Jason Koxvold – Fotografo, U.S.A.

“Everything and nothing”

LS: Potrebbe raccontarci il suo background e come ha iniziato a fotografare?

JK: Mio nonno norvegese era un’ artista, e fin da piccolo mi ha fatto crescere sotto la sua influenza, ma sono pessimo nell’uso della matita, al di là dello schizzare delle idee. Quando mio nonno italiano morì ereditai la sua vecchia Nikkormat, e scoprii che la fotografia era un medium che potevo imparare più velocemente.
Successivamente, studiai fotografia a scuola, trascorrendo molto tempo nelle camere oscure. Ma fu solamente quando iniziai a lavorare con macchine di grande formato che iniziai a esplorarne la valenza culturale e le relazioni umane in rapporto alle condizioni ambientali che sono l’ anima del mio lavoro attuale. In questi giorni, lavorando sul campo, ho iniziato a sperimentare sulle mie fotografie attraverso il disegno. A fine giornata, tiro fuori un libro d’appunti e cerco di disegnare ogni inquadratura fatta quel giorno, nel modo più preciso che posso. E’ una cosa sorprendente quanto accurate possano essere.

Tokyo, Japan, 2008.

LS: Dedica una ricerca particolare sul territorio mentre lavora a un progetto?

JK:Si, eseguo la maggior parte delle mie ricerche su Google Earth per conoscere il terreno, e seguendo gli avvenimenti correnti per prendere coscienza del paesaggio geopolitico. Una volta che ho un piano stabilito, spesso va dritto fuori dalla finestra – solitamente costituisce solo il primo 10% del lavoro. Il resto è scoperto negli spazi tra questi luoghi e storie.

Yichang, China, 2009.

LS: Qual è il lavoro che rappresenta meglio la sua ricerca, nel quale si riconosce maggiormente?

JK: Landfill è probabilmente il più importante dei miei progetti. Mentre ci sono degli elementi ricorrenti in tutta la mia opera, Landfill è un lavoro che rappresenta la più lunga relazione con un luogo specifico. E’ una complessa serie di fotografie che racchiude l’uso e il riuso, la morte e la rinascita, la bellezza e l’assenza di essa, che continuerà per gli anni a venire.

Murmansk, Russia. 2008.

LS: Può raccontarci qualcosa sull’importanza delle tracce del postmoderno nelle sue fotografie?

JK: Molto tempo fa studiai Sociologia e Antropologia all’ Università, e credo che questo emerga chiaramente dal mio lavoro. Provo a togliere il senso di moralità o di oggettività, cercando invece di ritrarre la complicata struttura della nostra esistenza con una semplicità visiva, indagando le gradazioni alle quali ci relazioniamo attraverso il nostro territorio circostante.

Dallas, TX, 2009.

LS: Quale attrezzatura utilizza?

JK: Uso un Toyo 45AII con ottiche Schneider e Nikkor e pellicola negativa Kodak.

LS: Ogni anno nel mondo vengono prodotte miliardi di fotografie.
Che ce ne dobbiamo fare di tutte queste immagini?

JK: Contrassegnarle con l’indicazione dei luoghi, date, tempi, temperature, cosa è accaduto quel giorno, quale canzone stavi ascoltando, e cucirle tutte insieme in un’ unica tela imponente che ognuno può esplorare.

Kawasaki, Japan, 2009.

www.koxvold.com

Intervista a cura di Gianpaolo Arena