Jody Elliott Ravenant Rock

Figli dell’abitudine, figliastri degli elementi compositi, giochiamo con gli schemi della vita; il nostro obiettivo: l’alchimia antropomorfica. Scavando a fondo nella carne del nostro ospite magnifico, dissotterriamo i nostri antenati di pietra – agevolatori nei nostri voli pindarici – per onorarli, supervisitatori dall’immobilità annerita delle loro tombe-utero croniche. Queste vestigia dei tempi che furono, futuri golem di un vasto boom globale, hanno una funzione soffiata dentro, macinati, ricostituiti e personalizzati per un futuro preciso e predeterminato. Modelliamo questi trogloditi immutabili come fossero sentinelle akasciche, pilastri del nostro meschino trastullo terrestre, noi, bambini in buche di sabbia che costruiscono meravigliose mostruosità di castelli.

Ci definiamo attraverso gli artefatti della natura, innalziamo palazzi come cicatrici sulla faccia stessa di Gaia, stuzzicata fino a sanguinare dalle troppe scimmie del carbonio intente a scucire le cuciture della loro grande madre, le nostre fila lautamente nutrite e ormai insaziabili dalle offerte della superficie. Le cose di legno ed erba sono state soppiantate dal nostro desiderio di padroneggiare la durezza di questi elementi nascosti sotto i nostri piedi; siamo troppo fragili per la vampa della nostra stessa ‘genialità’, troppo deboli per la nostra crescita inarrestabile. Abbiamo imparato, anche se a un livello superficiale, che dobbiamo industriarci per scavare più a fondo per scoprire il sublime, fino allo scheletro di madre natura, e attingere alla sua immortalità relativamente inamovibile. Per questo feriamo la terra; per questo irritiamo la cute della nostra matriarca dolce e altruista; come un’orticaria caustica, disarmonica eppure transitoria. Il tempo ha ancora tempo per fare tabula rasa: tutti dobbiamo passare attraverso questo tessuto trapuntato di realtà del consenso deforme; dalla polvere alla polvere. Il tempo sopporterà le nostre misere pulsioni; la nostra accidentale presenza non è che un battito di palpebre di corvo di fronte a questa Dea sfera.

Stratificando ambizione su ambizione grattiamo il cielo come bambini che cercano di staccare le stelle dal loro magnifico sfondo nero rétro come se fossero adesivi sul soffitto. Circondati da orchi ergonomici costruiti su misura, per servire i padroni in silenzio dignitoso, portiamo raramente rispetto ai loro agglomerati in espansione ponderata e al loro vegliare su di noi, architetti maniaci. Che scopo avranno quando non rimarrà più nessuno di cui prendersi cura? La loro geometria inconfondibile sarà l’unico indizio ad indicare che entità senzienti hanno un tempo affrontato il disegno intelligente e hanno vinto. I nostri soldati di pietra millanteranno la nostra intraprendenza; siamo stati esemplari e attenti alla natura del nostro generoso ospite. E osservando gli schemi della natura siamo arrivati a capire i nostri oligoelementi, perché sono la stessa cosa.

Abbiamo unito le forze con l’armonia cosmica dei grandi misteri, abbiamo civettato con il riconoscimento, pervadendo il nostro ambiente con un riflesso mortale mentre ci innalzavamo sempre più in alto per comprendere la fonte di questi misteri, su enormi torri di acciaio e cemento. E in cambio abbiamo lasciato sulla nostra scia meravigliosamente contorta il sigillo dei nostri successi, che dovrebbe sopravvivere poco più a lungo della nostra fragile essenza. Dalla prima pittura rupestre fino all’ultima sede di azienda post-moderna, siamo qui come siamo stati qui. E quando queste vecchie torri si reggeranno zoppicanti sulle loro stampelle di cemento; le finestre rotte sulle loro anime, esili come nonno Tempo e sciupate dall’incuria o dai maltrattamenti, speriamo che qualche essere divino al di sopra di noi si accorga che abbiamo tentato di guarire le nostre costruzioni come cerchiamo di guarire noi stessi.

Jody Elliott
Ravenant Rock
Landscape Stories, 2011 | Traduzione di Francesca Gola

© Jody Elliott – 2011