Julia Cybularz The Mathematician

Quando entrai nella casetta schiera di sua madre a Northeast Philadelphia, stava passeggiando lentamente avanti e indietro dal televisore alla cucina. Rimasi a guardarlo per qualche momento. Indossava la stessa maglietta rossa del giorno prima; ma questa volta sembrava più stanco, a malapena presente. La televisione trasmetteva ritmicamente il proprio programma distraendolo dalla sua stessa confusione. Quando alla fine notò la mia presenza, la sua espressione cambiò. Ritornò vigile e sembrò trovare sollievo nella compagnia, una pausa dalla sua solitaria routine.

E, ecco che subito ricomincia, ritorna il calcolatore, riprendono i calcoli ossessivi, “Se prendi 2.75 e lo dividi per 6 ottieni la media di C, corretto?” -dice. Rispondo e faccio del mio meglio per capire ma tutto quello che riesco a dire è “Sì, la media di C“. La mia risposta sembra non soddisfare mai il suo bisogno di “risposta corretta”.

È come se fosse un un personaggio di Aspettando Godot di Samuel Beckett: Slawek aspetta. Aspetta complicità, riconoscimento, e molto altro che non riesco a capire. Secondo Sigmun Freud “C’è un senso di libertà di cui possiamo godere quando riusciamo a disfarci della camicia di forza della logica” La vista della “libertà dalla logica” di Slawek mi dà una prospettiva irripetibile su una vita realmente appasionata e autentica.

“The Mathematician” è un’indagine improvvisata sulla vita del mio trentaseienne cugino, Slawek Kosmala. Slawek, un immigrato polacco, ha un ritardo dello sviluppo e da sedici anni soffre di schizofrenia. La sua scarsa percezione del tempo gli fa crede di essere malato solo da un anno. Slawek non sta negando la sua malattia, piuttosto è la sua incapacità di riflettere su sé stesso che ha creato un muro tra realtà e finzione. Lo sviluppo la progressione di questo lavoro si sono evoluti senza collaborazione. La direzione di questo progetto è stata caratterizzata dalla recente evoluzione del mio rapporto con mio cugino. Fin da subito decise di prendere parte attiva nel mio progetto. Credo che il suo desiderio di partecipazione fosse dovuto al suo grande bisogno di essere ascoltato.

L’uso della fotografia in questo progetto indaga su come le relazioni possano essere messe a dura prova e rafforzate affrontando quotidianamente questa malattia. Invece che essere singolarmente didascaliche, le fotografie offrono sguardi fugaci e frammenti che contribuiscono a una narrazione complessiva. Il paesaggio rappresenta gli spazi di tranquillità che offrono rifugio a traumi invisibili, ma rappresentano anche sollievo da un incessante rumore interiore.

Tutti nasciamo pazzi. Alcuni rimangono tali. Samuel Beckett, Aspettando Godot

All images © courtesy of Julia Cybularz

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