Fabio Severo – Curatore e fotografo, Italia

Hippolyte Bayard

LS: Può  raccontarci qualcosa in più sulla genesi del suo blog?

FS: Il blog è nato per gioco tre anni fa, una sera si chiacchierava di fotografia con Alessandro Imbriaco e abbiamo deciso di aprire un sito web per il gusto di rendere pubbliche nostre riflessioni e segnalazioni sull’argomento, essendo entrambi lettori di diversi siti stranieri che esistevano già da tempo. Per qualche mese abbiamo scritto tutti e due, ognuno scegliendo autonomamente cosa pubblicare, poi il blog è rimasto a me e da allora ho continuato a curarlo fino a oggi.
Adesso la situazione è diversa, esistono diversi siti, riviste e blog italiani dedicati alla fotografia e ne stanno continuando a nascere di nuovi, ma allora non ce n’era praticamente nessuno.

LS: Talvolta la sua ricerca rimanda a temi come: “spazi antropologici”,  “paesaggio naturale e urbano”  e “forme differenti di insediamenti umani”. Che significato ha per lei la fotografia?

FS: Dico sempre che mi piace innanzitutto pensare la fotografia come un semplice strumento per creare immagini, poi è chiaro che ogni linguaggio visivo sviluppa prevalentemente determinati approcci, stili, tematiche, per cui anche in fotografia si verifica la stessa cosa, e i temi che tu citi sono alcuni tra quelli in cui più facilmente ci si imbatte esplorando le produzioni fotografiche. La proposta di una lettura possibile di una data realtà del nostro mondo rimane una delle dimensioni maggiormente proposte in fotografia, al di là di discorsi sull’immediatezza delle fotografie, il dato di realtà che le caratterizzerebbe o tutte le altre problematiche sempiterne che vengono sollevate a riguardo. Si tratta semplicemente di un fatto, che poi ha tante ragioni che lo possono spiegare: la fotografia viene ampiamente utilizzata per documentare o riflettere criticamente su un fatto o su una data realtà dei luoghi in cui viviamo. Poi possiamo discutere all’infinito sul perché questo accade. Personalmente sono aperto a qualsiasi tipo di proposta fotografica, quello che mi interessa è la ricerca personale che c’è dietro.

LS: Qual è il filo conduttore che unisce i progetti fotografici selezionati su Hippolyte Bayard?

FS: Il filo conduttore penso si riduca a un fatto prettamente istintivo, nel senso che quello che mi porta a scegliere quali lavori voglio proporre sul blog è soprattutto una sensazione di creazione umana, che sia un reportage o un lavoro di estrema ricerca artistica, quello che mi cattura in primo luogo è lo sforzo creativo di un autore che percepisco dietro le immagini che sto guardando. Mi piace guardare le fotografie come l’opera di una persona, faccio fatica a guardarle come la semplice traccia di qualcosa che è accaduto, anche se si tratta di un’immagine su un giornale che viene usata per illustrare una notizia. Quindi quando sento questo lavoro come dichiarato, rivendicato da qualcuno che sta dietro quelle fotografie, allora mi interesso ed eventualmente decido di segnalarlo e di scriverci qualcosa sopra.

LS: Ogni paesaggio ha una sua peculiarità. Ogni luogo è pieno di significati e di storie. Dal suo lavoro come curatore emerge una peculiare “lettura sociale” sul mondo in cui viviamo; il suo è un commento per comprendere come viviamo e come ci intratteniamo?

FS: Il mio commento nasce in primo luogo dal fatto che non mi piace dire semplicemente “guardatevi questo lavoro”, preferisco suggerire un’idea, una lettura del lavoro, a volte anche per stimolare un confronto tra e con i lettori. Scrivere di fotografia serve anche per scongiurare la falsa evidenza con cui le fotografie possono presentarsi, porsi il problema di una complessità del guardare che a volte viene trascurato. Quindi il commento è soprattutto un modo per riflettere sulle immagini in quanto tali, poi si può passare a riflettere sulle problematiche che queste immagini vogliono affrontare.

LS: Il mondo per lei è un sistema semplice o complesso?

FS: Il mondo è necessariamente un sistema complesso in quanto ampio ed estremamente diversificato, l’importante è muovercisi dentro con idee complesse ma solo quando necessario, e soprattutto mai con idee complicate!

LS: Potrebbe descriverci la sua esperienza curatoriale per Unless you will and Dide Magazine?

FS: Entrambe sono esempio della rete come possibilità di incontro, confronto e comunicazione. Ho conosciuto sia Heidi Romano di Unless You Will che Mohammadreza Mirzaei di Dide tramite internet, come del resto è capitato con molte altre persone, e in entrambi i casi la proposta di collaborare è nata dalla semplice voglia di fare qualcosa insieme. La fotografia online è davvero un mondo dalle tante opportunità, un luogo dove i discorsi sulla fotografia e le modalità con cui diffonderla possono essere realmente creati dal nulla, senza il peso di una vulgata, una disciplina o un sapere dominante a condizionare il proprio operato. Per il resto sono state due collaborazioni differenti, con Heidi ho lavorato su una selezione di diversi autori per fare una riflessione trasversale sulla staged photography di questi anni, per Dide mi è stato invece chiesto di scrivere un testo su una singola immagine di Mitra Tabrizian.

LS: Che idea ha della fotografia italiana?

FS: Difficile rispondere, in Italia ci sono tanti mondi fotografici diversi, di differente linguaggio, scopo, dimensione. Impossibile parlare di ognuno di essi senza considerare l’eventuale presenza di un apparato di comunicazione e diffusione che li sostenga. Sicuramente la nostra cultura non è molto abituata a considerare la fotografia come una forma espressiva di valore generale, si fa tanto rumore nell’usarla per questa o quella ragione, ma la fotografia come ricerca non trova in Italia un ambiente fertile come in altri paesi. Detto questo ci sono molti autori validi, ma la cultura generale fotografica lascia piuttosto a desiderare. Basta andare in una qualsiasi libreria per rendersene conto.

LS: Qual è stato il suo libro fotografico preferito degli ultimi anni?

FS: Ce ne sono diversi, faccio tre esempi estremamente diversi tra di loro: All the Days and Nights di Doug Du Bois, un esempio splendido di narrazione fotografica; Winter Stories di Paolo Ventura, per la cura, la fantasia e la semplicità con cui ha realizzato il suo lavoro certosino di artigiano; infine, The Great Third Front di Chen Jiagang, dove le immagini sono come delle enormi tavole dove ognuna sembra racchiudere tutta la storia e il territorio che il libro esplora, una splendida lezione di linguaggio fotografico.

www.hippolytebayard.com

Intervista a cura di Gianpaolo Arena