Geir Moseid Plucked

La serie Plucked è una ricerca sulla dualità della casa, alienazione urbana, disgregazione sociale e relazioni umane. Questa doppiezza della casa si estende aggiungendo stratificazioni, incorporando l’etica del documentario sociale e fotografia inscenata, così come le stonature che si presentano nell’esperienza cognitiva di chi osserva queste immagini. Queste stonature  poggiano sulla nozione di “ambiguità” e “inquietante”.

La casa è spesso considerata il luogo sicuro, una dimensione privata e intima. La casa comporta una sensazione di sicurezza basata sul fatto che lì possiamo isolarci, staccarci dalle interferenze e ingerenze altrui. Ed è qui che diventa evidente la sua emblematica dualità. La casa è il teatro di alcuni dei peggiori crimini dell’umanità. Questi crimini vengono perpetrati dietro porte chiuse: abusi sessuali, fisici e psicologici.

Gli elementi Tempo e Morte sono presenti nella ricorrenza dell’elemento floreale. Qui il fiore diventa una sottile metafora della dualità di vita e morte, che sono elementi inseparabili nel corso del tempo. L’atto di cogliere/strappare fiori causa la morte, e una volta che il fiore raccolto viene sradicato dalla sua forza vitale, inizia un lento e spesso meraviglioso processo di decadimento. Questo dialogo con la morte ha la possibilità di determinare diverse nozioni di “inquietudine”. La rappresentazione di qualcosa che è allo stesso tempo familiare e strano, o ugualmente accattivante e repellente, è spesso considerato come una rappresentazione dell’assurdo e alimenta convinzioni (cognizioni) contraddittorie, incoraggiando l’osservatore a costruirsi una personale opinione, che sarà basata sulle emozioni che l’immagine suscita nell’osservatore stesso.

Le immagini raccontano il quotidiano visto attraverso un velo di calma e bellezza, ma tutto questo a un’indagine più approfondita  solleva dubbi sulla natura pacifica dell’immagine, giustapponendo la reazione emotiva dell’osservatore a un vago e oscuro mistero. Quando questa emozione è tanto forte da permettere all’osservatore di viaggiare a ritroso nella propria storia personale, fino a incontrare una simile emozione, egli si astrae dal soggetto fotografato e dalla situazione rappresentata. Questo “viaggio” è una personale riflessione sulla “verità socilale”. Questo aspetto è enfatizzato da una narrazione deliberatamente a finale aperto e dal dualismo cognitivo del progetto, che incoraggiano a una interpretazione soggettiva del lavoro piuttosto che a una lettura guidata. La soggettività è importante anche per riconoscere scenari attraverso l’esperienza quotidiana dell’osservatore. È anche un dialogo con la memoria visiva dell’osservatore derivante dalla pittura, da cinema e televisione, e lo aiuta a comprendere un inguaggio visivo, gestuale. È legato a un piacere estetico subliminale che non dipende, mi sembra, dall’autenticità, e di conseguenza accoglie la fotografia documentaristica “inscenata” come un valido approccio alla ricerca e all’indagine sociale. Attraverso la raccolta di specifici momenti di quotidianità il mio lavoro si confronta con le modalità di rappresentazione della verità sociale.

All images © courtesy of Geir Moseid
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