte di “Sawdust Mountain”.

Adult books, firewood and truck for sale, Port Angeles, Washington, 2008

LS:Come sceglie un luogo? Cosa la attrae tra il paesaggio, gli spazi suburbani e l’architettura vernacolare?

EJ: Il mio interesse nell’architettura locale e nelle strutture o nei paesaggi suburbani sta nel fatto che questi sono spesso trascurati ed ignorati. Camminiamo a lato di un campo vuoto invaso dalla vegetazione o di una vetrina polverosa a cui non è stata data molta attenzione. Nonostante ciò, o proprio per questo, c’è la possibilità della scoperta, dell’esplorazione di qualcosa di sorprendente e di nuovo in questi che è rilevante al progetto. Quando sono fuori a lavorare, cerco di essere estremamente aperto e pronto a qualsiasi cosa colpisca la mia attenzione. E’ un processo alquanto istintivo e cerco di non pensare troppo alle mie decisioni iniziali. Successivamente ho molto tempo a disposizione per mettere in discussione il mio lavoro nella fase di modifica.

Cindy, Nemah River hatchery, Washington, 2007

LS:Pensa che attraverso il suo lavoro, stia in qualche modo trasmettendo la sua esperienza a chi guarda? Come si sente nel ruolo dell’osservatore?

EJ: Non sono sicuro che una singola fotografia possa trasmettere la mia esperienza a chi la guarda. Forse più foto possono avere un risultato migliore, ma questo è il momento quando percepisco le potenzialità del progetto in forma di libro che prende corpo. Il libro come oggetto, come visione d’insieme, diventa importante dove la mia esperienza in qualità di creatore può essere trasmessa al massimo all’osservatore. Penso che come creatore d’immagini, come fotografo, sia opportuno immedesimarsi nel ruolo dell’osservatore. Ciò non significa riuscire a non essere ansiosi nell’avvicinare un estraneo per chiedergli di far parte della foto, piuttosto è questa specie di nervosismo che rende il ruolo dell’osservatore così elettrizzante.

Elwha River Dam, Washington, 2008

 

Grays Harbor, Aberdeen, Washington, 2006

LS: Qual’è il modo ideale di guardare il suo lavoro? (libri, mostre, ecc…)

EJ: Penso che la risposta dipenda dal tipo di lavoro. Certo, con un progetto narrativo a lungo termine come “Sawdust Mountain”, il formato libro è il vero risultato finale. Racchiude la storia, impartisce il ritmo attraverso le sue sequenze e il suo design. Nonostante questo, alcuni progetti come “Madre de Dios” sono percepiti in modo ideale in forma d’installazioni. Con quel progetto volevo attrarre le percezioni e i sensi dell’osservatore attraverso suono, tempo, proporzioni e luce. Un progetto o un’opera possono certamente funzionare con successo sia nel formato del libro, della mostra, o delle stampe appese al muro. Inoltre ho scoperto che a volte una presentazione o una discussione possono indirizzare il lavoro in nuovi modi.

“Ficus Tree Grove, 4.02 minutes exposure” 2010, from the project Madre de Dios

www.eirikjohnson.com

Eirik Johnson “Sawdust Mountain” – Video

Intervista a cura di Gianpaolo Arena

Traduzione a cura di Marco Di Gennaro