Marco Zanta – Fotografo, Italia

“Le cose, la città, la casa”

LS: Dai suoi ultimi progetti emerge maggiormente una ricerca che attraversa la scala urbana fino al piacere del frammento: le cose, la città, la casa. Piccoli segni e dettagli che sono fonti ricche di riflessioni e rimandi. Mi tornano in mente Samuel Beckett e Thomas Bernhard. In questo percorso si rafforza un senso di finitudine e compiutezza favorito da una ripetuta insistenza dello sguardo…

MZ: Si, è vero. Alcuni progetti in corso hanno a che fare con un atteggiamento mentale più marcato quasi voler trovare significati al di la di quello che la fotografia mostra. “Antichi maestri” di Bernhard è uno scritto che ha avuto una decisa influenza nel mio modo di pensare la Fotografia. Il piacere del frammento emerge attraverso la consapevolezza sempre maggiore nel capire che per quanto precisa e identificativa sia, la Fotografia simultaneamente rivela e nasconde. Crediamo di vedere mentre ci viene nascosto il più. La cifra precisa in questo momento nel mio lavoro è esattamente tentare di capire sino a quale limite si può giungere.

Berlin 2010

LS: Quanto è stato importante per la sua ricerca nutrire un  immaginario estetico e culturale altro attraverso cinema, arte, musica?

MZ: Molto, veramente. Ho capito fin da subito che la Fotografia era il punto d’incontro di molti linguaggi, rappresenta davvero la contemporaneità per eccellenza… Ho avuto la fortuna di passare una giovinezza molto stimolante dove gli incontri e l’esperienze si sono accumulate dandomi una forte base per potermi fare sempre domande. Lo studio della Fotografia è stato parallelo a quello del Cinema, della Letteratura,  dell’Arte in generale. E la Musica ha unito tutti questi mondi.

London 2010

LS: La lezione dei maestri americani della fotografia a colori, il Rinascimento italiano e la pittura paesaggistica europea. Che importanza hanno avuto questi esempi per l’interpretazione fotografica dell’architettura e delle sue trasformazioni nel tempo e nella luce?

MZ: Forse al primo posto metterei la tradizione della Pittura Veneta, almeno per quanto ha significato per l’uso del colore. La fotografia americana è stata ed è tutt’ora un universo enorme per varietà e insegnamento sul potenziale del linguaggio fotografico. Con Paolo Costantini ho potuto approfondire e conoscere anche personalmente molti esponenti di quel filone; questo mi ha formato, strutturato. L’approccio concettuale del loro modo di pensare la Fotografia è stato sempre stimolante, ha sollecitato la mia voglia di capire.

LS: Pensando a Carlo Scarpa con diversi fotografi o ad Aldo Rossi con Luigi Ghirri… Tra architetti e fotografi emerge spesso un rapporto conflittuale o di diffidenza. Quali sono le difficoltà maggiori della rappresentazione fotografica dell’architettura? Quali i limiti, se per lei ci sono, di questo medium?

MZ: Questo è un punto delicato, per vari motivi. Essenzialmente sono due linguaggi che si incontrano e devono relazionarsi e quindi dietro ci sono almeno due personalità che si esprimono. E questo non sempre riesce… A volte è solo questione di empatia… In ogni caso, trovo che un profondo limite vi sia tra gli architetti nel comprendere le potenzialità della fotografia. E’ raro trovare in questo tipo di committenza la capacità di “affidarsi”. Molti alla fine richiedono un’immagine stereotipata, quella che ci ha insegnato la dinamica delle archistar in questi anni. La fotografia d’architettura è diventata a volte “pornografica”, ricercando con ossessione solo l’aspetto mediatico-pubblicitario. ma è comprensibile, comunque. Non sono poi molti i casi nella storia di relazioni empatiche profonde. Se ci si pensa anche questo aspetto è complicato tanto quanto scegliersi e trovare la persona amica o amante.

London 2010

LS: Dalle parole di Paolo Costantini fotografare è una specie di dubbio, di incertezza sospesa, di ambiguità irrisolta e di disaccordo fra sguardo umano e sguardo fotografico. Condivide gli estremi del suo pensiero e della sua lezione? Quanto la sua influenza umana e professionale è stata determinante per la sua formazione?

MZ: Paolo era mio coetaneo; è stata forse la mente più lucida che in questi ultimi decenni abbiamo avuto. Esisteva un rapporto d’amicizia e di scambio quotidiano, soprattutto negli ultimi tempi della sua malattia. Paolo aveva illuminato quel grande tesoro che era la cultura fotografica italiana, storica e contemporanea. Aveva una cultura e una capacità d’analisi che non ho più riscontrato, ovunque. Credo che se la sua vita fosse continuata oggi tutti noi saremmo più fortunati e considerati. Paolo aveva ben chiaro come questo enigma che è la fotografia fosse l’elemento di forza straordinaria del linguaggio. La sua peculiarità. Mi chiedo cosa sia rimasto di tutto quello che ha scritto e soprattutto provocato…

LS: Didattica e fotografia: fino a che punto è possibile insegnare la fotografia?

MZ: Torniamo al punto delle relazioni. Non si può insegnare la fotografia. La sua tecnica è così semplice che chiunque, appunto, può impararla. Si può tentare di insegnare un metodo per pensare con la fotografia. Un modo che attraverso il fotografare ci relazioni con il mondo che ci ospita. Ma è tutto aleatorio. Molto complicato. Diventa necessario, anche in questo caso, l’apertura mentale delle due parti che si confrontano, docente-studente. E’ come giocare a tennis… Riesci ad avere un senso di compiutezza quando trovi un giocatore bravo dall’altra parte che ti spinga a dar di più. Raro…

Treviso 2010

LS: Nel nostro Paese istituzioni e scuola non godono di ottima salute. Nella sua opinione qual è la condizione della critica fotografica in Italia? Quali e quanto marcate le differenze con gli altri Paesi?

MZ: Affrontiamo prima la nostra realtà: da noi è in atto un’involuzione che sembra non aver più fine. Esiste un terreno critico dove la fotografia attecchisce secondo stilemi pericolosi. Molto è lasciato all’improvvisazione, non c’è dialogo tra le varie “bande”. Ognuno cura il proprio fazzoletto di terreno e disprezza quello che accade anche a poca distanza. Il campanilismo, caratteristica tutta nostra, impera. Non farò nomi per ovvi motivi, però non vedo voci che abbiano la forza e il coraggio per far mutare la situazione. Chi si occupi della cultura fotografica del nostro Paese penso abbia ben chiaro cosa succede. Certo, alcune menti lucide ci sono ma non hanno solitamente potere contrattuale nel mondo delle istituzioni. La situazione museale è inesistente e mancando questa non possono crearsi relazioni con l’esterno. Molto viene lasciato all’iniziativa di alcuni fotografi, come avveniva a inizi anni ’80. Allora però figure come Ghirri o Chiaramonte riuscivano davvero a unire. Oggi questo non c’è più. Una speranza arriva da persone che mi pare trovino amore in quello che fanno, penso a Francesco Zanot, a Fabio Severo o a Massimo Sordi, ma si devono confrontare con un provincialismo e un esistente che tende a sopprimere sempre più. Essenzialmente trovo che ciò che ci differenzia da altri Paesi sia una forte carenza a livello didattico nella formazione critica e, come accennavo prima, la totale mancanza di strutture museali che possano dialogare con le istituzioni straniere.

Tripoli 2010

LS: Può raccontarci meglio la genesi di un suo libro (editing delle immagini, cura dell’edizione, stampa…)?

MZ: Creare un libro è per me il momento massimo della mia espressione. E’ il momento della verifica e dell’abbandono di un progetto. Indubbiamente la situazione che mi stimola di più. A volte avviene tutto abbastanza velocemente, a volte in modo più diluito. Dipende dai progetti e da quanto sento l’esigenza di dire qualcosa… In tutti i casi comunque metto una maniacalità esasperata. E’ un processo che raramente decido a tavolino; inizio un progetto fotografico per il piacere di scoprire, capire e mettere in gioco il mio essere al mondo, senza sapere se poi diventerà un libro o altro. Quando questa fase è terminata, se ne sento l’esigenza, inizio a pensarlo in forma editoriale. Qui seguo ostinatamente tutte le fasi, la ricerca di un editore, l’apparato critico, la struttura grafica e la stampa. Ho sempre messo molta cura in tutti i miei volumi e grazie al cielo ho sempre trovato figure professionali capaci di assecondare i miei desideri. Ho dato molta attenzione all’editoria perchè penso che alla fine è questo ciò che resta di un autore. Si studia sui libri e attraverso i libri riusciamo ad entrare in intimità con l’autore. Per la Fotografia il libro rappresenta, secondo me, la forma ideale per azzerare la distanza tra autore e fruitore. Con il libro abbiamo il tempo per approfondire, andare e tornare, capire i tempi. Perderci così a fondo nell’opera da farla diventare nostra.

www.marcozanta.com

Intervista a cura di Gianpaolo Arena

Traduzione a cura di Marco Di Gennaro