Hans-Christian Schink – Fotografo, Germania

“From Traffic Projects to 1 h”

LS: Chi sono i fotografi che la hanno influenzata di più?

HCS: Solo per nominarne alcuni: quand’ero agli inizi c’era – e in qualche modo c’è ancora – il lavoro di Josef Sudek, che ho amato moltissimo. E come per tutti coloro che hanno fatto ‘street photography’ in bianco e nero, Cartier-Bresson è stato uno dei miei eroi. A volte penso che il lavoro di Josef Koudelka abbia tuttavia una maggiore empatia. Come anche il lavoro di Robert Frank. In seguito, i Becher e il loro uso della luce sono stati cruciali. Anche i loro studenti come Gursky, Ruff e Struth, sono stati importanti. Qualche anno fa ho scoperto il lavoro di Carleton Watkins, che per me è uno dei più grandi fotografi del XIX secolo. Ma il fotografo che ammiro più profondamente è Robert Adams.

 

From 'Traffic Projects': A 2 – Elbebrücke Magdeburg (2003)

 

LS: In quale misura per lei sono stati fonte d’ispirazione il movimento dei “Nuovi Topografi” e la Land Art, quando ha cominciato a definire il suo stile fotografico?

HCS: Quando ho cominciato a studiare all’Accademia di Arti Visuali di Lipsia nel 1986, nella Germania dell’est si sapeva poco dei “Nuovi Topografi”. E neanche la Land Art era molto popolare. Ci è voluto un bel po’ per rendersi conto dell’importanza di quel movimento. Da un certo punto in poi era più un’affermazione che un’ispirazione.

 

From 'Traffic Projects': A 20 – Peenebrücke Jarmen (2005)

 

LS: Quando ha alcune idee che vuole mettere in pratica, come sviluppa il suo progetto?

HCS: Di solito non ho un concept elaborato. Ci sono alcune idee di base e un punto di vista generale. Ma nella maggior parte dei casi l’ispirazione arriva dall’esplorare un luogo. Ho bisogno di trovare – e di sentire – qualcosa che mi connetta ad esso. La serie 1h è un’eccezione. Lì il concept era cruciale, ma si è evoluto lungo un periodo di cinque o sei anni.

 

From 'Traffic Projects': A 71 – bei Traßdorf (1999)

 

LS: In riferimento a “Traffic Projects”, cosa l’ ha attirata verso il paesaggio, gli spazi urbani e l’architettura?

HCS: Si è trattato di una combinazione di tutto questo e del fatto che il paesaggio dove sono avvenuti tutti questi cambiamenti era quello in cui sono cresciuto, vivendoci. Aveva l’inevitabile ambiguità di cose guadagnate e cose perse. Ho visto scomparire qualcosa che dopotutto era casa mia, ma questa situazione è stata anche un vantaggio per me.

 

From 'Traffic Projects': ICE-Strecke Radefeld (2001)

 

LS: Qual è il lavoro che rappresenta meglio la sua ricerca e nel quale si riconosce maggiormente?

HCS: È difficile da dire, e inoltre con il tempo le cose sono cambiate. Ovviamente alcune delle immagini dalla serie di Traffic Projects sono tra le mie preferite. Non chiedetemene una in particolare. Indubbiamente la migliore della serie 1h è “1/05/2010, 5:46 pm – 6:46 pm, S 06°26.486‘ E 039°27.776‘”, con il suo aspetto così astratto.

LS: Il suo portfolio contiene ritratti di luoghi come Niigata, Vietnam e Peru. Cosa la ha portata in quei luoghi? Come individua i progetti che considera interessanti?

HCS: È ogni volta diverso. La serie di Niigata è il risultato di un invito a partecipare al progetto fotografico a lungo termine “Europeans Eyes on Japan” (letteralmente: Occhi europei sul Giappone), per il quale ogni anno tre fotografi dall’Europa sono invitati a lavorare in una delle prefetture giapponesi. Si veda: http://eu-japanfest.org/english/program/photo_project.html. Il Peru è un luogo in cui desideravo andare da quando ero adolescente, ero molto interessato alla cultura precolombiana. Ma dopo che è caduto il muro, tutte le cose che sono successe in Germania erano per me molto più interessanti che il viaggiare in luoghi lontani. Alla fine ho deciso che sarei andato lì solo qualora avessi avuto la sensazione che sarebbe stato per me più di un semplice giro turistico. Sono stati scattati milioni di fotografie in luoghi come Machu Picchu, ma dopo un’approfondita ricerca sulle immagini esistente di questo e di altri luoghi, ho pensato che lì sarei stato in grado di fare qualcosa che fosse veramente mia. Il viaggio in Vietnam è un buon esempio di ciò che ho detto prima. All’inizio del 2005 ho notato che era il trentesimo anniversario della fine della guerra del Vietnam. La questione per me era se il paesaggio mostrasse ancora qualcosa di riconoscibile della distruzione di massa di quel periodo. Non sto parlando di elicotteri americani abbattuti, tuttavia. È saltato fuori che qualcuno di specializzato in botanica sarebbe stato in grado di stabilire la differenza tra la giungla originale, le aree di riforestazione, e i luoghi in cui la natura si è semplicemente ristabilita. Niente da cui ricavare immagini convincenti. Così ho lasciato cadere l’intera idea e ho soltanto viaggiato in giro, curioso di ciò che sarebbe potuto arrivare lungo la via.

 

From 'Vietnam': Ba Be (1) (2004)

From 'Vietnam': A' Luoi (2004)

From 'Vietnam': Bach Ma (2A) (2004)

 

From 'Vietnam': Bach Ma (4A) (2004)

 

LS: Il progetto “1h” mostra diversi luoghi dell’emisfero australe e di quello boreale, rappresentando il “movimento” del sole durante il tempo d’esposizione di esattamente un’ora (solarizzazione). Ci può dire qualcosa di più circa la creazione di questo progetto/libro?

HCS: La prima volta che ho impiegato la vera solarizzazione per uno dei miei lavori è stato nel 1999. Ero stato invitato a partecipare ad una competizione per un’opera d’arte al Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Jena. Il mio concept, che è stato realizzato in seguito, consisteva di due lavori in più parti. Uno è costituito di tre pannelli caratterizzati da gradazioni di colore astratte di un cielo durante il giorno, di un cielo di notte, e del moto del sole, che appare come linea solarizzata nera su di uno sfondo bianco. L’idea mi è venuta da una fotografia scattata da Hermann Knrone nel 1888. A differenza di Krone, ad ogni modo, ho puntato il mio obiettivo direttamente verso il cielo così da ottenere un’immagine pulita e lineare del sole. Ma dopo ciò non ho più continuato a lavorare su questo tema, dato che al tempo mi stavo concentrando interamente sulle mie serie Verkehrsprojekte Deutsche Einheit (Progetti sul traffico dell’unità tedesca). È stato solo nel 2002 che ho avuto l’opportunità di pensare nuovamente a usare questo fenomeno per un concept visuale. Ho ricevuto un finanziamento per trascorrere tre mesi a Villa Aurora a Los Angeles. Durante un’escursione nel deserto del Mojave in California, sono stato così affascinato dal paesaggio e dalla luce ardente in tutte le direzioni che tutto ciò che volevo fare era realizzare qualcosa che potesse riprodurre questa impressione quasi irreale. Mi sono ricordato della fotografia Black Sun di Minor White, che mostra un paesaggio invernale e il sole come un punto nero, solarizzato – un effetto accidentale che ha origine quando l’otturatore della macchina fotografica si inceppa per un istante, volevo usare questo effetto ma con con un tempo d’esposizione più lungo rispetto a quello usato per il pezzo di Jena – ma non ero assolutamente certo che qualche parte del paesaggio sarebbe stata riconoscibile. Dopo che sono rientrato da Los Angeles, ho cominciato a fare le prime foto di prova per questo progetto, nella primavera del 2003. Ne è risultato che la pellicola che avevo usato fino a quel momento produceva la gradazione di nero che desideravo per la linea del sole, ma catturava a malapena l’impressione del paesaggio. E nessun’altra delle pellicole di moderna tecnologia poteva minimamente avvicinarsi al risultato che volevo. Al tempo, tuttavia, per diversi motivi non stavo lavorando a realizzare questa idea con molta continuità. In primis ero occupatissimo a lavorare su altri progetti, e inoltre dubitavo che fosse possibile costruire un concept solido partendo da quello che era, per me, un approccio abbastanza atipico. Diverse questioni tecniche e contestuali, come il tempo di esposizione o l’impiego di lenti differenti, non erano ancora state chiarite. Soprattutto, comunque, mi chiedevo se sarebbe stato possibile per un progetto di questo tipo diventare qualcosa di più che un mero gioco tecnico. Ciononostante ero ancora interessato, così alla fine ho deciso per un tempo di esposizione di un’ora, perché è l’unità di tempo usata più comunemente. Inoltre, ho deciso di lavorare con una sola lente perché sembrava essere la migliore per bilanciare la lunghezza della linea del sole in relazione all’immagine intera. Un po’ alla volta, sono anche diventato consapevole del potenziale nascosto di questo progetto, che ha a che fare con due tra gli aspetti più essenziali della fotografia: luce e tempo. E ci ha a che fare in un modo molto inusuale, quasi astratto. Potevo riprodurre la luce del sole senza che fosse riconoscibile come tale a un primo sguardo. Potevo rappresentare il trascorrere del tempo senza che apparisse in modo immediato nella foto. Queste fotografie mostrano una propria realtà completamente diversa che può essere percepita soltanto attraverso gli strumenti della fotografia classica, e questo, di converso, tocca una delle questioni chiave del mezzo, vale a dire la capacità di raffigurare la realtà.

 

From '1 h': 9/17/2006, 8:45 am – 9:45 am, N 78°13.370’ E 015°40.024’

 

From '1h': 1/09/2008, 4:38 pm – 5:38 pm, N 21°48.913’ E 006°30.297’

From'1 h': 2/20/2010, 6:53 am – 7:53 am, S 37°40.831‘ E 178°32.635‘

 

From '1 h': 1/05/2010, 5:46 pm – 6:46 pm, S 06°26.486‘ E 039°27.776‘

 

LS: Ciò che mi entusiasma di alcuni progetti come 1h, L.A. Night e Walls è il suo desiderio di esplorare nuove direzioni e di pensare in un modo molto concettuale. Vedremo altri lavori concettuali in futuro?

HCS: Spero di sì. Guardando indietro ai primi passi sia di Traffic Projects che di 1h, non potevo immaginare di lavorare su questi progetti per otto anni ciascuno. E penso che sia così che mi piace fare.

All works Courtesy of Rothamel Gallery Erfurt/Frankfurt, Kicken Gallery Berlin and De Zaal Gallery Delft

www.hc-schink.de

Intervista a cura di Gianpaolo Arena

Traduzione a cura di Francesco Bergamo