Maurizio Montagna – Fotografo, Italia

“Billboards”

LS: Qual è stata la poetica o l’artista che ha influenzato maggiormente il suo lavoro?

MM: Come molti autori della mia generazione agli inizi del mio percorso ho subito varie influenze, primo fra tutti tra gli italiani Luigi Ghirri: le sue fotografie hanno sempre portato alla luce uno sguardo incantato nei confronti della realtà, ma senza perdere mai il contatto con il soggetto. Un altro autore che ho amato molto è Paolo Monti, il suo modo di fotografare era semplicemente perfetto. Aveva una visione estremamente lucida della realtà ed è stato il precursore della cosiddetta fotografia del paesaggio urbano. In seguito, la fotografia americana contemporanea ha avuto un forte impatto sul mio sviluppo creativo; Robert Adams e Lewis Baltz mi hanno trasmesso quel rigore e attenzione per il particolare fatto di piccoli dettagli. Ed Rusha è l’autore che maggiormente mi ha fatto capire quanto in fotografia il “segno” e l’approccio “grafico” in relazione all’ idea possano dare senso compiuto al lavoro.

LS: Cosa fa un fotografo quando non fotografa? Quali sono le attività non direttamente inerenti alla fotografia che in qualche modo influenzano il suo lavoro?

MM: Io non so cosa fa un fotografo quando non fotografa. Per quanto mi riguarda il mio tempo libero è legato molto alle mie passioni, una di queste è senza dubbio la pesca a mosca. Devo dire che ho scoperto molte relazioni tra la pesca a mosca e la fotografia; addirittura Stephen Shore ne ha scritto un breve saggio che mette in relazione l’approccio del fotografo intento a decidere la posizione e il momento decisivo della ripresa fotografica e il pescatore che deve determinare gli stessi elementi, posizione e tempo per insidiare la propria preda. Un altra passione è cucinare. Alla fine il cuoco compie un gesto “estetizzante” nei confronti dell’alimento che va a preparare. Per dirla alla Manuel Vasquez Montalban, cucinare aiuta gli esseri umani ad esorcizzare la morte e a trovare un modo moralmente accettabile per attuare la carneficina. E forse è un pò quello che fa l’artista con la “realtà”: la elabora concettualmente, e ne trae un fatto estetico, rappresentativo, e non ultimo significativo che possa rendere la realtà più sopportabile.

LS: È convinzione comune che la fotografia sia una selezione del reale e spesso il “soggetto” fotografico allude a quello che è stato escluso. Nel suo lavoro ‘Bilboards’ quello che potrebbe essere l’ oggetto escluso è posto al centro della fotografia, andando a saturare qualsiasi significato “altro” annullando il contesto. Come è nato questo progetto? Come ha ottenuto la stratificazione di così tanti significati in immagini apparentemente così semplici?

MM: L’aspetto iniziale che mi interessava mettere a fuoco nella serie di billboards era il vuoto. La prima serie di Billboards infatti mette molto in relazione lo spazio circostante e il cartello vuoto; solo in seguito, dopo circa un anno, mi sono accorto che questa assenza era di fatto una presenza ingombrante collocata nello spazio urbano. Da questo punto in poi ho iniziato a “chiudere” l’inquadratura, quasi ad annullare il contesto circostante; di fatto ho scelto di riquadrare uno spazio geometrico rettangolare, come se fotografassi un mirino di una macchina fotografica dove non c’era inquadrato nulla. Devo ammettere che ad un certo punto mi sono accorto che lo spazio circostante non mi interessava più. La stratificazione di così tanti significati forse è emersa proprio dalla semplicità dell’esecuzione del progetto. La realtà è già un contenitore di una grande quantità di significati, io non ho fatto altro che ripulire la realtà dal disturbo circostante. Anche attraverso il metodo di realizzazione, un bianco e nero così netto e chiaro, Un soggetto come i Billboards, così ingombranti, dovevano essere trattati con la giusta leggerezza per ottenere il giusto equilibrio, e non fare pesare troppo questo flusso continuo di cartelli vuoti.

LS: Nel suo libro ‘Bilboards’ è data molta importanza ai testi. Qual è l’importanza per lei del rapporto tra fotografia e scrittura? E come la figura del fotografo può essere completata dallo scrittore e viceversa?

MM: Billboards è sicuramente nato da un ossessione letteraria che ho nei confronti di un grande scrittore: Josè Saramago. Due libri in particolare mi hanno aiutato a “guardare” dei cartelli vuoti in un modo differente, Cecità e Saggio sulla lucidità. Entrambi i romanzi mi hanno completamente ispirato: ho incontrato temi che mi hanno fatto vedere la realtà in modo differente, riuscendo a risolvere temi legati anche ad ambiti diversi da quelli affrontati dallo scrittore, che nei suoi libri approfondisce tematiche storiche, politiche e sociali, in un modo surreale. Sul fatto che scrittura e fotografia possano creare rapporti di “forza” è possibile, a patto che gli autori che vanno ad affrontare lo stesso tema siano molto bravi a non rendere fotografabile la scrittura e viceversa. Per quanto riguarda la critica, Francesco Zanot, curatore del libro, si è occupato specificamente della edizione dei testi e della scelta dei critici, scelta che mi sembra abbia portato una lettura traversale interessante del mio lavoro. Anche se penso che l’arte dovrebbe essere di per se auto-esplicativa: come scrisse Robert Adams in Why People Photograph, “a volte trovavo ispirazione in riflessioni sulla professione di gente come Stieglitz e Weston ma quasi nulla di quello che dissero su specifiche immagini mi hanno arricchito nel vederle”

LS: Qual è la fase che preferisce durante la realizzazione di un progetto fotografico e perché?

MM: Forse la fase di realizzazione di un progetto che preferisco è la parte della scelta definitiva delle immagini; scegliere la sequenza, e nel caso di una mostra o di un libro, decidere il tipo di istallazione in relazione allo spazio o come impostare graficamente un libro. Tutta questa sequenza di scelte è una sorta di verifica sul progetto, che amo molto e che trovo fondamentale per dare la giusta identità al lavoro. In ultima analisi, devo dire che fare buone fotografie è ovviamente importante, ma per definire chiaramente l’identità di un progetto , è fondamentale applicare dei concetti al lavoro, e questo spesso passa dalla giusta scelta delle immagini.

LS: Descriva l’esperienza di fotografare un luogo dove non è mai stato prima?

MM: L’esperienza di fare fotografie in un luogo sconosciuto è sempre un pò disorientante, esattamente come quando vado a pesca in un torrente per la prima volta. In entrambi i casi è importante leggere segni e segnali per cercare di trovare un punto dove “posizionarsi”, perché in entrambi i casi il punto di vista è fondamentale. Per fotografare ovviamente il punto di vista ci mette in relazione con i potenziali soggetti, e a prenderne le giusta distanza, poi ci penserà l’obiettivo ad avvicinare la scena Esattamente come per la pesca a mosca, il punto di vista permette di guardare senza essere “visti”, e decidere, se ne fosse il caso, di ulteriori aggiustamenti prima di iniziare l’azione che permetterà di metterti in contatto con la “preda/soggetto”

LS: A cosa sta lavorando?

MM: In questo periodo sto mettendo a punto una serie di temi, che pur correlati da loro, sono leggermente differenti, tutto legato ad una serie di studi che mette in relazione prospettiva, geometria e tempo, tre elementi fondamentali della fotografia. Questi studi vanno in una direzione precisa che permette di determinare il valore talvolta ambiguo della realtà, una volta fotografata. Un altro lavoro che sto portando avanti è la messa a punto di un portfolio che ha come titolo Caleidoscopio; una serie di fotografie eseguita parallelamente a Billboards ma che, differentemente da Billboards, ha come pressupposto non di fotografare sempre le stesso soggetto, ma lavorare su elementi differenti cercando di determinare lo stesso significato.

www.billboards.it

Intervista a cura di Andrea Gaio

Traduzione a cura di Federica Barbon