Steve Bisson – Curatore di Urbanautica, Italia

“Urbanautica”

LS: Può raccontarci qualcosa in più sulla genesi del progetto Urbanautica?

SB: Ma se devo pensare ad una genesi probabilmente devo risalire ai tanti viaggi che ho fatto da bambino sul sedile posteriore della macchina osservando fuori dal finestrino la realtà scivolare lontana. Ho vissuto in molti luoghi e quando lo fai inconsapevolmente diventi un po’ antropologo. Cominci a guardare la realtà con un certo distacco, a fare confronti e a volte a giudicare. Questa tensione può costituire un limite alla propria vita, ai rapporti, all’adattamento ma può anche essere canalizzata in modo utile, come nel caso di Urbanautica. In fondo ogni forma di espressione riflette un bisogno di comunicare qualcosa. Rispetto agli esordi Urbanautica è qualcosa di più di un viaggio personale, ora coinvolge altri professionisti sia scrittori che fotografi. È una realtà in forte divenire che mira attraverso la rete e i social media a crescere le opportunità di scambio e di conoscenza senza snaturare l’identità del progetto di ricerca. Oggi sono soprattutto i fotografi a cercarci e a credere quindi nel progetto. Questo è il risultato più grande che abbiamo raggiunto.

© Courtesy of Anne Lass

LS: A volte la vostra ricerca si sofferma su temi come: “spazi antropologici”, “forme differenti di insediamenti umani”, “paesaggio naturale e urbano” e “ritratti ambientali”. Che significato ha per lei la fotografia?

SB: La fotografia è un modo per educare lo sguardo. Lo dico anche perché rispetto ad altre discipline artistiche è più accessibile. Si tratta di una interpretazione soggettiva, ognuno ha la sua. Se invece penso ad un ruolo che può avere la fotografia è quello di aiutare la civiltà contemporanea ad essere meno indifferente, a interrogarsi sul proprio habitat e sulle proprie relazioni con esso. L’uomo sembra respirare il degrado, anche estetico, senza accorgersene. Questo è un nodo essenziale dell’infelicità della nostra specie animale. Abbiamo ridotto la natura ad un’icona ma così facendo abbiamo raggiunto una condizione di disadattamento dall’ambiente a cui rinviano molti dei bisogni di “ricongiungimento” con la natura. Urbanautica si interessa di questo attraverso la fotografia.

© Courtesy of Hin Chua

LS: Qual è il filo conduttore che unisce i progetti fotografici selezionati da Urbanautica?

SB: Finora avendo curato personalmente la selezione mi viene da dire me stesso. In realtà le fonti di ispirazione sono molte. Di fondo cerchiamo dei progetti che abbiamo qualcosa da raccontare sul territorio di non banale. Non ci interessa la bella fotografia stucchevole o fine a se stessa. Mostriamo quasi sempre dei paesaggi umani ma la selezione non è un’operazione scontata. A volte ci sono dei progetti che convincono immediatamente mentre altri necessitano un maggiore studio. Mi è capitato di mettere da parte dei progetti per poi riprenderli e vederli diversamente dopo mesi. Anche in noi c’è un evoluzione che corrisponde ad una maturazione lenta e progressiva della nostra sensibilità. A volte è anche istinto, emozione. C’è una componente irrazionale. Certo anche la fotografia ha la sua grammatica e va rispettata.

© Courtesy of Michael De Kooter

LS: Ogni paesaggio ha una sua peculiarità. Ogni luogo è pieno di significati e storie. Quali sono le differenze tra i fotografi americani ed europei?

SB: Oggi le contaminazioni attraverso le reti rendono questi clichès meno evidenti. Che ci siano delle correnti principali è possibile e forse dipende anche dai modelli che vengono resi accessibili. Ritengo però che, soprattutto tra i più giovani, queste distinzioni si vadano assottigliando. È un processo inevitabile. La ricerca è fondamentale per coltivare la diversità nella comunicazione sulla fotografia. Il documentario fotografico sta sconfinando sempre più su una dimensione introspettiva e artistica oltre che estetica. I paesaggi divengono sempre più luoghi dell’anima. È un senso un po’ paradossale poiché le storie tendono ad avvicinarsi a livello emotivo e i significati spesso trascendono dallo spazio. Parlare di “storie di paesaggio” forse significherà in futuro parlare di psicologia più che di geografia umana.

© Courtesy of Karin Borghouts

LS: A cosa sta lavorando?

SB: Parlando di fotografia, in questo periodo ad una mostra collettiva sul tema del bisogno di natura nei luoghi del vivere e dell’abitare. Karin Borghouts, Alejandro Cartagena, Dustin Shum, Anne Lass sono alcuni dei nomi. Diverse interpretazioni che ruotano attorno a questo tema: natura come finzione, decoro, negazione, ambiguità, periferia, destituzione, costruzione e paesaggio psicologico. Avremo un’anteprima proprio a settembre al Festival di Savignano. E poi proseguiremo per altre tappe in Italia e probabilmente in Europa. Nel futuro di Urbanautica c’è anche il desiderio di realizzare dei libri di fotografia. Forse il catalogo della mostra è solo un inizio…

© Courtesy of Dustin Shum

www.urbanautica.com

Intervista a cura di Gianpaolo Arena

Traduzione a cura di Marco Di Gennaro