Brett James Freeman Non si parla al colonnello: un’indagine in cinque parti

1.

Il colonnello è morto in maggio, ma forse sto correndo troppo…


Di professione faccio il detective, anche se questo titolo, purtroppo, rappresenta solo la punta dell’iceberg e non spiega certo in modo esauriente la natura del mio lavoro, che mutua elementi più esoterici e persino più filosofici di quelli che ci si potrebbe aspettare dal segugio medio. In effetti, il grosso del mio lavoro è guidato dal desiderio di sapere e da un interesse per il misterioso e per l’occulto, che quasi sconfina nell’ossessione… ma sto divagando. Il più delle volte mi ritrovo invischiato in casi non pagati, assurdamente pericolosi (forse anche per leggerezza mia) e che fanno venire la voglia di vivere. Vado fiero del fatto che ho risolto quasi tutti i miei casi, ma ce ne sono alcuni… alcuni casi non si lasciano chiudere e rimangono nella mente come fantasmi che bisbigliano nell’oscurità di una stanza vuota. Il caso del colonnello non interessava alla buon costume, non prevedeva pestaggi da parte scimmioni colossali (che è in realtà un’esperienza comune in questo tipo di lavoro), non c’erano bambole ammalianti, nessun reato, ed era all’apparenza innocuo, eppure non riesco a togliermelo di dosso…


Il colonnello, come dicevo, è morto. Tenuto in grande stima e molto apprezzato da tutti quelli che lo conoscevano, era un uomo di sostanza e di non poco valore. A me sembrava fatto di ferro grezzo e aveva la quieta riservatezza e l’umiltà di qualcuno che ha attraversato enormi sofferenze riuscendo a lasciarsele alle spalle. Io stesso ho vissuto in sua compagnia per molti anni e riconosco in lui una dignità fuori dal comune.
In questo senso, la sua morte non è passata inosservata.


Non vi porterò fuori strada: non è la sua morte il nocciolo di questo caso.
No… il cancro, il pallido carnefice, lo aveva consumato e l’ho visto esalare l’ultimo respiro in quella stanza di ospedale male illuminata. È stata, però, l’elemento catalizzatore, che mi ha piantato un seme nel cervello…

2.


Nelle ore e nei giorni seguenti, iniziai ad analizzare il suo passato e a rianimarlo nell’arena della mia mente (che era diventata una specie di lanterna magica), e più ci pensavo, più il seme appena piantato cominciava a germogliare… mettendo radici e fiori, e i suoi frutti erano domande… domande così semplici che sembrava non fossero mai state chieste prima, se può avere un senso. Domande sulla vera natura del colonnello. Che cosa sapevo realmente di lui? Più ci pensavo e meno riuscivo a ricordare… era come cercare di tenere stretta tra le mani un’anguilla: più serravo la presa e più in fretta mi sfuggiva di mano. O ancora meglio, era come guardare una logora pellicola Super 8 senza il sonoro, o con la banda sonora molto rovinata. Era una cosa assai strana. Davvero curiosa. “Cosa so davvero del colonnello?”- pensavo. Il pubblico lo amava senza riserve, ma come spesso succede al mondo, non si può prendere tutto per oro colato e spesso la gente ha più di una faccia. Cosa so davvero del colonnello?

3.


Una settimana circa dopo il suo funerale mi ritrovai davanti alla porta della sua casa di campagna.
Avevo iniziato sul serio a indagare sulla vera natura del colonnello. La giornata era grigia e aveva piovigginato… c’era un profumo di cose fresche, nuove e verdi. Avevo ancora una chiave di casa, così entrai senza esitare.


La polvere era su tutto anche prima, per cui non mi provocò nessuna reazione sentimentale. Mi diressi senza indugio verso i tesori dei ricordi – scatole di lettere, scatole di fotografie, libri usati per bene con il dorso staccato, le credenze, forzieri, armadi, videocassette, audiocassette, collezioni di dischi e tutto quello su cui potevo mettere mano. Speravo che tutte queste cose, una volta distillate e ricomposte nell’ordine giusto, avrebbero creato un simulacro di lui, della sua personalità.


Cominciai il mio noioso compito. All’inizio, riportai palate di prove in ufficio per esaminarle nell’agio del mio ambiente, ma mi resi presto conto della futilità di questa impresa e iniziai invece ad analizzare semplicemente tutto non appena lo trovavo, procedendo, pensavo, alla stregua di un archeologo a termine. Immergendomi sempre di più nel lavoro, cominciai a sentire che ero troppo coinvolto nella faccenda e che l’austerità necessaria alla logica si stava forse macchiando di emozioni in attesa paziente di emergere.
Tutti gli oggetti transitori sparsi attorno a me, mentre sedevo sulla grande sedia di pelle del colonnello, erano tracce di vita, sentieri verso il passato. Sembravano silenziosi e comuni, ma un detective sa che la morte è solo un intralcio minore e che persino gli oggetti possono parlare per chi è deceduto, se uno sa ascoltarli. La gente pervade l’ambiente che la circonda e continua a esistere come immagine, o oggetto, o parte di un figlio, magari fino a che tutto si disintegra e il mondo svanisce in polvere cosmica o entropia.


Tutte queste cose disposte in casa come ossa in un mausoleo, e io, seduto sulla sedia con le dita intrecciate. Il crepuscolo si trasformava in notte e le voci cominciavano a parlare più forte… parlare di tante cose…

4.


Dopo mesi di indagini, notti insonni e cospicue quantità di alcool e sigarette, mi ritrovai di fronte alle conclusioni, che avevo digitato in preda a una specie di febbre e che quindi mi sorpresero; questo fascio di fogli sulla mia scrivania.


Devo dire, caro lettore, che i grandi ostacoli della memoria erano stati abbattuti e che tante domande avevano trovato risposte più o meno accettabili. D’altra parte, però, in questo genere di lavoro investigativo, “concreto” e “definitivo” non sono parole che si usano spesso.
Ho scoperto tante cose sul colonnello, ma ancora… dentro di me… c’era rancore nei confronti dell’eroe di guerra.


Riuscivo solo a pensare alla mia infanzia e al grande uomo d’acciaio che cercava di plasmarmi a sua immagine. Anni di scalpello e cesello, anche se cercare di dare una forma a me deve essere stato come modellare sculture di legno pietrificato. Litigavamo, ci insultavamo e denigravamo a vicenda. Non avevo la sua visione e in quel suo mondo c’era spazio solo per la sua presenza unificante. Insomma, non si parla al colonnello, si ascolta e si ricevono ordini.

5.


Alla fin fine, il caso è sempre aperto, come una porta rotta, rimasta spalancata. Tutte le conclusioni che avevo raggiunto erano superficiali e sfidavano qualsiasi classificazione. Credo che la vita sia essenzialmente fatta di bianco e di nero, anche se di solito sono sempre uniti in sfumature di grigio, ma che alla fine, per qualche strana alchimia, questa massa grigia si trasformerà in bianco puro e pece nera.


In realtà, non posso odiare il colonnello perché sono parte di lui. Parlando per metafore, uno non può nascere da un titano e scontrarsi con un titano, senza esserne influenzato in modo profondo e impercettibile allo stesso tempo. Con qualche eccezione, sono quasi altrettanto preciso e analitico, un perfezionista come lui. Posso essere crudele e un gran bastardo. Il colonnello ha piantato una ribellione dentro di me, un fuoco inestinguibile.


Riesco anche a valutare con onestà le forze, la compassione e il senso per la giustizia infusi nel mio essere, perché ci sono stati momenti belli, persino preziosi, tra di noi. Pomeriggi simili a dipinti impressionisti nel frutteto, rare conversazioni e risate. Non potrei odiare quest’uomo, ma ero ancora confuso… anche se si trattava di una confusione familiare. Non avrei voluto che morisse e mi manca tutti i giorni, anche se sento la sua presenza tutto intorno a me e mi fa pensare a tutte le persone al mondo, e a come tutti questi fantasmi vagano liberamente intorno a noi, senza che noi ce ne accorgiamo.
Andiamo tutti in quella direzione, verso la stessa meta incerta, dispersi nel mondo sotto forma di energia, ricordo, sensazione; e va bene così. Va bene così.

Era mio padre e, nonostante tutto, gli volevo bene.

Brett James Freeman
Non si parla al colonnello: un’indagine in cinque parti
Landscape Stories, 2011 | Traduzione di Francesca Gola

© Brett James Freeman – 2011