Scarlett Hooft Graafland – Fotografa, Olanda

“Soft Horizon”

LS: Nelle sue serie l’elemento magico, onirico, ripreso dalle tradizioni popolari diventa tutt’uno con la natura. Si fonde fino a perdersi in un limbo nel quale si ricrea una nuova realtà. Spesso ritrae animali ancestrali, protagonisti della visione. In molte serie li ha ritratti, es.: in “Soft Horizon“, “The Day after Valentina“ e “Beaver“. Mi parli di quelle fotografie dove gli animali sono i protagonisti della visione.

SHG: Ci sono molte ragioni differenti perche’ uso gli animali nel mio lavoro che e’ difficile per me dare una sola risposta. Sono principalmente interessata a lavorare su paesaggi con i loro abitanti, e alcuni di loro sono animali. In “Soft Horizon”, una serie di foto realizzata sull’Altopiano della Bolivia, non che molti animali vivano in quell’ambiente difficile. Ma ci sono lama, loro possono sopravvivere in queste zone asciutte. Nel deserto del Salar c’e’ a mala pena qualche segno di vita, l’unico animale presente e’ il flamingo. Ero molto interessata a lavorare con questi flamingo, una tale macchia colorata sul bianco del sale. Assieme alle persone con cui ho lavorato li’ abbiamo cercato i flamingo e ci vollero ore per trovare un piccolo gruppo. A quel punto una persona li rincorse nella speranza che volassero nell’immagine. Fortunatamente fu proprio cosi’! Questa e’ la parte piu’ bella del lavorare con gli animali (selvatici), non sai quel che succedera’, e’ una situazione simile da manipolare. In “The Day After Valentine” feci una foto con un cavallo bianco. A dir la verita’ fu una coincidenza, stavo guidando attraverso una foresta con alcune persone e improvvisamente il cavallo entro’ nella scena. Incredibile, un solo cavallo bianco nel mezzo della foresta. Piu’ tardi scoprimmo che c’era un proprietario e gli chiedemmo se potevamo usare il cavallo per una foto. Volevo fare un immagine pura, un’immagine “triste”. Il bianco e’ il colore usato per lutto in Cina. Mi e’ piaciuta molto la ripetizione delle gambe bianche, due della ragazza e quattro del cavallo, e come i loro “capelli” seguivano una sola linea. Molto bello anche il contrasto tra il bianco e il nero molto scuro dei capelli.

LS: Ha lavorato nella Cina rurale, in Islanda, nei deserti di sale della Bolivia e nell’Artico Canadese e Fillandese. Ha vissuto quattro mesi in un igloo a Igloolik, dove le notti sono infinite e l’unico colore dominante è l’assordante bianco. Come sceglie i suoi viaggi?

SHG: Scelgo i miei viaggi principalmente attraverso i miei amici o amici di amici che conoscono qualcuno in quell’area, e sicuramente perche’ ho sempre voluto andare in quelle particolari regioni. Ad esempio l’Artico Canadese; avevo un insegnante a scuola che studio’ il sistema legislativo degli Inuit e viaggio’ per qualche anno con la corte itinerante tutt’intorno al Nunavut. Le sue storie mi hanno sempre affascinato, specialmente lo stile di vita nomade degli Inuit, vivono cosi’ vicini alla natura. Potrebbe anche essere che senta che nella societa’ in cui sono cresciuta questi legami con la natura sono persi, e che sia una ricerca per capire meglio che cosa significherebbe vivere in una maniera piu’ naturale. Particolarmente queste circostanze difficili, l’artico, gli altipiani, l’Islanda con i paesaggi vuoti senz’alberi, mi interessano particolarmente e mi spingono a voler realizzare dei progetti. Puo’ quasi essere una metafora della vita stessa, di quanto pioccoli noi umani siamo rispetto al mondo, la grandezza di questi paesaggi va solo ad enfatizzare questa sensazione.

LS: Mi parli della serie ‘Reindeer‘, realizzata in Norvegia, nella quale gruppi di renne dominano i ghiacci! Sembrano una reinterpretazione contemporanea della ‘Battaglia di San Romano‘ di Paolo Uccello…

SHG: Il progetto “Reindeer” fu realizzato in Norvegia nel 2009, quando stetti con una famiglia Sami, i cui componenti erano pastori di renne. Il numero di renne, piu’ di 2500 animali in un gregge, era incredibile da osservare. L’immagine puo’ ricordare il numero colossale di cavalli nella “Battaglia di San Romano” di Paolo Uccello, anche li’ si puo’ vedere questo movimento di un numero incredibile di animali. Una differenza e’ che le renne sono animali semi selvatici, che scorrazzano liberamente tra le sconfinate montagne norvegesi. Fu una sfida avvicinarsi ai greggi, sono animali alquanto timidi e farli stare vicini alla renna blu da me fabbricata fu complicato. Il pastore mi aiuto’ per questo progetto, egli poteva fare andare il gregge in una data direzione usando i suoi cani. A motivo dell’elevato numero di animali, pensai che sarebbe stato bello averne uno che risaltasse, fatto di plastica blu. Ci volle molto tempo per realizzare le fotografie giuste, mi fermai con la famiglia Sami un paio di settimane, questa fu una bellissima esperienza. Vivono molto vicini alla natura, prendendosi cura del gregge, vivendo nella foresta.


LS: Provo sempre ammirazione di fronte al suo lavoro ‘Viaggio‘ nel quale delle corna di cervo sono sospese e galleggianti nel mare. Come è nato lo scatto?

SHG: “Journey” fu realizzato a Igloolik, Nunavut, nell’Artico Canadese. Era il periodo in cui il mare era ghiacciato durante la primavera. C’era l’alta marea, cosi’ l’acqua arrivava al di sopra del mare ghiacciato. Con degli stivali alti si puo’ ancora camminare li’, anche se e’ un po’ pericoloso andare troppo lontano, nel caso che l’acqua congelata diventi troppo alta. Misi le corna di caribou in fila, come se stessero camminando al di sotto del ghiaccio. Sembra davvero irreale a motivo del colore dell’acqua ghiacciata, e a me sembro’ un po’ come una fiaba, una di quelle tristi. Nella tradizione Inuit, in molte delle loro antiche storie, ci sono esseri meta’ umani e meta’ animali che vivono sotto il ghiaccio nel mare. Questo viaggio delle corna, da’ l’impressione che qualcosa stia succedendo sotto al ghiaccio.

LS: Come alimenta il suo immaginario?

SHG: Da diverse direzioni. In parte e’ l’energia di un posto, le persone che incontro e la cultura che imparo, entrambi stando con i locali nelle loro case/tende, come anche leggendo sulla regione. Anche la storia dell’arte e’ un bagaglio che e’ utile portare con se’ e a volte il mio lavoro ha a che fare con opere paesaggistiche famose o dipinti astratti. In parte e’ anche fortuna, cose che trovo per strada, materiali, paesaggi che incontro. Amo lavorare in maniera intuitiva, partecipare alle cose che succedono intorno a me, o le condizioni del tempo, lasciando che le cose accadano. Non ho mai un piano rigido nella mia mente prima di cominciare. Come nel lavoro “Polar Bear”, dove io vesto la pelle di un orso polare in un paesaggio bianco, ghiacciato; non avrebbe funzionato con il tempo sereno. Aveva bisogno dell’immensa pesantezza del cielo grigio, come se il cielo stesse precipitando sulle spalle. A volte richiede giorni per avere le giuste circostanze meteo, c’e’ bisogno di molta pazienza ad attendere quel momento. Uso fotografia analogica, quindi non ci sono possibilita’ di cambiare le immagini successivamente, tutto dev’essere perfetto al momento giusto.

LS: Mi parli del paesaggio naturale!

SHG: Sono sempre alla ricerca di paesaggi che siano naturali, ma che sembrano cosi’ incredibili che si puo’ difficilmente credere siano reali. Come il deserto di sale in Bolivia ad esempio, o alcuni paesaggi ghiacciati nell’artico. E come noi umani ci rapportiamo a questo immenso deserto potente.

LS: I suoi lavori sono un’ interpretazione contemporanea, con i suoi accostamenti divertenti ed inquietanti, degli echi dell’estetica dei surrealisti, come René Magritte. Cosa sente di avere ripreso dal movimento Surrealista?

SHG: Sono molto interessata al surrealismo, penso sia un movimento davvero importante. Amo la liberta’ del lavoro di Magritte, dove ogni cosa e’ possibile. E’ un sistema d’idee fresco, quello di guardare al mondo intorno a se’, ed esso comunica ad un livello superiore.

LS: Nei suoi lavori tratta gli animali come li ‘utilizzerebbe‘ uno sciamano. Quanto ti influenzano le tradizioni locali dei paesi nei quali realizza gli scatti?

SHG: Penso che in alcuni dei miei lavori, gli animali hanno un ruolo piu’ profetico, o da sciamano come dice lei. Ha a che fare con la bellezza della loro apparizione e la magia. Come la bellezza della pelle dell’orso polare, come se l’animale morto cercasse di insegnarci una lezione. E la potenza dell’immenso gregge di renne nelle montagne norvegesi, e’ affascinante il modo in cui vivono, in gruppi cosi’ grandi. E’ anche una mimica delle nostre condizioni umane.

LS: Quanta influenza hanno le tradizioni locali dei Paesi nei quali realizza gli scatti?

SHG: C’e’ una discreta influenza da parte delle tradizioni locali nelle mie opere, perche’ lavoro a stretto contatto con i locali; loro mi aiutano a radunare delle storie, informazioni di base, viaggi, mi ospitano nelle loro case/tende. Cio’ necessita di molta fiducia; ho bisogno di trovare persone di cui io mi possa fidare e che si fidino di me. Nella societa’ occidentale, dove nella politica sembra esserci la tendenza a dubitare le persone di culture differenti, pernso questo lavoro sia una buona replica. Anche se, sicuramente, non e’ sempre cosi’ facile; non e’ sempre facile trovare persone generose, ma se succede, molto diventa possibile, una grande influenza sul mio lavoro.

LS: Ha esposto in grandi musei internazionali: dal Metropolitan Museum a New York, al Musée D’Orsay a Parigi. Ha moltissimi estimatori e molti altri artisti che seguono le sue tracce emulando il suo linguaggio. Quali saranno i suoi prossimi progetti?

SHG: Non sono ancora sicura riguardo i miei prossimi progetti, al momento lavorero’ ancora in Bolivia per qualche tempo.

www.scarletthooftgraafland.com

Intervista a cura di Camilla Boemio